Il Regno Unito vuole cambiare Internet

In meglio o in peggio? Una proposta governativa vuole punire i siti che permettono la pubblicazione di contenuti "pericolosi", soprattutto i social network

(AP Photo/dapd, Joerg Koch)

Lunedì 8 aprile il governo del Regno Unito ha presentato un white paper (cioè un documento informativo, non un provvedimento concreto) in cui propone di stabilire nuove regole per siti internet al fine di proteggere la sicurezza degli utenti online. Il documento si chiama “Online Harms” (PDF) ed è stato realizzato dal ministero per il Digitale, la cultura, i media e lo sport, in collaborazione con il ministero dell’Interno: prevede l’istituzione di un codice di condotta e di un “regolatore indipendente” che vigili sul comportamento delle società di internet e che abbia il potere di comminare multe, e bloccare i siti in caso di violazioni. Al momento è solo una proposta: durante le prossime 12 settimane ci sarà una consultazione pubblica per raccogliere pareri, in particolare da parte delle società che sarebbero direttamente coinvolte. Se la proposta in futuro diventasse legge, il Regno Unito sarebbe il primo paese al mondo a istituire un codice di condotta e una figura di controllo con così tanto potere sulla regolamentazione dei contenuti online.

La proposta non è del tutto nuova: nel programma politico del Partito Conservatore nel 2017 si parlava di un rafforzamento del controllo governativo sulle piattaforme online, anche se in maniera ancora piuttosto vaga. «L’era dell’auto-regolamentazione per le società online è finita», ha detto Jeremy Wright, ministro per Digitale, cultura, media e sport. «La tecnologia può essere uno strumento incredibile per contrastare gli abusi online, e vogliamo che contribuisca alla protezione degli utenti. Ma quelli che non lo fanno dovranno subire delle dure punizioni».

Cosa contiene la proposta
Saranno punibili tutti i siti su cui è possibile pubblicare contenuti, dai social network ai forum di discussione, oltre che i motori di ricerca; in particolare la proposta prevede che vengano sanzionati i siti che permettono la pubblicazione di contenuti che violino esplicitamente la legge, per esempio incitando alla violenza, mostrando abusi su minori, incoraggiando le persone a suicidarsi o facendo propaganda per il terrorismo. Accanto a questi reati saranno puniti anche comportamenti che hanno una connotazione legale più sfumata nel Regno Unito, come il cyber-bullismo, la diffamazione pornografica o la diffusione di notizie false.

Secondo il white paper, il codice di condotta obbligherebbe le società di internet a produrre resoconti annuali sulla quantità di contenuti dannosi pubblicati sulle loro piattaforme, e su cosa stanno facendo per affrontare il problema. Inoltre, in caso di reclami degli utenti, il codice costringerebbe le aziende ad agire rapidamente per rimuovere i contenuti pericolosi. Per quanto riguarda la diffusione di notizie false, alle società verrebbe richiesto di utilizzare servizi di fact-checking, in particolare nei periodi in cui si svolgono elezioni.

La proposta è stata sostenuta anche dalla prima ministra britannica Theresa May, che l’ha commentata dicendo che «Internet può essere splendido per connettere le persone di tutto il mondo, ma troppo a lungo le società non hanno fatto abbastanza per proteggere gli utenti, specialmente i bambini e i giovani, dai contenuti pericolosi. […] Le società che operano online devono iniziare ad assumersi la responsabilità per le loro piattaforme, e aiutare a ripristinare la fiducia in questa tecnologia».

Un rischio per la libertà d’espressione? 
Il codice di condotta proposto dal governo si applicherebbe a gran parte dei siti Internet ma è rivolto in particolare ai social media, accusati di non aver fatto abbastanza negli ultimi anni per salvaguardare la sicurezza degli utenti. Rebecca Stimson, responsabile della relazioni istituzionali per Facebook nel Regno Unito, ha commentato la proposta del governo britannico dicendo che «nuove regole sono necessarie, in modo da avere un approccio standard per tutte le piattaforme e cosicché le società private non siano lasciate da sole a prendere decisioni importanti», aggiungendo però che le nuove norme devono comunque garantire la libertà d’espressione. La preoccupazione di alcuni, infatti, è che la proposta possa trasformarsi in una legge fortemente limitativa per la libertà di parola e per la libertà della stampa su Internet, con il rischio che diventi una forma di censura per gli utenti, più che un sistema per proteggerli.

«La proposta del governo creerebbe una regolamentazione da parte dello Stato del diritto d’espressione di milioni di cittadini britannici», ha detto Jim Killock, a capo dell’associazione in difesa dei diritti civili Open Rights Group. Matthew Lesh, ricercatore presso l’Adam Smith Institute, un centro studi britannico di ispirazione neoliberista, ha definito la proposta uno «storico attacco alla libertà d’espressione e di stampa» e ha aggiunto che il governo «dovrebbe vergognarsi per aver portato la censura su Internet nel mondo occidentale». Delle possibili accuse di censura aveva parlato prima della pubblicazione della proposta il ministro Jeremy Wright, che a BBC Radio 4 aveva escluso che la proposta potesse contenere una qualsiasi forma di censura «in stile nord-coreano», specificando che il regolatore sarebbe indipendente dal governo, e che nel suo lavoro dovrebbe valutare tanto la libertà d’espressione quanto i danni che i contenuti pubblicati online potrebbero arrecare.

Cosa stanno facendo le società intanto
La proposta è stata fatta a pochi giorni dal massacro di Christchurch, in Nuova Zelanda, in cui l’attentatore aveva condiviso in live streaming il video dell’attacco, rimosso da Facebook solo 12 minuti dopo la sua conclusione (e nel frattempo diffusosi dappertutto). Facebook era stato molto criticato per non aver fatto abbastanza per impedire che contenuti del genere venissero pubblicati, e in molti avevano chiesto un maggiore controllo. In risposta ai fatti di Christchurch pochi giorni fa il Parlamento australiano ha approvato una legge che consente di multare le aziende di social network fino al 10 per cento del loro fatturato annuale, e di condannarne i dirigenti fino a tre anni di carcere, se non rimuoveranno “rapidamente” i contenuti violenti condivisi sulle piattaforme.

A fine marzo Facebook ha annunciato che vieterà tutte le forme di lode o appoggio al nazionalismo bianco e al separatismo bianco sulle piattaforme di sua proprietà, quindi anche su Instagram. Uno dei primi risultati di questa nuova politica si è visto di recente in Italia, dove Facebook ha sospeso gli account di tutti i più importanti dirigenti di CasaPound in seguito alla pubblicazione da parte loro di materiale ritenuto apologetico nei confronti del fascismo o di incitamento all’odio e alla violenza.

Inoltre, ancor prima della pubblicazione del white paper, Mark Zuckerberg, l’amministratore delegato di Facebook, in un editoriale pubblicato sul Washington Post ha chiesto ai governi più regole su Internet, in un tentativo di mostrarsi più collaborante con le istituzioni dopo i diversi problemi avuti dalla società negli ultimi anni. In particolare Zuckerberg ha chiesto che i governi diano indicazioni più precise su quali siano i contenuti accettabili e quali no, in modo che Facebook non si trovi da solo a giudicare cosa è giusto e cosa è sbagliato pubblicare.