Quanti soldi sono “abbastanza soldi”?

In uno dei dibattiti contemporanei più importanti si discute di quanti soldi si possono stampare per stimolare l'economia prima di fare danni e su chi decide quando è tempo di fermarsi

di Davide Maria De Luca

La scultura che simboleggia l'euro fuori dalla sede della Banca Centrale Europea. (Hannelore Foerster/Getty Images)
La scultura che simboleggia l'euro fuori dalla sede della Banca Centrale Europea. (Hannelore Foerster/Getty Images)

Vi siete mai chiesti quanti soldi esistono al mondo? Se sommiamo tutte le monete esistenti, tutte le banconote e i conti correnti arriviamo a circa 40 mila miliardi di dollari, migliaio di miliardi di dollari in più o in meno. Questi sono tutti i soldi che esistono in forma “liquida”, cioè immediatamente accessibile. Tutti sanno che si tratta di una grandezza importante. Il denaro consente gli scambi che rendono possibile la moderna economia e la quantità di denaro in circolazione deve essere attentamente controllata. Troppa e si crea inflazione e i prezzi aumentano, troppo poca e i prezzi calano e l’economia ristagna.

Questa regola generale, chiamata “teoria quantitativa della moneta”, però non è molto d’aiuto quando governi e banche centrali devono decidere concretamente quanti soldi mettere in circolazione. Esagerando in un senso ci si è trovati davanti l’iperinflazione come quella sperimentata in questi anni dal Venezuela. Quando invece si sono fatte scelte eccessivamente prudenti si è rischiato il collasso per le ragioni opposte, come è accaduto in Europa durante la crisi dell’eurozona. Espressa in termini accademici è la questione di quanti stimoli monetari si possono dare senza rischiare iperinflazione o peggio. Ma in parole più semplici si può riassumere in una domanda: quanti soldi sono “abbastanza soldi”?

Banche centrali ed eurozona
L’ultima volta in cui in Europa ci siamo posti questa questione è stato lo scorso marzo quando il governatore della BCE Mario Draghi ha annunciato un nuovo stimolo monetario sotto forma di prestiti al sistema bancario ad un tasso di interesse molto conveniente (praticamente un sussidio, ha detto lo stesso Draghi). Il prestito si chiama TLTRO ed è una manovra “espansiva” che cioè contribuisce ad aumentare il denaro in circolazione (in gergo si dice anche che è una mossa “dovish”, ossia da “colomba”). In questo suo essere “espansivo” il prestito è molto simile a un’altra operazione straordinaria fatta dalla BCE, il famoso Quantitative Easing, terminato a fine 2018, con il quale la BCE ha creato 2.500 miliardi di nuovi euro che ha poi usato per comprare obbligazioni e altri titoli direttamente dai portafogli delle banche: un sistema ritenuto ancora più diretto rispetto al TLTRO per mettere soldi in circolazione e con il beneficio aggiuntivo che contribuiva a sostenere il prezzo dei titoli di stato.

Ma come tutte le mosse espansive da “colombe”, anche il TLTRO ha i suoi avversari: quelli secondo cui l’inflazione va evitata ad ogni costo e la stabilità dei prezzi è il valore più importante da difendere, quelli che generalmente vengono chiamati “falchi”. Questi ultimi guardano con sospetto alle manovre espansive, TLTRO o QE che siano, e preferirebbero un ritorno ai vecchi tempi, quando le banche centrali si limitavano a manipolare il tasso di interesse. In Europa non c’è nessuno più falco della Bundesbank, la banca centrale tedesca, e il falco per eccellenza è il suo presidente, Jens Weidmann. Al culmine della crisi, quando i governi europei faticavano a raccogliere le risorse necessarie a creare un fondo salva stati davvero in grado di evitare il default di paesi come Spagna e Italia, Weidmann fu l’unico membro del consiglio direttivo della banca ad opporsi al piano del presidente Mario Draghi, che consentiva la stampa di denaro senza limiti per salvare uno stato membro dell’eurozona. Il premio Nobel per l’economia Paul Krugman ha scritto che le decisioni di Weidmann all’epoca, se ascoltate, avrebbero potuto «distruggere l’unione monetaria europea».

