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  • venerdì 24 maggio 2019

Le morti per la troppa fila sull’Everest

Mercoledì 250 persone hanno provato a salire nello stesso giorno, e almeno due sono morte per aver passato ore ferme in coda

(EPA/PHURBA TENJING SHERPA)

Tra mercoledì e giovedì almeno due persone, un uomo e una donna, sono morte sull’Everest per le troppe persone presenti sulla montagna, che hanno causato lunghe code costringendo centinaia di alpinisti a passare ore fermi in attesa al gelo prima di poter proseguire con la salita o la discesa. Donald Lynn Cash, americano di 54 anni, e Anjali Kulkarni, indiana della stessa età, sono morti entrambi durante la discesa, dopo aver passato ore in fila a più di ottomila metri: la cosiddetta “zona della morte”, dove l’aria è così rarefatta che ogni piccolo sforzo richiede un enorme dispendio di energie.

Kalpana Das e Nihal Bagwan, due alpinisti indiani, sono la terza e la quarta vittima di questi giorni, scrive il Kathmandu Post: non è però chiaro se la loro morte sia direttamente attribuibile alle lunghe attese. Das è morto durante la discesa, e Bagwan una volta arrivato alla tenda nel campo allestito lungo la parete.

L’Everest, con i suoi 8.848 metri, è la montagna più alta del mondo ed è scalata ogni anno da centinaia di alpinisti, che nella stragrande maggioranza dei casi pagano migliaia di dollari per partecipare alle spedizioni commerciali. I mesi di aprile e maggio sono considerati i migliori per scalare l’Everest, perché sono quelli in cui il meteo è relativamente favorevole: la rapidità con cui cambia il tempo sulla montagna però è uno dei pericoli principali dell’ascesa, ed è normale per le spedizioni dover rimandare o annullare la scalata per le cattive condizioni. Anche in questo periodo, infatti, i giorni in cui è possibile scalare l’Everest sono molto limitati, nell’ordine di una dozzina o poco più all’anno.

I giorni di bel tempo, quindi, comportano un grande affollamento sulla montagna: quasi tutti quelli che scalano l’Everest lo fanno per una delle due “via normali”, cioè le più facili, una sul versante tibetano e una su quello nepalese, quella nettamente più frequentata. Questa via di salita consiste in un percorso ripido e stretto, fatto di cenge rocciose e creste innevate: per alcuni tratti si può passare in due, uno in salita e uno in discesa; per altri si passa uno per volta, come nel famoso Hillary Step, il passaggio più difficile della salita. In questi tratti, a causa dell’inesperienza di molti degli alpinisti che provano l’ascesa, e della lentezza dei movimenti a queste quote, capita spesso di dover passare molto tempo in attesa che il passaggio si liberi.

È quello che ha causato la morte di Cash e Kulkarni. Mercoledì c’è stata una finestra di bel tempo quasi senza precedenti, e per giunta quasi al termine della stagione delle scalate. In 250 hanno provato a scalare l’Everest: sono arrivati in cima in 200, stabilendo il nuovo record di ascensioni in un giorno. Kulkarni ha raggiunto la vetta con il marito, ma soltanto dopo aver passato ore bloccata in coda: è poi morta di stenti durante la discesa. Cash è morto pochi metri sotto l’Hillary Step, a 8.790 metri, dopo aver sofferto l’altitudine per le troppe ore passate in alta quota. Pasang Tenje, capo dell’agenzia che ha organizzato la sua spedizione, ha spiegato che era collassato non appena arrivato in cima.

Le prime ascensioni all’Everest quest’anno sono cominciate il 15 maggio, e i morti sono state cinque. I corpi molto spesso vengono lasciati sulla montagna, perché anche quando non sono dispersi riportarli alla base costa diverse decine di migliaia di dollari.

Pasang ha ammesso che sono state le troppe persone in coda a causare la morte di Cash, ma ha chiesto al Kathmandu Times di non scriverlo per evitare di danneggiare «il prestigio del paese». Soltanto martedì, infatti, diverse agenzie e i funzionari governativi che gestiscono il campo base dell’Everest avevano detto al giornale che era stata istituita una tabella per regolare le ascese, e che perciò l’eccessivo affollamento del tratto finale della via sarebbe stato improbabile. I funzionari erano coscienti del grande afflusso di persone di questi giorni, scrive il Kathmandu Times, ma contavano di riuscire a gestirlo.

L’affollamento della montagna è un problema vecchio e noto, ma il governo nepalese non è ancora riuscito a risolverlo. Ogni alpinista che vuole scalare la montagna deve richiedere un permesso al governo pagandolo circa 11mila dollari. Moltiplicati per le centinaia di richieste annuali, i permessi sono una notevole fonte di introiti per il paese, che è sempre stato restio a fare l’unica cosa che secondo molti risolverebbe il problema: ridurli drasticamente.

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