Il giorno in cui iniziò il genocidio in Ruanda

Venticinque anni fa l’aereo che trasportava i presidenti di Ruanda e Burundi fu colpito e abbattuto: da lì, nel giro di 100 giorni, furono uccise 800 mila persone

Un ribelle del Fronte Patriottico del Ruanda sul luogo dell'incidente aereo che coinvolse il presidente Juvenal Habyarimana. (AP Photo/Jean Marc Bouju)

Il 6 aprile del 1994, esattamente venticinque anni fa, l’aereo che trasportava il presidente del Ruanda, Juvénal Habyarimana, e il presidente del Burundi, Cyprien Ntaryamira, entrambi di etnia hutu, fu colpito da due razzi quando era in fase di atterraggio a Kigali. Non si salvò nessuno. Poche ore dopo la situazione precipitò: quell’attentato diede infatti inizio al genocidio del Ruanda e ai massacri sanguinosi e indiscriminati che coinvolsero anche il Burundi nei confronti della minoranza dei tutsi, ritenuta responsabile dell’attentato; ma furono uccisi e perseguitati anche gli hutu considerati “moderati” o tolleranti. Nel giro di 100 giorni, dal 7 aprile alla metà di luglio del 1994, furono uccise almeno 800 mila persone, ci furono decine di migliaia di stupri e di bambini arruolati come soldati.

Prima dell’attentato
Ruanda e Burundi sono due piccole nazioni senza sbocchi sul mare della regione dei Grandi Laghi, nell’Africa centro-orientale. Le loro storie sono molto legate: controllate dai tedeschi fino alla fine della Prima guerra mondiale, diventarono poi una colonia del Belgio che nel 1924 ottenne mandato dalla Società delle Nazioni – l’antenata delle Nazioni Unite – di amministrare i due territori, che vennero chiamati come un’unica entità, il Ruanda-Urundi. La situazione rimase più o meno la stessa dopo il 1945 – quando la Società delle Nazioni fu sostituita delle Nazioni Unite – e fino all’indipendenza dal Belgio, avvenuta nel 1962, quando Ruanda e Burundi si separarono.

Sia in Burundi che in Ruanda l’etnia prevalente è quella degli hutu, per tradizione agricoltori; poi ci sono i tutsi, allevatori-guerrieri. Questi ultimi, evangelizzati nelle missioni religiose e istruiti, durante l’amministrazione coloniale videro rafforzata la loro posizione e la convinzione di una presunta superiorità sul resto della popolazione aumentata non solo dall’alleanza con i coloni (nel 1931 il Belgio aveva tra l’altro imposto una carta d’identità che doveva riportare anche l’appartenenza etnica), ma anche da una serie di teorie che diffusero l’idea di una distinta origine razziale tra le due etnie: i tutsi vennero descritti dai colonizzatori come i capi naturali, mentre gli hutu come una popolazione destinata “per natura” a restare sottomessa. Questi studi ebbero un’influenza significativa sulla storia politica locale da lì in poi.

Dal 1959 e fino all’indipendenza il Ruanda attraversò un periodo molto travagliato, la cosiddetta «rivoluzione sociale», durante la quale la maggior parte dei tutsi fu costretta all’esilio nelle nazioni vicine o venne uccisa in una serie di scontri etnici che iniziarono subito dopo il 1962. Negli anni Novanta gli esuli tutsi iniziarono ad armarsi e ad organizzarsi nel Fronte Patriottico Ruandese (FPR), sostenuto dall’Uganda, e il regime del presidente Juvénal Habyarimana, al potere dal 1973, iniziò a entrare in crisi: non solo perché Habyarimana aveva introdotto misure molto impopolari a causa della situazione economica in continuo peggioramento, ma anche perché in cambio degli aiuti economici francesi aveva accettato la creazione di altri partiti che si dimostrarono ben presto molto critici nei suoi confronti. A tutto questo va aggiunto che le azioni dell’FPR, guidato da Paul Kagame attuale presidente del Ruanda, si fecero sempre più insistenti ed efficaci.

Habyarimana, nel 1975 (Keystone/Getty Images)

Ad Habyarimana non rimase dunque che cedere e negoziare con l’FPR i cosiddetti Accordi di Arusha. A partire dall’aprile del 1993 iniziò così un processo che aveva come obiettivo la formazione di un governo di unità nazionale che comprendesse l’FPR. Molti leader hutu democratici sostennero il processo di pace, che fu criticato e ostacolato invece dagli estremisti hutu, che nel frattempo si erano rafforzati e organizzati sia in Ruanda che in Burundi.