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Da allora la Bundesbank è stata costantemente messa in minoranza dalla maggioranza formata dalle “colombe” nel consiglio direttivo della BCE e Weidmann ha finito con il moderare il suo atteggiamento – secondo molti con l’obiettivo non secondario di migliorare le sue possibilità di diventare il successore di Draghi. Negli ultimi anni ha votato a favore del QE e dei vari prestiti TLTRO, compreso quello dello scorso marzo. La divisione tra i sostenitori delle due posizioni, però, rimane. Il mandato di Draghi scade a novembre e in molti si domandano quale sarà il futuro della BCE. Se l’economia dovesse continuare a ristagnare o se ci dovesse essere una nuova crisi, il nuovo presidente avrà il coraggio di intraprendere nuove misure di espansione monetaria originali e mai sperimentate? O preferirà la prudenza, l’austerità e la ristrettezza?

L’arte del banchiere centrale
Il problema è che non esiste una legge, una regola o un modello che ci aiuti a capire con assoluta certezza quando il denaro è abbastanza. Se a questo si aggiunge anche il fatto che creare denaro è solo il primo problema, poiché una volta creato bisogna trovare il modo di metterlo in circolazione, si comprende come quella monetaria, più che una scienza, è spesso a un’arte. Tutti sono d’accordo nel dire che Mario Draghi è il miglior banchiere centrale al mondo, ma nessuno saprebbe descrivere esattamente cosa lo rende tale. Lo stesso si potrebbe dire a proposito di Michelangelo e la scultura.

Tuttavia per la gran parte della storia umana la risposta alla nostra domanda è stata abbastanza ovvia. Anzi, la domanda stessa non aveva molto senso. La quantità di denaro era fissa, vincolata alla quantità di oro in circolazione, o a quella dell’argento o di qualsiasi altro oggetto usato in un certo momento come moneta (in Africa e Asia monete-conchiglie sono state usate fino all’inizio dell’Ottocento, mentre sono ancora considerate valuta legale in alcune zone della Papua Nuova Guinea).

La storia dell’umanità e della moneta, infatti, è stata per gran parte la storia di un sistema metallico, in cui il denaro disponibile coincideva con la quantità di oro e argento in circolazione. In un sistema come questo non c’è molto che si possa fare quando la moneta è troppa o troppo scarsa. Nei lunghi secoli di caos e disordine seguiti alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, ad esempio, la scarsità di metallo prezioso strangolò l’economia europea che in molti luoghi fu costretta a tornare al baratto. Mille anni dopo, quando i conquistadores tornarono in Spagna con navi cariche dell’oro e dell’argento saccheggiato nel Nuovo Mondo, l’Europa fu travolta dall’inflazione e i prezzi si moltiplicarono nel giro di pochi decenni.

Col passare dei secoli la crescente complessità del sistema finanziario permise in parte  di ovviare al problema. I cambiavalute, che per lungo tempo avevano custodito l’oro dei loro clienti in cambio di pagherò e cambiali, scoprirono che potevano aumentare il denaro in circolazione se stampavano “pagherò” per un valore superiore a quello dell’oro e dell’argento che avevano fisicamente in deposito – nel farlo contavano sul fatto che fosse molto improbabile che tutti i loro clienti chiedessero contemporaneamente la restituzione dei loro depositi. Gli stati cominciarono presto a interessarsi a questo fenomeno, chiamato “riserva frazionaria” poiché i cambiavalute, divenuti oramai moderne banche commerciali, tenevano in riserva solo una “frazione” del denaro ricevuto in deposito mentre prestavano il resto.

