(LaPresse/Spada)
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  • mercoledì 25 settembre 2019

Perché la Serie A non reagisce al razzismo

Se i cori razzisti imperversano negli stadi italiani la colpa è soprattutto dei club, che dal 2017 hanno gli strumenti per agire ma continuano a sminuire e non si assumono responsabilità

(LaPresse/Spada)

Lo scorso fine settimana, per la prima volta in quasi un anno, una partita di Serie A è stata sospesa temporaneamente per cori razzisti. Durante Atalanta-Fiorentina, giocata a Parma domenica sera, l’arbitro Daniele Orsato ha sospeso l’incontro per gli insulti razzisti rivolti al terzino brasiliano della Fiorentina Dalbert Henrique. Orsato ha registrato l’episodio nel referto di gara, che verrà valutato e probabilmente punito dal giudice sportivo, il quale ha già richiesto un supplemento d’indagine. Tutto questo però non era successo a inizio settembre per un caso simile, i cori razzisti del pubblico di Cagliari a Romelu Lukaku, né in molti altri casi del passato.

A Parma e Cagliari i cori razzisti sono stati registrati da video tuttora disponibili online che tolgono ogni dubbio, se ancora ce ne fossero. Eppure uno è stato segnalato e verrà giudicato mentre l’altro no, nonostante se ne sia parlato più a lungo e anche all’estero, visto che ha coinvolto un giocatore di profilo internazionale. La disparità nel trattamento di questi due casi – e nelle prime quattro giornate di campionato ce ne sono stati ogni fine settimana – riassume in breve l’inadeguatezza di un sistema che non ha mai funzionato e che recentemente è stato criticato anche dal presidente della FIFA, l’organo che governa il calcio mondiale.

Negli stadi italiani i casi di razzismo rimangono nella maggior parte impuniti, tra le falle di una giustizia sportiva costretta a intervenire con strumenti inadeguati per colmare la mancata collaborazione dei club, che continuano a non agire anche se il codice etico sottoscritto nel 2017 da governo, CONI, FIGC, leghe e sindacati sportivi permette loro di individuare autonomamente i responsabili di comportamenti vietati e bandirli dagli stadi, come succede da tempo negli altri maggiori campionati europei.

La falla che rende inefficace il sistema

Il regolamento del campionato italiano — in linea con i protocolli internazionali — prevede che in caso di cori discriminatori l’arbitro possa sospendere la partita per qualche minuto e successivamente interromperla, se i cori dovessero continuare. Non importa se gli autori dei cori razzisti sono cinque o cinquemila, purché siano percepibili. Dopo la seconda interruzione le squadre devono lasciare il campo, per rientrarci soltanto su parere favorevole del responsabile dell’ordine pubblico, il quale ha facoltà di sospendere definitivamente l’incontro. A questo non si è mai arrivati: negli ultimi sei anni ci sono state soltanto quattro sospensioni temporanee, decisamente meno degli episodi discussi nello stesso periodo.

L’intervento degli arbitri è comunque soltanto il primo livello di valutazione dei casi, e anche quello più soggetto a errori: è comprensibile che arbitri e assistenti di gara non avvertano certi cori discriminatori, nelle situazioni più caotiche o nei casi più circoscritti. Il loro compito principale è la direzione della gara, cosa già di per sé impegnativa.

La giustizia sportiva viene chiamata in causa solo quando un episodio discriminatorio viene avvertito dagli addetti durante una partita. In quel caso il giudice sportivo può decidere di applicare una sanzione economica al club ritenuto colpevole o disporre la chiusura dei settori individuati dalle indagini, ricorrendo alla “responsabilità oggettiva”. Sono però dei provvedimenti sommari e per nulla specifici, dato che la giustizia sportiva si applica solamente a tesserati e affiliati alla struttura professionistica del calcio italiano: un tifoso qualunque non può essere punito dalla giustizia sportiva. Per questo motivo il giudice si rifà sulla società e sul settore dello stadio occupato dai responsabili, punendo così anche chi non ha colpe.

