Il parlamento moldavo durante il voto di sfiducia al governo di Maia Sandu. (AP Photo/Roveliu Buga)
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  • venerdì 15 Novembre 2019

L’esperimento di governo europeista in Moldavia è fallito

È stato sostituito in fretta dopo che i Socialisti filorussi, che l'avevano sostenuto a sorpresa a giugno, si sono tirati indietro bloccando una riforma del sistema giudiziario

Il parlamento moldavo durante il voto di sfiducia al governo di Maia Sandu. (AP Photo/Roveliu Buga)

Il Parlamento moldavo ha votato la fiducia a un nuovo governo, pochi giorni dopo la caduta di quello guidato dalla prima ministra Maia Sandu, leader della coalizione di partiti europeisti e anti-corruzione ACUM. Il nuovo governo è stato formato dai Socialisti, partito filorusso che aveva sostenuto il governo di Sandu in una storica e inaspettata alleanza formata lo scorso giugno, che aveva avuto come principale obiettivo quello di escludere dal potere l’oligarca Vlad Plahotniuc e il suo Partito Democratico Moldavo (PDM), e di avviare un processo di riforme giudicato fondamentale dalla comunità internazionale.

L’ex prima ministra moldava Maia Sandu durante il voto di sfiducia. (AP Photo/Roveliu Buga)

Fin da subito l’alleanza tra ACUM e Socialisti era sembrata fragile, come hanno dimostrato i suoi cinque mesi di esistenza e soprattutto i fatti degli ultimi giorni: Igor Dodon, presidente del paese e leader dei Socialisti, ha fatto cadere il governo di Sandu in disaccordo con una proposta per rendere più trasparente la nomina del procuratore generale, la massima carica del sistema giudiziario moldavo, ritenuto uno dei settori più corrotti del paese e che più andava riformato. Il nuovo governo, non a caso, si è insediato grazie ai voti dei parlamentari del PDM, cioè il partito che aveva governato il paese negli ultimi dieci anni, rendendolo secondo tutti gli osservatori uno dei più corrotti d’Europa, e che da giugno era stato escluso dai giochi (Plahotniuc era addirittura dovuto scappare).

In molti dubitavano di quanto fossero sincere le intenzioni dei Socialisti, che negli ultimi dieci anni hanno spesso collaborato più o meno segretamente con Plahotniuc per spartirsi il potere ed escludere i partiti europeisti e anti-corruzione. Dopo le elezioni dello scorso febbraio, però, per la prima volta il PDM non aveva potuto formare un governo, e dopo diversi mesi di stallo Dodon aveva acconsentito a un’alleanza con Sandu, formando un governo che era stato ben accolto dall’Unione Europea e dalla comunità internazionale.

Il nuovo primo ministro moldavo Ion Chicu. (AP Photo/Roveliu Buga)

Il nuovo primo ministro moldavo è Ion Chicu, ex ministro delle Finanze di un governo guidato da Pavel Filip, attuale leader del PDM, e più recentemente stretto consigliere di Dodon, a testimonianza di quanto siano in realtà fluidi i rapporti tra Socialisti e PDM. Otto dei dieci ministri del governo – tutti uomini – sono ex consiglieri di Dodon, che peraltro è anche padrino del figlio del nuovo ministro della Difesa, Victor Faiciuc. La maggior parte dei ministri quindi sono vicine al Partito Socialista, ma ciononostante Chicu ha insistito nel presentare il suo governo come un esecutivo tecnico, slegato dai partiti. Il partito di Sandu ha boicottato il voto di fiducia in parlamento, accordata però da 62 parlamentari su 101, grazie ai voti del PDM.

Sul sito Balkan Insight, Cristina Gherasimov e Iulian Groza, rispettivamente ricercatrice specializzata in Europa dell’Est ed ex vice ministro degli Esteri e dell’Integrazione europea moldavo, hanno scritto che la riforma della giustizia programmata dal governo di Sandu aveva reso «nervosi» i Socialisti, che nei cinque mesi di governo avevano «segretamente sabotato il processo» con il quale Sandu voleva «creare le condizioni per smantellare il sistema oligarchico che negli ultimi cinque anni aveva intrappolato le istituzioni statali nelle mani di Plahotniuc». La speranza di Dodon, dicono Gherasimov e Groza, era che la volontà di rimanere al potere di Sandu si rivelasse maggiore di quella di riformare il sistema giudiziario, ma così non è stato.

La Moldavia sta a metà

La proposta di Sandu avrebbe modificato il processo di nomina del procuratore generale: i candidati sarebbero stati proposti dal primo ministro, per poi essere selezionati dal Consiglio Superiore dei Procuratori, con la nomina vera e propria affidata al presidente. La proposta era arrivata perché lo scorso settembre il Parlamento aveva approvato un nuovo sistema di nomina, che affidava la selezione dei candidati a una commissione indipendente, ma la ministra della Giustizia Olesea Stamate l’aveva annullato nei giorni scorsi sostenendo che non avesse funzionato.

«Il governo di Sandu si è dimostrato un vero pericolo per questo sistema cleptocratico delle vecchie élite, e i Socialisti e i Democratici si sono uniti per bloccare la riforma della giustizia» scrive Balkan Insight, secondo cui entrambi i partiti ne usciranno rafforzati: i Socialisti perché Dodon ha ora il controllo sul governo, in vista delle elezioni presidenziali dell’autunno del 2020, in cui cercherà un secondo mandato; i Democratici perché sono tornati nella maggioranza – pur senza entrare ufficialmente nel governo – dopo cinque mesi all’opposizione. Ci si aspetta comunque che il governo non duri molto, molto probabilmente non oltre le prossime elezioni presidenziali.