Alle banche commerciali furono imposte regole su quanto e come prestare e su quante riserve tenere da parte. Furono create banche centrali, delle banche delle banche che per lungo tempo rimasero istituti privati sottoposti a speciali controlli. Con il tempo i loro poteri si accrebbero fino a diventare, insieme alle zecche, le uniche autorizzate a stampare banconote. Le banche commerciali continuarono ad avere il potere di creare moneta, ma lo facevano non più stampando direttamente banconote, ma semplicemente facendo credito (esempio: se una banca ha ricevuto versamenti di valore 100 e fa un prestito di valore 50, in circolazione ci sarà in tutto un valore di 150). Le nuove banche centrali e i governi potevano influenzarle in questo processo, ad esempio modificando i requisiti per le riserve frazionarie modificando i tassi di interesse con cui prestavano loro i soldi (alzandoli, ad esempio, rendono più costoso il denaro e ne riducono la quantità in circolo, abbassandoli ottengono invece l’effetto opposto).

Insomma, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, le innovazioni finanziarie avevano reso più flessibile il sistema metallico, ma senza cancellarne completamente la rigidezza di fondo. La massa monetaria rimaneva più o meno fissa, vincolata alla quantità di oro detenuto nei forzieri del paese in questione. In tempo di crisi era relativamente frequente sospendere temporaneamente la convertibilità in oro della propria valuta (il Regno d’Italia lo fece in due occasioni poco dopo l’unificazione) e quando alla fine della Prima guerra mondiale l’Europa si trovò in rovina, piena di debiti e bisognosa di denaro, il sistema basato sull’oro fu abbandonato in massa. Il valore delle valute non era più agganciato a qualcosa di reale, l’oro oppure un’altra moneta a sua volta agganciata all’oro, ma era soltanto frutto della volontà degli stati di imporne la circolazione. Era moneta fiat, denaro che esisteva in virtù della pura volontà dello stato. Improvvisamente i soldi non erano più una quantità finita. La moneta fiat poteva in teoria essere stampata all’infinito.

Questo primo periodo di moneta fiat fu caratterizzato da anarchia, instabilità e guerre monetarie in cui furono messi in mostra tutti i pericoli che può avere gestire in maniera poco accorta la quantità di denaro in circolazione. Il caso più noto è quello della Germania che nel tentativo di ripagare le enormi riparazioni che le erano state imposte dai vincitori della Prima guerra mondiale stampò milioni e milioni di marchi, generando una delle più spettacolari iperinflazioni della storia. Per comprare un marco d’oro nel 1918 era necessario un marco di carta. Nel 1923, al picco dell’inflazione, per acquistare un marco d’oro servivano mille miliardi di marchi di carta. Sostanzialmente, le banconote avevano smesso di avere un qualsiasi valore. Pochi anni dopo, allo scoppio della crisi del 1929 accadde l’esatto opposto. Nel frattempo diversi paesi erano ritornati al sistema aureo, mentre altri non ne erano mai usciti. All’arrivo della recessione, si trovarono tutti impossibilitati dal vincolo aureo a crea la moneta necessaria a salvare le banche in crisi e a sostenere l’economia, con il risultato di rendere ancora più gravi e duraturi gli effetti della Grande Depressione.

Fu in quegli anni che iniziò ad affermarsi quello che ancora oggi rappresenta un’importante aggiunta alla teoria quantitativa della moneta (quella secondo cui troppo denaro causa inflazione, troppo poco produce deflazione). Ossia l’idea elaborata soprattutto dal grande economista John Maynard Keynes che in tempi di recessione e rallentamento economico stati e banche centrali devono intraprendere misure espansive per sopperire alla sparizione di domanda privata dall’economia. Alla fine della Seconda guerra mondiale queste intuizioni furono inserite nel complesso sistema di istituzioni e regole finanziarie internazionali uscito dagli accordi di Bretton Woods  che Keynes ebbe una parte importante nel perfezionare (anche se probabilmente non importante come avrebbe voluto).