Chi può prendere provvedimenti nei confronti dei singoli tifosi sono i club e la giustizia ordinaria, ma solo una di queste funziona.

Chiunque assista a una partita di calcio in Italia deve infatti sottostare al regolamento di utilizzo degli stadi, che tra le sue norme vieta ogni forma di discriminazione. I club possono utilizzare i sistemi di sorveglianza degli stadi per individuare i responsabili di comportamenti vietati e allontanare coloro che violano il codice etico in vigore dal 2017. Il codice fu presentato inizialmente come la soluzione agli annosi problemi: da due anni i club hanno quindi uno strumento per tutelarsi e punire correttamente gli spettatori. Solo che quasi nessuno lo applica, come sostiene l’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive. La presidente, Daniela Stradiotto, ha parlato più volte negli ultimi anni di «profonde carenze e assenze delle società calcistiche e delle leghe, con eccezioni in rari casi, le quali lasciano che il modello di gestione sia “applicato” unicamente dalle forze ordine».

La giustizia ordinaria rimane quindi l’unico ambito in cui le discriminazioni vengono punite adeguatamente e nello specifico: caso per caso, spettatore per spettatore. Ma chiaramente interviene solo quando si verificano dei reati. Il razzismo nei luoghi pubblici è fra questi, e chi viene identificato incorre in una denuncia correlata dal cosiddetto DASPO, il divieto di accedere alle manifestazioni sportive che va da una durata minima di sei anni a un massimo di dieci. Ma le condotte incivili e aggressive, o i casi di razzismo meno evidenti e più controversi, cioè tutto quello che non costituisce reato, possono essere trattati soltanto dai club. In Italia non succede, e questo contribuisce in modo decisivo alla scarsa efficenza di tutto il sistema.

Un esempio recente che rende bene l’idea dell’importanza di una collaborazione efficace tra club e giustizia ordinaria viene dalla squadra inglese del Chelsea, che lo scorso luglio ha bandito a vita dal suo stadio un suo tifoso – uno solo – colpevole di aver rivolto plateali insulti razzisti a un giocatore avversario. Il provvedimento era stato comunicato con mesi di ritardo, ma solo per non compromettere le indagini in corso della polizia. Per la stessa partita, la dirigenza del Chelsea ha inoltre vietato l’ingresso allo stadio ad altri cinque tifosi, non colpevoli di reati ma per “linguaggi offensivi e comportamenti minacciosi e aggressivi”. In questi casi i club italiani non solo non agiscono ma minimizzano sostenendo che il fenomeno riguardi solo una minoranza dei loro tifosi, finendo così per proteggere quella stessa minoranza e mantenerla impunita.

Perché i club non agiscono?

L’impunità per episodi discriminatori accertati dal pubblico, evidentemente percepiti dai giocatori in campo, registrati da video accessibili a tutti, raccontati dalla stampa e discussi all’estero più di quanto si pensi, mostra come ci sia una diffusa e radicata tendenza da parte dei club a non prendersi responsabilità. Lo si nota dalla frequenza con cui presidenti, dirigenti e allenatori sminuiscono la gravità dei fatti non appena se ne presenta l’occasione.

Per Tommaso Giulini, presidente del Cagliari, i versi da scimmia rivolti l’anno scorso a Moise Kean dai tifosi sardi furono “strumentalizzati” dagli opinionisti di Sky Sport che gliene chiesero conto dopo la partita (opinionisti che peraltro furono definiti ripetutamente “moralisti”). Pochi giorni fa invece l’Hellas Verona ha scritto su Twitter – dopo i cori razzisti rivolti a Franck Kessie – di aver sentito “soltanto fischi per le decisioni arbitrali e poi tanti applausi”. Ha poi consigliato di “non scadere nei luoghi comuni ed etichette ormai scucite”, chiedendo “rispetto per Verona e i veronesi”. Dopo la sospensione di Atalanta-Fiorentina, il club bergamasco ha pubblicato un comunicato per condannare “ogni forma di discriminazione”, anche se non prenderà nessun provvedimento fra quelli a sua disposizione e non parla mai di razzismo.

