Juan Jesus, terzino brasiliano della Roma (Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse)
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  • venerdì 27 settembre 2019

La Roma bandirà a vita dalle sue partite un tifoso razzista

Applicando il regolamento in vigore da tre anni e che finora solo poche squadre italiane si sono prese la responsabilità di usare

Juan Jesus, terzino brasiliano della Roma (Fabio Rossi/AS Roma/LaPresse)

La squadra di calcio della Roma bandirà a vita dalle sue partite un tifoso che tramite i social network ha rivolto ripetuti insulti razzisti a calciatori di Serie A, sia della Roma che di altre squadre del campionato. È la prima significativa applicazione del cosiddetto “codice etico”, il regolamento che dal 2017 permette alle squadre di calcio italiane di punire i tifosi ritenuti responsabili di comportamenti non appropriati. Finora però solo poche squadre si sono prese la responsabilità di applicarlo, e questa mancanza ha contribuito in modo decisivo alla scarsa efficacia dei provvedimenti nei confronti delle discriminazioni, ancora all’ordine del giorno in Serie A.

Un anno fa la Roma era stata la prima società italiana a dotarsi di un codice etico, su indicazione dei ministeri dello Sport e dell’Interno. Dopo l’ennesimo insulto razzista di un tifoso che in passato aveva scritto messaggi simili sui social network – stavolta inviato tramite Instagram al difensore brasiliano Juan Jesus – il club ha deciso di applicarlo ritenendo di rientrare nel regolamento nonostante il fatto non sia accaduto all’interno dello Stadio Olimpico di Roma.

L’intervento diretto dei club e la collaborazione con le forze dell’ordine può risolvere in modo appropriato il problema del razzismo negli stadi, come succede da anni all’estero. Per questo motivo il codice etico fu presentato inizialmente con molto entusiasmo, ma negli ultimi anni quasi nessuno lo ha applicato, come sostiene frequentemente l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive: la presidente dell’ente, Daniela Stradiotto, ha parlato più volte negli ultimi anni di «profonde carenze e assenze delle società calcistiche e delle leghe, con eccezioni in rari casi, le quali lasciano che il modello di gestione sia applicato unicamente dalle forze ordine».

Leggi anche: Perché la Serie A non reagisce al razzismo?

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