Quello nato con Bretton Woods e diffuso in tutto il mondo occidentale (l’Italia entrò a farne parte negli anni Sessanta) era un sistema parzialmente legato all’oro, nel senso che il valore di tutte le monete dei paesi che ne facevano parte era vincolato al dollaro, il quale era a sua volta vincolato e convertibile in oro (ed era l’unica moneta ad esserlo). In questo modo il dollaro, sostenuto dalla potenza economica, finanziaria e militare degli Stati Uniti, finì con il diventare una sorta di sostituto dell’oro stesso: il mezzo di scambio di maggiore affidabilità e quindi necessario agli scambi internazionali tra paesi con monete differenti.

Fin dagli anni Sessanta, però, il sistema che legava l’oro al dollaro aveva cessato di aver qualsiasi valore che non fosse simbolico. Come tutti i sistemi aurei precedenti, anche Bretton Woods si era trovato di fronte alla necessità di superare la ristrettezza nelle riserve auree mondiali. Bisognava scegliere: o accettare che nel mondo non ci fossero abbastanza dollari per rendere possibile il commercio internazionale, o accettare che non ci fosse abbastanza oro per rendere convertibili tutti i dollari in circolazione. Com’era prevedibile venne fatta la seconda scelta e a partire dagli anni Sessanta gli americani non avevano più abbastanza oro con cui coprire le emissioni di dollari.

All’inizio degli anni Settanta, sotto la spinta di pressioni interne e internazionali, il presidente americano Richard Nixon decise di ammettere che il sistema basato sull’oro non esisteva più. Quando nel 1971 annunciò la fine della convertibilità dei dollari in oro, Nixon diede inizio alla nuova epoca di moneta fiat nella quale ci troviamo ancora oggi. In quest’epoca di “moneta della volontà” sono spariti i limiti che un tempo costringevano le politiche monetarie. Senza vincoli a metalli preziosi non ci sono più confini alle possibilità di creare moneta, con tutte le opportunità e i rischi che questo comporta. Le banche centrali sono divenute capaci di fantastiche operazioni come il QE della BCE, con cui la banca centrale europea ha creato 2.500 miliardi di euro in tre anni, o l’ancora più ambizioso piano della Banca Centrale del Giappone, che puntava raddoppiare in due anni la quantità di denaro in circolazione in tutto il paese. Ma quando quelle che si maneggiano sono quantità di denaro così grandi diviene inevitabile porsi alcune domande. Quanto denaro è abbastanza, ovviamente. Ma anche chi è che decide come spenderlo. E chi è il fortunato che lo riceve.

Il banchiere centrale oggi
«C’era un tempo non troppo lontano in cui fare il banchiere centrale era considerato un lavoro noioso e poco eccitante». Nell’aprile del 2013, un anno e mezzo dopo essere diventato presidente della BCE, Mario Draghi si rivolgeva così agli studenti e professori dell’Università di Amsterdam. Dopo una delle sue pause teatrali che lo hanno reso famoso, Draghi proseguì: «Posso dire con certezza che quel tempo è passato».


(il video funziona, nonostante manchi l’anteprima)

Il discorso di Draghi è arrivato poco meno di un anno dopo il famoso “whatever it takes”, l’annuncio fatto al culmine della crisi dell’eurozona con cui il presidente della BCE avvertiva gli speculatori che sarebbe stato disposto a fare “qualsiasi cosa si fosse rivelata necessaria” pur preservare l’euro. L’annuncio fu seguito poco dopo dall’approvazione dell’OMT, il piano straordinario che prevedeva la stampa di denaro senza limiti per acquistare titoli di stato di un paese in crisi. Il prezzo della misura è che il paese oggetto dell’aiuto si impegni ad accettare un pacchetto di specifiche riforme politiche ed economiche da concordare con la Commissione Europea. Mentre pronunciava il suo discorso agli studenti di Amsterdam, Draghi probabilmente non poteva fare a meno di pensare a quanto fossero lontani i tempi in cui il compito degli anonimi banchieri centrali era limitarsi a regolare i tassi di interesse.

