Adolf Hitler con Galeazzo Ciano il giorno della firma del Patto d'Acciaio, a Berlino (LaPresse Torino/Archivio Storico)
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  • mercoledì 22 maggio 2019

Ottant’anni fa venne firmato il Patto d’Acciaio

Fu il culmine dell'alleanza tra Germania nazista e Italia fascista, e per l'Italia non fu un gran successo diplomatico

Adolf Hitler con Galeazzo Ciano il giorno della firma del Patto d'Acciaio, a Berlino (LaPresse Torino/Archivio Storico)

Il 22 maggio 1939 fu firmato un “patto di amicizia e di alleanza” tra Italia e Germania, meglio noto come “Patto d’Acciaio”. Alla cerimonia, celebrata nel nuovo palazzo della Cancelleria del Reich appena finito di costruire, assistette l’allora dittatore tedesco Adolf Hitler: l’accordo fu firmato dai rispettivi ministri degli Esteri – Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop – con grande solennità, alla presenza dell’alto comando dell’esercito tedesco. Pochi mesi dopo sarebbe iniziata la Seconda guerra mondiale.

«Il patto di amicizia e di alleanza concluso oggi fissa e consacra in precisi impegni politici e militari quella profonda comunione di spiriti e di opere che esiste tra Germania nazista e Italia fascista», dichiarò Galeazzo Ciano subito dopo la firma, celebrata poi pubblicamente con manifestazioni di piazza. In effetti il Patto d’Acciaio strinse ancora di più l’alleanza tra l’Italia fascista e la Germania nazista, ma alcuni commentatori dell’epoca giudicarono la mossa svantaggiosa per l’Italia dal punto di vista diplomatico. Per capire perché occorre risalire alla nascita dell’alleanza tra i due paesi, di cui il Patto d’Acciaio fu il sigillo ufficiale ma che si formò alcuni anni prima.

Ciano, Ribbentrop e Hitler affacciati al balcone del palazzo della Cancelleria dopo la firma del Patto d’Acciaio (LaPresse Torino/Archivio Storico)

Le origini

Nel 1939 il regime fascista di Benito Mussolini era al potere da quasi vent’anni, mentre Hitler era al potere in Germania da molto meno, dal 1933. Entrambi avevano instaurato un regime dittatoriale – un sistema politico a partito unico – eliminando gli avversari politici, comprimendo le libertà civili e accentrando tutti i poteri nelle loro mani. L’avvicinamento tra Hitler e Mussolini, però, avvenne soprattutto dopo che l’Italia invase l’Etiopia, nel 1935, per provare a costruirsi un proprio impero coloniale. A causa di questa decisione, infatti, la Società delle Nazioni (una specie di antenato dell’ONU) sanzionò l’Italia, che rimase isolata dal punto di vista politico, dato che Francia e Inghilterra erano fortemente contrarie alla nascita di una nuova potenza coloniale. C’era un altro sentimento che univa il regime fascista e quello nazista: il risentimento per l’esito della Prima guerra mondiale e per il trattato che ne aveva sancito la pace, quello di Versailles del 1919. Per l’Italia era stata una “vittoria mutilata”, per la Germania una sconfitta totale.

— Leggi anche: Caporetto, la più grande sconfitta mai subita dall’esercito italiano

Dopo l’invasione dell’Etiopia del 1935 ci fu un altro evento che avvicinò ulteriormente Italia e Germania, cioè la guerra civile spagnola: entrambi i paesi infatti aiutarono con ingenti mezzi bellici e risorse economiche il Fronte Nazionale del futuro dittatore Francisco Franco, con lo scopo di guadagnare poi un alleato a guerra finita e trovarsi quindi meno isolati. Dopodiché, nel 1936, l’avvicinamento tra Mussolini e Hitler culminò negli accordi firmati il 25 ottobre con cui nacque l’Asse Roma-Berlino. Il nome deriva da un discorso che Mussolini tenne a Milano, in piazza Duomo, il successivo primo novembre:

Questa verticale Berlino-Roma non è un diaframma, è piuttosto un asse attorno al quale possono collaborare tutti gli Stati europei animati da volontà di collaborazione e di pace.

Verso il Patto

Anche se furono importanti, gli accordi di Berlino erano perlopiù formali. Nonostante le parole di Mussolini, poi, le intenzioni di Hitler non erano pacifiche né lo erano quelle italiane: entrambi nutrivano ostilità verso le altre potenze europee ed entrambi aspiravano a espandere il proprio «spazio vitale» (Lebensraum in tedesco), in particolare la Germania verso est. A partire dal 1938 cominciò quindi a emergere l’esigenza di concretizzare l’alleanza e renderla più vincolante dal punto di vista militare.