Dopo l’indipendenza, in Burundi i tutsi erano rimasti al governo per molti anni e solo nel 1993 era stato eletto il primo presidente hutu del paese, Melchior Ndadaye: sia lui che il suo successore, Cyprien Ntaryamira, furono però uccisi nel giro di pochi mesi. Ntaryamira morì insieme al presidente del Ruanda Habyarimana il 6 aprile del 1994 mentre i due erano a bordo di un aereo che stava rientrando da un vertice di capi di Stato in Tanzania e che fu abbattuto da un razzo. L’episodio diede inizio al genocidio ruandese, che si concluse a luglio quando le milizie tutsi riunite nel RPF, guidate da Paul Kagame, deposero il governo degli hutu e misero fine al massacro. Kagame divenne il presidente provvisorio del paese, fu eletto democraticamente nel 2003 e rieletto nel 2010 e nel 2017. Dalla fine del genocidio, Kagame è considerato una specie di “salvatore” del paese.

Subito dopo
Subito dopo la morte dei presidenti di Ruanda e Burundi la situazione precipitò, ma fin da subito fu chiaro che tutto era stato pianificato da tempo: c’erano liste precise che indicavano chi uccidere e chi no, c’erano magazzini pieni di armi e gli estremisti hutu sembravano solo in attesa di un ordine.

Il memoriale del genocidio del Ruanda a Kigali, aprile 2014 (Chip Somodevilla/Getty Images)

Dopo l’abbattimento dell’aereo, in Ruanda, il principale movimento hutu accusò dell’attentato il leader politico tutsi Paul Kagame, ma secondo altri – e secondo lo stesso FPR – ad attentare alla vita dei presidenti furono gli stessi movimenti hutu, critici con le aperture di Habyarimana verso la minoranza tutsi. Le successive inchieste non sono arrivate ad alcuna conclusione: alcune sostengono la prima tesi e altre la seconda. Il risultato è che ancora oggi non è chiaro come andarono le cose.

Un’inchiesta francese del 2006 condotta dal giudice antiterrorismo Jean-Louis Bruguière, e partita dalla denuncia dei parenti dell’equipaggio francese del Falcon 50 abbattuto, concluse che i mandanti dell’attentato all’aereo furono l’attuale presidente del Ruanda Paul Kagame e il suo movimento. La tesi di Bruguière – conosciuta come “tesi Masaka” – attribuiva la responsabilità ai tutsi, e in particolare al FPR, un cui commando avrebbe sparato dalla collina di Masaka i missili terra-aria contro l’aereo su cui viaggiavano Habyarimana e Ntaryamira. Bruguière emise anche nove mandati di arresto internazionale contro altrettanti stretti collaboratori di Kagame e quell’inchiesta fu per tre anni una delle principali fonti di tensione tra Francia e Ruanda. Kagame ne parlò come di una conclusione «politicamente motivata» e accusò la Francia che aveva sostenuto l’ex regime hutu di avere avuto un ruolo diretto nel genocidio.

Nel 2012 un rapporto dei giudici subentrati a Bruguière, Marc Trévidic e Nathalie Poux, rovesciò completamente la tesi in base a nuovo rapporto balistico, mettendo in dubbio l’idea che fossero stati i ribelli tutsi ad aver abbattuto l’aereo: la nuova inchiesta propendeva per la responsabilità degli estremisti hutu. Sarebbero insomma stati uomini dell’esercito hutu contrari alla politica di riconciliazione nazionale del presidente Habyarimana a decidere di ucciderlo, per impedirgli di applicare gli accordi di pace che aveva concluso con il FPR. Nel dicembre del 2018 le indagini francesi vennero però chiuse per insufficienza di prove.

Nel frattempo, nel 2014, BBC aveva trasmesso un documentario intitolato “Rwanda’s Untold Story” (“La storia non raccontata dal Ruanda”) in cui, tra le altre cose, si sosteneva la tesi del giudice Bruguière e cioè che l’aereo che trasportava Juvénal Habyarimana fosse stato abbattuto su ordine dello stesso Kagame: nel documentario questa tesi è confermata da due importanti ex collaboratori di Kagame che facevano parte in quegli anni del FPR. E dunque, secondo le testimonianze raccolte da BBC, non sarebbe corretto attribuire a Kagame e al suo partito il merito della fine dei massacri, come invece hanno sostenuto finora le ricostruzioni ufficiali. Al centro delle critiche e delle cose poco chiare che accaddero durante i massacri del 1994 non c’è solo la questione dell’aereo: ci sono anche l’atteggiamento disinteressato della comunità internazionale, l’inazione dell’ONU, così come le condotte collaborative di alcuni paesi occidentali verso una delle parti coinvolte, come la Francia verso gli hutu.