Dalla fine di Bretton Woods le cose però sono cambiate parecchio. Dopo il decennio da incubo che erano stati gli anni Settanta, quando una serie di crisi politiche, economiche, finanziarie e internazionali aveva contribuito a far schizzare l’inflazione verso l’alto, i banchieri centrali decisero che senza più l’oro a tenere a freno la fame di moneta degli stati, sarebbero stati loro ad ergersi a guardiani dei prezzi. Con gli anni Ottanta cominciò il trentennio che oggi va sotto il nome di Grande Moderazione, un periodo di prudenza e austerità monetaria, iniziata quando i banchieri centrali misero freno all’inflazione (o credettero di farlo) imponendo draconiane misure anti-inflazione (come l’innalzamento dei tassi di interesse).

Il denaro da mettere in circolo veniva calcolato sulla base di precise formule e modelli: abbastanza da favorire gli scambi e assecondare la crescita economica, ma non tanto da causare il superamento di una soglia simbolica di inflazione, fissata di comune accordo al 2 per cento (nei paesi in via di sviluppo in genere viene fissata in genere al 3-4 per cento, per tenere conto di una crescita mediamente più dinamica). Questo principio è scritto nelle convenzioni internazionali e nei trattati europei che impongono l’indipendenza delle banche centrali dal potere politico che andò affermandosi in tutto il mondo sviluppato negli anni Ottanta. Questi principi di prudenza e austerità, sostenuti nell’accademia dalla cosiddetta scuola di Chicago, uniti alla lezione di Keynes sulla necessità di stimolare l’economia in tempi di recessione, produssero un trentennio di stabilità e crescita economica.

La Grande Moderazione, però, è terminata con la crisi finanziaria del 2007-2008 a cui è seguita una delle peggiori recessioni da un secolo a questa parte. Le opinioni divergono sul perché di questo fallimento. Per alcuni economisti la colpa è del progressivo allontanarsi dalla prudenza monetaria, iniziato dalla FED nei primi anni Duemila. Per altri invece la Grande Moderazione è stata un successo molto meno spettacolare di quanto si creda, poiché avrebbe contribuito a preparare il terreno alla crisi, permettendo alle diseguaglianze di allargarsi e creando un fragile strato di sottoccupati.

Quello su cui tutti concordano è che la crisi ha messo duramente alla prova l’ortodossia raggiunta nei noiosi e poco eccitanti decenni citati da Draghi nel suo discorso di Amsterdam. La crisi è stata così profonda che le banche centrali sono dovuto ricorrere a tutto il loro arsenale e hanno utilizzato le loro armi in modi che fino a poco tempo fa si ritenevano possibili solo in teoria. Il tasso di interesse, ad esempio, è stato portato sotto lo zero e oggi si discute di come portarlo ancora più in basso in caso di nuova recessione. Quando gli strumenti tradizionali non sono bastati se ne sono creati di nuovi, come i Quantitative Easing, operazioni a “mercato aperto” con cui le banche centrali hanno creato migliaia di miliardi di euro per acquistare titoli di stato e altre obbligazioni a lungo termine direttamente dal portafogli di alcuni selezionati istituti finanziari.

Tra 2007 e 2008, la FED americana ha fornito al sistema bancario americano in crisi una sorta di “assegno in bianco” prestando tutto il denaro necessario, in termini estremamente generosi, per evitare il disastro (arrivando nel momento culminante a prestare mille miliardi di dollari al sistema). Grazie ai vari QE, tra il 2008 e il 2014, è passata da possedere 800 miliardi di dollari in titoli di stato ad averne oltre 2.000. La Banca del Giappone, la Banca d’Inghilterra e tutte le altre principali banche del mondo l’hanno seguita su questa strada. La BCE, sotto l’influenza della Bundesbank, è stata l’ultima a percorrere questo sentiero espansivo, ma alla fine anche lei ha ceduto al QE ed è arrivata a raddoppiare il suo bilancio. Oggi la BCE possiede da sola circa 4 mila miliardi di euro in obbligazioni e altri titoli, una cifra che è circa il doppio dell’intero debito pubblico dell’Italia.

