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  • venerdì 1 novembre 2019

Cos’è Radio Free Asia, che ha raccontato la repressione contro gli uiguri

È una radio e un sito internet finanziati dal governo degli Stati Uniti, con una storia iniziata durante la Guerra fredda

Le prime notizie dell’esistenza dei “campi di rieducazione” per gli uiguri, minoranza etnica di religione musulmana che vive per lo più nello stato cinese dello Xinjiang, cominciarono a circolare nell’autunno 2017, quando ancora le informazioni erano scarse e si sapeva molto poco delle intenzioni repressive del governo cinese. Ricostruire fatti e dinamiche interne allo Xinjiang, uno dei posti più sorvegliati al mondo, non era per nulla facile, soprattutto per la segretezza imposta dal regime comunista cinese. Tra i primi a parlare dei campi, nei quali secondo alcune stime oggi sono detenuti circa un milione di uiguri, ci furono i giornalisti di una piccola piattaforma informativa con gli uffici a Washington, fondata negli anni Novanta ma con precedenti durante la Guerra fredda, e finanziata dal governo degli Stati Uniti: Radio Free Asia.

Nell’autunno del 2017 uno dei giornalisti della redazione di Radio Free Asia a Washington, Shohret Hoshur, cominciò a indagare sul trattamento riservato dal governo cinese agli uiguri, considerati dal Partito comunista come una potenziale minaccia alla sicurezza nazionale della Cina.

Shohret Hoshur – che si occupava in particolare della sezione del sito in lingua uigura, cioè dell’unico servizio di news del mondo in uiguro indipendente dall’influenza del governo cinese – riuscì a parlare al telefono con un funzionario del Partito comunista di una piccola cittadina della Cina, che gli diede un po’ delle conferme che cercava: gli disse che il trasferimento forzato di molti uiguri nei “campi di rieducazione” era stato ordinato dall’alto e che riguardava un numero rilevante di abitanti dello Xinjiang. Fu proprio grazie al lavoro di Radio Free Asia, oltre a quello di diversi accademici e alcune organizzazioni per la difesa dei diritti umani, che molti giornali internazionali cominciarono a indagare sulla storia, rivelando col tempo l’esistenza di un esteso piano di repressione messo in piedi dal governo cinese e che assomigliava molto a un’enorme “pulizia etnica”.

Il lavoro compiuto negli ultimi anni da Radio Free Asia, in particolare sul tema della repressione degli uiguri, è stato considerato notevole e stupefacente, soprattutto considerate le limitate risorse del progetto e le conseguenze a cui sono andati incontro molti giornalisti della sezione in lingua uigura a causa del loro lavoro.

Nel gennaio 2018, ha raccontato l’Economist, la polizia cinese arrestò nella regione dello Xinjiang 25 familiari di Gulchehra Hoja, giornalista di Radio Free Asia, nel tentativo di convincerlo a fermare le proprie inchieste sulle persecuzioni degli uiguri in Cina. Un collega di Hoja, Kurban Niyaz, anche lui uiguro in esilio, ricevette tramite la piattaforma cinese WeChat una foto da sua sorella minore che mostrava due poliziotti seduti sul divano della donna, in quello che voleva essere un chiaro messaggio intimidatorio. Secondo l’Economist, almeno sei dei 12 giornalisti uiguri di Radio Free Asia hanno parenti che si trovano in un “centro di rieducazione” o in prigione, oppure che sono spariti (in totale si parla di una quarantina di persone detenute dalla Cina).

Lo Xinjiang non è comunque l’unica area di interesse di Radio Free Asia, anche se negli ultimi due anni si è trasformata in quella più importante e ripresa dai grandi giornali internazionali. La redazione con sede a Washington si occupa di molti altri paesi asiatici e offre trasmissioni radio e articoli in nove lingue diverse per un pubblico che vive in Cina, Corea del Nord, Laos, Cambogia, Vietnam e Myanmar.

Nonostante Radio Free Asia debba la sua struttura attuale a un’iniziativa del governo statunitense della metà degli anni Novanta, la sua prima fondazione risale agli anni Cinquanta, quando cominciò a essere finanziata da un’organizzazione americana chiamata “Comitato per l’Asia Libera” che aveva l’obiettivo di contrastare la propaganda comunista. L’idea era quella di avere una radio che trasmettesse nelle lingue locali nei posti sotto l’influenza sovietica e cinese e che proponesse un’idea di mondo e idee politiche simili a quelle americane.

Per creare Radio Free Asia furono prese come modello Radio Free Europe, che durante la Guerra fredda trasmetteva nei paesi satelliti dell’Unione Sovietica, e Radio Liberty, che invece era diretta agli abitanti dell’Unione Sovietica. Le due radio si unirono poi nel 1976 in Radio Free Europe/Radio Liberty, media ancora oggi finanziato dal governo statunitense e che ha mantenuto influenza e rilevanza in molti paesi dell’Europa orientale, del Caucaso e dell’Asia centrale.

Radio Free Asia, punto di riferimento per chi vuole informazione non controllata dal regime cinese, potrebbe ottenere presto il doppio dei finanziamenti attuali: una legge in esame al Congresso statunitense prevede infatti di aumentare da 2 a 4 milioni di dollari il budget annuale riservato alla sezione in lingua uigura della piattaforma. I finanziamenti totali ricevuti da Radio Free Asia sono pari a 44 milioni di dollari all’anno.

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