Una nave del NOAA lavora ad alcune rilevazioni nel Golfo del Messico, sull’acqua sono visibili chiazze di petrolio (NOAA via AP)
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  • domenica 30 Giugno 2019

La perdita di petrolio nel Golfo del Messico che dura da 14 anni

Secondo la compagnia che possedeva la piattaforma perde 15 litri di petrolio al giorno, una nuova ricerca indipendente stima che siano 1000 volte tanto

Una nave del NOAA lavora ad alcune rilevazioni nel Golfo del Messico, sull’acqua sono visibili chiazze di petrolio (NOAA via AP)

Una nuova ricerca ha scoperto che una perdita nel Golfo del Messico, iniziata nel 2004 dopo l’affondamento di una piattaforma di estrazione, comporta la fuoriuscita giornaliera di almeno 17mila litri di petrolio ogni giorno, contro i 15 litri dichiarati dalla società proprietaria del pozzo. La perdita è a una ventina di chilometri al largo della costa della Louisiana (Stati Uniti), dove si trovava una piattaforma di Taylor Energy Company, gravemente danneggiata dall’uragano Ivan. Da più di 14 anni, l’intrico di tubi sul fondale marino perde petrolio, comportando un danno ambientale la cui estensione è da tempo dibattuta.

Taylor Energy ha venduto i propri beni nel 2008 e non è più completamente operativa, ma è comunque sottoposta a un’ordinanza federale che le ha imposto di bloccare la perdita. Da anni la società sostiene che la perdita sia contenuta e che le chiazze di materiale oleoso che periodicamente affiorano dal fondale siano dovute ad alcuni sedimenti, impregnati di petrolio, che si sono formati intorno a quel che resta della piattaforma.

Secondo gli esperti dell’Università statale della Florida e della National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), l’agenzia federale statunitense che ha tra i suoi compiti lo studio degli ambienti marini, le cose stanno invece andando diversamente. Nella loro ricerca dicono di avere trovato dati che contraddicono le conclusioni sostenute da anni da Taylor Energy.

I ricercatori hanno stimato che ogni giorno la perdita rilasci circa 108 barili di petrolio (17mila litri), e che le chiazze che risalgono verso la superficie marina siano il risultato di gas e altro materiale persi da diversi pozzi sottomarini. Le conclusioni sono state rese possibili grazie a nuovi sistemi per misurare la concentrazione del petrolio in acqua e il percorso che seguono gli idrocarburi, una volta fuoriusciti dal fondale.

Cioè che c’era (a sinistra) e ciò resta della piattaforma e delle tubazioni sottomarine dopo l’uragano Ivan (a destra) – Università statale della Florida / NOAA

Dopo l’incidente del 2003, la storia della perdita di Taylor Energy finì velocemente nel dimenticatoio e fuori dall’attenzione di molte agenzie degli Stati Uniti. Le cose cambiarono dopo il 2010, quando furono intensificate le analisi delle immagini satellitari del Golfo della Louisiana, per valutare l’impatto ambientale del disastroso inabissamento della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon di BP. L’enorme danno ecologico portò a una maggiore attenzione, e a riconsiderare gli effetti della perdita sottomarina dove c’era la piattaforma di Taylor Energy.

Il nuovo studio potrebbe complicare le cose per Taylor Energy e dimostra quanto sia difficoltoso tenere sotto controllo le attività degli estrattori di petrolio, in un’area molto estesa come quella del Golfo del Messico. La notizia della ricerca è inoltre arrivata a pochi giorni di distanza dalla decisione del governo di Donald Trump di modificare alcune leggi che erano state approvate per tutelare meglio l’ambiente. Trump dallo scorso anno vuole incentivare una ripresa delle estrazioni nelle acque statunitensi, una scelta che potrebbe mettere a rischio numerosi ecosistemi marini. Alcuni piani di espansione del settore sono comunque stati osteggiati con ricorsi in tribunale, che ne stanno rallentando od ostacolando gli sviluppi.