Ma anche questo continua a non sembrare abbastanza. Dopo anni di stimoli monetari straordinari gli Stati Uniti hanno raggiunto il tasso inflazione obiettivo del 2 per cento, ma sembra che faranno fatica a restarci se allenteranno e le misure espansive come previsto. In Giappone raddoppiare i soldi in circolazione e mantenere il deficit pubblico intorno al 5 per cento negli ultimi anni non è riuscito a portare l’inflazione all’uno per cento e l’Europa non è messa molto diversamente, nonostante decine di milioni di persone rimangano disoccupate o sottoccupate. Oggi le aspettative di un rialzo dell’inflazione sono più basse rispetto a quando la BCE doveva dispiegare tutti i suoi nuovi mezzi espansivi nel 2011 e 2012.

L’apparente scomparsa dell’inflazione e le possibilità e i rischi che comporta sono stati al centro dell’ultimo forum di Sintra, in Portogallo, dove ogni anno la BCE raduna economisiti e banchieri centrali per discutere di problemi monetari. A Sintra, come in altri dibattiti in questi anni, sono state fornite varie spiegazioni per questo fenomeno. Secondo i più tradizionali, siamo di fronte a un semplice “ritardo” nella trasmissione delle politiche monetarie. Non appena le masse monetarie create negli ultimi anni inizieranno a circolare, ossia non appena l’economia reale si accorgerà di quanto sono aumentati i soldi in circolazione, l’inflazione riprenderà a muoversi e le banche centrali potranno, almeno in parte, ritornare al loro vecchio e noioso lavoro.

– Leggi anche: Che fine ha fatto l’inflazione?

Per alcuni invece i problemi sono altri. Ad esempio, l’invecchiamento della popolazione, la crescente precarizzazione e la decadenza dei sindacati che hanno indebolito la capacità dei lavoratori di ottenere salari più alti. Con gli stipendi fermi ai livelli di prima della crisi (e in paesi come l’Italia da oramai un ventennio), una delle principali spinte all’inflazione si è indebolita. Il commercio mondiale la concorrenza dell’Asia avrebbero contribuito a tenere basso il prezzo del lavoro e quello dei beni, mentre il calo nel prezzo del materie prime (in particolare quello del petrolio) hanno ulteriormente indebolito le spinte inflattive.

Chi ritiene che l’inflazione sia soltanto in ritardo e che il rischio di esplosione dei prezzi rimanga comunque in agguato, pronto ad aggredire quei paesi che avranno politiche monetarie troppo lasche, appartiene di solito ai falchi. All’estremo opposto si trovano coloro secondo i quali, visti i cambiamenti degli ultimi anni, lo spazio per aumentare i soldi in circolazione è ancora parecchio. I più radicali tra loro sono i sostenitori della Modern monetary theory, o MMT, una dottrina economica non ortodossa che negli ultimi anni è stata discussa in maniera sempre più seria (anche se in genere per liquidarla come sbagliata da parte degli economisti più ortodossi). Secondo i sostenitori, uno stato può sempre stampare tutto il denaro di cui ha bisogno e può usarlo per generare piena occupazione o per investirlo in grandi progetti infrastrutturali o ambientali. L’inflazione, sostengono, nasce soltanto quando l’economia raggiunge una barriera allo sviluppo non più superabile: ad esempio quando raggiunge la piena occupazione, oppure quando raggiunge un limite alle risorse naturali che impedisce di aumentare ulteriormente la produzione.

