Pedro Sánchez, a sinistra, e Pablo Iglesias (AP Photo/Francisco Seco)
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  • martedì 16 luglio 2019

La Spagna è ancora senza governo

I negoziati dei Socialisti con l'altro partito di sinistra, Unidas Podemos, sembrano essere saltati: si rischia di dover ripetere le elezioni politiche

di Elena Zacchetti
Pedro Sánchez, a sinistra, e Pablo Iglesias (AP Photo/Francisco Seco)

La Spagna è senza un governo ormai dalla fine di aprile, quando si sono tenute le ultime elezioni legislative vinte dal Partito Socialista (PSOE) guidato dal primo ministro uscente Pedro Sánchez, ma senza la maggioranza assoluta dei seggi. Da allora la politica spagnola è entrata in una situazione di stallo, che dura ancora oggi. Il PSOE, infatti, non ha i seggi sufficienti per governare da solo: dopo le elezioni europee di fine maggio ha avviato una serie di colloqui con Unidas Podemos (UP), il secondo partito di sinistra in Spagna, per valutare la possibilità di un qualche tipo di alleanza o collaborazione. I negoziati però non sono andati come si aspettava Sánchez, che lunedì in un’intervista alla radio Cadena Ser ha dato la colpa del loro fallimento al leader di UP, Pablo Iglesias.

Il primo voto di fiducia a un eventuale governo Sánchez si terrà la prossima settimana: se dovesse fallire, inizierebbe una specie di “conto alla rovescia” che potrebbe portare la Spagna a ripetere le elezioni, come già successo tra il 2015 e il 2016.

Il fallimento dei negoziati tra PSOE e Unidas Podemos è stato il risultato di settimane di polemiche e diffidenze reciproche. Secondo la stampa spagnola, Sánchez e Iglesias si sarebbero scontrati in particolare sul possibile ruolo che dovrà avere UP nel nuovo governo. I Socialisti hanno infatti sostenuto per mesi di essere i veri vincitori delle elezioni di fine aprile, e di avere quindi acquisito il diritto di decidere praticamente in autonomia i membri del nuovo governo (il PSOE ha 123 seggi, contro i 42 di UP). Tra le soluzioni proposte da Sánchez, ha scritto la stampa spagnola, c’era far entrare nel prossimo Consiglio dei ministri alcuni tecnici vicini alle idee di UP, escludendo però la partecipazione di membri della direzione del partito, tra cui proprio Pablo Iglesias. Iglesias aveva criticato pubblicamente la proposta di Sánchez, sostenendo che l’idea di privilegiare “tecnici” a “politici” democraticamente eletti fosse una «mancanza di rispetto» per UP e una scelta «contraria allo spirito della democrazia».

La rottura – definitiva, secondo Sánchez – è arrivata venerdì scorso, quando Iglesias ha annunciato una votazione interna a UP per decidere cosa dovrà fare il partito al voto di fiducia in Parlamento previsto per la prossima settimana.

Il problema, hanno sostenuto sia il PSOE che alcuni esponenti di UP in disaccordo con la strategia di Iglesias, è il contenuto del testo sottoposto agli iscritti del partito. Alla domanda su cosa fare il prossimo 23 luglio, giorno del voto di fiducia, sono state previste solo due risposte, senza nessuna terza via intermedia: o appoggiare un governo in solitario del PSOE – opzione preferita dai Socialisti che però non trova molto favore in UP – oppure insistere con l’idea della coalizione, su cui però i due partiti hanno già mostrato di essere in profondo disaccordo. Nell’intervista di lunedì a Cadena Ser, Sánchez ha criticato la votazione indetta da Iglesias e ha sostenuto che fosse solo un modo per far saltare i negoziati senza prendersene la responsabilità. Da parte sua, Iglesias ha accusato il PSOE di non avere mai avuto davvero l’intenzione di trovare un accordo con UP, e di avere messo in piedi una farsa solo per giustificare i tentativi agli occhi dei suoi elettori.

La situazione ora sembra molto ingarbugliata. Le dichiarazioni di Sánchez hanno reso ancora più improbabile – anche se non impossibile – un accordo a sinistra tra PSOE e UP. L’accordo non è comunque l’unica via di Sánchez per ottenere la fiducia del Parlamento. Negli ultimi giorni il leader del PSOE ha invitato i due principali partiti di destra spagnoli, Ciudadanos e il Partito Popolare (PP), ad astenersi per garantire la formazione di un suo governo, parlando di una scelta basata sulla “responsabilità nazionale”. Per ora, comunque, non ha ricevuto risposte positive.

Sánchez ha detto di non essere nemmeno riuscito a parlare con il leader di Ciudadanos, Albert Rivera, che si sarebbe negato al telefono.

Ancora più incerta sembra essere la posizione del PP, principale partito di destra del paese che però alle ultime elezioni ha ottenuto il peggior risultato della sua storia. Il suo leader, Pablo Casado, aveva inizialmente escluso la possibilità di tornare a nuove elezioni, per il timore di fare ancora peggio rispetto alle legislative di aprile. Ora la situazione è leggermente cambiata. Anche se il PP non sembra avere recuperato i voti persi ad aprile, soprattutto a favore di Vox (estrema destra) e Ciudadanos (centrodestra), Casado ritiene di essere in una situazione migliore rispetto a qualche mese fa: come ha scritto il quotidiano online il Diario, il leader del PP considera un’opportunità quello che sta succedendo a sinistra del PSOE, con l’uscita da UP di Íñigo Errejón, ex braccio destro di Iglesias ma da qualche tempo in rottura completa con la dirigenza del suo ex partito. La speranza di Casado è che Errejón si presenti alle prossime elezioni nazionali sottraendo voti all’ala sinistra del PSOE e all’ala moderata di UP, creando così un terzo polo a sinistra, come è successo a destra con l’emergere di Vox.

Se Sánchez non dovesse ottenere la fiducia del Parlamento nella votazione di venerdì prossimo, in cui è richiesta la maggioranza assoluta, avrà una seconda possibilità due giorni dopo, quando si terrà una seconda votazione in cui è richiesta solo la maggioranza semplice. Se nemmeno il secondo voto porterà a un governo, le forze politiche spagnole avranno due mesi di tempo per mettersi d’accordo prima che il Re sciolga le Camere e indica nuove elezioni.

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