Le giustificazioni – intenzionali o goffe che siano – arrivano spesso anche dai vertici dello sport italiano. Di recente il presidente del CONI Giovanni Malagò ha detto a Radio 24 che «è sbagliato se qualcuno fa “buu” a un giocatore di colore, ma è ancora più sbagliato quando uno che guadagna 3 milioni di euro all’anno si lascia cadere in area e magari è anche contento di prendere un calcio di rigore», sostenendo che una banale scorrettezza di gioco sia più grave del dare della scimmia a una persona per via del colore della pelle.

Se quindi la maggior parte dei club italiani di Serie A e Serie B non crede che il razzismo negli stadi sia un problema serio, come lascia intendere ogni settimana, per quale motivo dovrebbe impegnarsi per istituire autoregolamentazioni e sistemi di controllo interni – investendoci risorse per migliaia di euro – con lo scopo di punire chi si distingue per comportamenti discriminatori? Per quale motivo dovrebbe prendersi la grossa responsabilità di allontanare dallo stadio i propri spettatori, abbonati o giornalieri, magari inimicandosi influenti gruppi di tifosi organizzati composti da migliaia di persone? All’estero le società si muovono anche perché percepiscono gli episodi di razzismo non solo come disdicevoli, ma anche come ostacoli e limiti al loro business: al prestigio della squadra e del campionato in cui milita, alla vendita dei biglietti, alla serenità dei propri giocatori e della grande maggioranza dei propri tifosi. In Italia no, per il momento.

La questione del tifo organizzato

Il problema è reso ancora più complesso dal radicamento del tifo organizzato, ovvero dai gruppi ultras che da decenni comandano interi settori degli stadi italiani, diventati col tempo luoghi esenti da molte delle norme che regolano il funzionamento della nostra società. In tanti di questi ambienti è ormai nota e accertata la presenza di folti gruppi controllati o influenzati dalla criminalità organizzata o da gruppi politicizzati, e anche per questo i club ritengono che siano soltanto le forze dell’ordine a doversene occupare. Le due squadre più importanti e seguite del campionato italiano, Juventus e Inter, ne sono il miglior esempio.

Le indagini sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella curva della Juventus a Torino hanno accertato l’uso dei cori discriminatori come strumento di ricatto nei confronti della società per questioni legate al bagarinaggio. Solo di recente la dirigenza della Juventus, dopo essere stata criticata e punita per i rapporti avuti in passato con alcuni di questi esponenti del tifo organizzato, ha infine denunciato le persone che la ricattavano e ne ha favorito l’arresto. Anni fa una vicenda simile coinvolse il Milan di Silvio Berlusconi, poi parte civile nel processo che condannò per associazione a delinquere otto tifosi.

Quello dell’Inter è un caso che si lega invece alla politica, più che a moventi criminali. La curva dell’Inter, storico ritrovo dell’estrema destra lombarda, sostiene senza alcun problema che i cori razzisti non siano altro che una provocazione alla pari di tante altre, mettendo sullo stesso piano gli insulti gratuiti a un giocatore con i capelli lunghi in quanto giocatore con i capelli lunghi ai versi da scimmia nei confronti di un giocatore nero. Il tifo organizzato dell’Inter lo ha spiegato anche in un surreale comunicato stampa diffuso dopo le vicende di Cagliari, che è stato ripreso con incredulità anche dalla stampa estera.

La dirigenza dell’Inter non ha commentato il comunicato, né ha mai preso provvedimenti nei confronti degli spettatori che lo scorso dicembre ricoprirono con versi da scimmia il difensore senegalese del Napoli Kalidou Koulibaly facendo rimbombare il Meazza e vergognare migliaia di altri spettatori. La società lanciò successivamente una vasta iniziativa contro il razzismo e la discriminazione, apprezzata da tanti e ancora attiva, ma di importanza marginale in assenza di provvedimenti.

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