A grandi linee, moltissimi economisti e banchieri centrali sono d’accordo con questi principi e spesso è difficile distinguere in cosa i più moderati proponenti della MMT differiscano da economisti progressisti che propugnano pratiche più espansive di quelle attuate dalle attuali banche centrali. Oggi, la posizione dei falchi, secondo i quali le banche centrali dovrebbero occuparsi quasi esclusivamente della stabilità dei prezzi senza rischiare di immischiarsi in altre questioni, è minoritaria sia tra gli accademici che tra gli stessi banchieri centrali. La posizione “mainstream”  è probabilmente una via di mezzo tra l’estremismo austero dei falchi e l’eccessiva generosità dei sostenitori della MMT. Il consenso è che di fronte a nuove crisi o a un’ulteriore persistenza della stagnazione le banche centrali dovranno continuare le loro politiche espansive e, se necessario, ricorrere anche a nuovi e originali strumenti per trasmettere il denaro creato all’economia reale. Come ricordava qualche tempo fa il Financial Times, «sperimentale» non è una parola alla quale di solito i banchieri centrali vogliono essere associati, ma potrebbe essere quello di cui l’Europa – e forse il resto del mondo – ha bisogno.

Ma se sarà questa la strada che verrà percorsa, una strada che porterà a un coinvolgimento ancora più diretto delle banche centrali nella vita politica, sociale ed economica dei nostri paesi, le domande con cui abbiamo aperto questo articolo diventeranno ancora più impellenti. Chi deciderà come spendere le migliaia di miliardi che le banche centrali continueranno a stampare? A chi spetterà il compito di stabilire chi dovrà riceverli e a quali condizioni? Negli ultimi decenni l’indipendenza delle banche centrali è divenuto un assioma dal quale nessun leader politico od opinionista ragionevole si è voluto discostare.

Ma mano a mano che il potere delle banche centrali è cresciuto, di pari passo si è fatta più forte la richiesta che il loro operato sia sottoposto a un controllo democratico. È in parte inevitabile che accada quando una banca centrale raddoppia o triplica il suo bilancio e la circolazione di moneta in un paese: creando e distribuendo nella società miliardi e miliardi di euro, aumentano le richieste che questo immenso potere sia sottoposto a un qualche tipo di controllo. È questo, secondo molti, il modo di leggere le crescenti interferenze del potere politico nella gestione delle banche centrali che si vedono in molte parti del mondo. Da Donald Trump negli Stati Uniti, che ha criticato la FED per aver alzato i tassi di interesse, al Regno Unito, dove il Partito Laburista ha inserito nel suo programma un “QE del popolo”, la proposta di varare un programma di investimenti nelle comunità locali finanziato dalla Banca d’Inghilterra. Al centro del Green New Deal, proposto tra gli altri dalla deputata democratica Alexandria Ocasio-Cortez, c’è proprio in piano di investimento in tecnologie ambientali finanziato dalla FED.

La maggior parte dei banchieri centrali reagisce con un certo orrore a queste proposte. Pochi mesi fa, in un discorso all’Università del Sudafrica di Pretoria, Weidmann ha ricordato che la crisi ha spinto molte persone ad attribuire «superpoteri» alle banche centrali e ora questa credenza ne minaccia l’indipendenza. Per questo, sostiene, è bene che la BCE e le altre banche centrali tornino il prima possibile alla normale amministrazione e rinuncino ai loro “superpoteri”, così da scoraggiare i tentativi di limitarne l’indipendenza e sottoporle a un controllo pubblico. Banchieri centrali più moderati, come Benoît Cœuré, un alleato di Draghi all’interno del consiglio direttivo della BCE, ammettono che i nuovi poteri impongono alle banche centrali nuovi doveri di trasparenza e comunicazione, ma anche loro rimangono determinati nel difendere l’indipendenza delle banche centrali.

Difficile oggi prevedere cosa accadrà, ma in ogni caso non sembra che la nostra domanda iniziale sia destinata ad avere una risposta semplice nel prossimo futuro. In molti sembrano d’accordo sul fatto che fino a che ci saranno decine di milioni di disoccupati significherà che di soldi in circolazione non ce ne sono abbastanza. Questo però non ci aiuterà molto a prevedere in anticipo qual è la quantità esatta da creare, né il modo migliore per metterla in circolazione. Quello che forse sarà deciso con maggiore chiarezza è a chi spetterà il compito di deciderlo. E se fino ad oggi l’astro delle banche centrali indipendenti è sembrato splendere con forza, il futuro appare oggi sempre più politico. Bene o male che sia.