In realtà per un certo periodo Hitler non fu del tutto convinto della validità dell’Italia come alleato militare, anzi: nel 1937 aveva escluso questa possibilità. Secondo lo storico Renzo De Felice sul giudizio di Hitler influivano la scarsa considerazione che avevano molti ufficiali e uomini politici tedeschi dell’affidabilità italiana. L’anno seguente il quadro cambiò: a marzo ci fu l’Anschluss, l’atto con cui Hitler riuscì infine ad annettere l’Austria alla Germania e avvicinarsi così all’obiettivo di unificare i popoli germanici. Mussolini, che era stato sempre contrario all’intrusione dei tedeschi nella vicina Austria, accettò con difficoltà la mossa di Hitler, e la popolarità dell’Asse negli ambienti politici e militari italiani si ridusse notevolmente: persino il re a quel punto era contrario a un’alleanza militare con la Germania.

Pur non opponendosi all’Anschluss, Mussolini all’inizio del 1938 aveva avviato dei colloqui con l’Inghilterra per appianare alcuni scontri diplomatici che c’erano stati fino a quel momento, dovuti all’atteggiamento espansionistico italiano in Africa e in Spagna. Per evitare di perdere un alleato, quindi, Hitler cambiò idea sull’affidabilità italiana e cercò in tutti i modi di sigillare l’Asse tramutandolo in un accordo militare.

A maggio del 1938 ci fu la famosa visita di Hitler a Roma, accompagnato dal ministro degli Esteri Ribbentrop, proprio per convincere gli italiani a stringere l’alleanza. Nonostante le manifestazioni pubbliche solenni e spettacolari, in privato i colloqui tra italiani e tedeschi furono tesi e difficoltosi: Ribbentrop e Hitler tentavano di portare i discorsi su un piano concreto, mentre Mussolini e Ciano nicchiavano. Alla fine la visita non significò molto, almeno nell’immediato, dal punto di vista militare e concreto.

Tuttavia, durante i mesi successivi, la situazione si sbloccò. Mussolini considerava un suo successo personale il rapporto privilegiato che aveva con Hitler, ed era contrariato da tutti quelli che consideravano l’Asse troppo debole. Anche se in diversa misura, insomma, l’alleanza conveniva a entrambe le parti: Mussolini l’avrebbe voluta solo un po’ meno impegnativa di quanto chiedessero i tedeschi.

Non c’era margine di trattativa, però, e i tedeschi furono irremovibili, soprattutto dopo la conferenza di Monaco del settembre 1938, un incontro diplomatico tra tutte le potenze europee per spartirsi la Cecoslovacchia: nel paese viveva una minoranza di lingua tedesca, e Hitler minacciava di occuparlo. La conferenza era stata organizzata per cercare di arginarlo facendogli delle concessioni, con Mussolini stesso a fare da ponte diplomatico tra Francia, Inghilterra e Germania. Dopo la conferenza, che all’inizio fu giudicata da tutti un successo, Mussolini si rese conto che il bellicismo di Hitler non era diminuito (nel marzo del 1939 avrebbe comunque occupato la Cecoslovacchia) e che i suoi rapporti diplomatici con la Francia e con l’Inghilterra non erano sufficientemente solidi. Non gli rimaneva dunque scelta: cedere alle pressioni tedesche e stringere l’alleanza militare.

La natura del Patto

Il Patto d’Acciaio fu accettato quasi malgrado la volontà di Mussolini: era un’alleanza militare estremamente vincolante, come la volevano i tedeschi. Il giornale svizzero L’Express scrisse a giugno del 1939 che l’accordo faceva «dell’Italia, qualsiasi cosa succeda, un vassallo per i tempi di pace, un campo di battaglia per i tempi di guerra». La natura stringente del Patto d’Acciaio emerge soprattutto dall’articolo 3:

Se, malgrado i desideri e le speranze delle parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse trascinata in complicazioni belliche con un’altra o con le altre potenze, l’altra parte contraente si porrà immediatamente come alleato al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari per terra, per mare e nell’aria.

Aver firmato un accordo simile mise Mussolini in una posizione scomoda quando, il primo settembre del 1939, Hitler invase la Polonia: gli italiani erano impreparati a un’offensiva militare e dichiararono quindi la “non belligeranza”, termine inventato per l’occasione, con cui si voleva intendere l’appoggio politico alla Germania ma allo stesso tempo l’astensione dal conflitto armato. Il 10 giugno successivo, comunque, sarebbe arrivata «l’ora delle decisioni irrevocabili», e anche l’Italia sarebbe entrata in guerra a fianco della Germania.

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