Radovan Karadzic (Getty Images)
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  • mercoledì 20 marzo 2019

Radovan Karadžić, l’impostore

Psichiatra, politico, guaritore, truffatore, criminale di guerra: la storia di Radovan Karadžić, condannato all'ergastolo per i più gravi massacri della guerra in Bosnia

di Pietro Cabrio
Radovan Karadzic (Getty Images)

Il 21 luglio 2008 la polizia di Belgrado fermò l’autobus di linea numero 73 mentre percorreva il suo tragitto nella periferia occidentale. A bordo dell’autobus era salito poco prima un uomo anziano dall’aspetto trasandato, con capelli raccolti sulla nuca e barba bianca. La persona che la polizia stava cercando si faceva chiamare Dragan David Dabić, un guaritore noto in città per le terapie “miracolose” che offriva, sia privatamente che in due diversi ospedali di Belgrado.

L’uomo si definiva specialista in “energia umana quantistica e bioenergetica”. Curava i pazienti con le mani dicendo di riequilibrare i flussi interni di energia, si diceva esperto di diete macrobiotiche e disfunzioni sessuali. Da poco collaborava con un terapista serbo di breve fama, inventore di piccoli aggeggi meccanici spacciati come rimedi per l’infertilità o come metodi contraccettivi naturali chiaramente troppo rudimentali per essere messi in commercio.

Dabić scriveva inoltre per una rivista di medicina alternativa e tramite il suo sito vendeva i prodotti che inventava, come un amuleto a forma di proiettile in grado di ristabilire la salute delle persone. La polizia non lo cercava per le sue truffe da guaritore, bensì perché dietro quel nome si nascondeva in realtà Radovan Karadžić, l’ex presidente della Repubblica Serba di Bosnia, latitante da tredici anni e in cima a tutte le liste dei criminali più ricercati nel mondo.

Radovan Karadžić a Belgrado durante la latitanza.

Il Tribunale Penale Internazionale per i Crimini nell’ex-Jugoslavia lo cercava da quando sparì nel 1996. Su di lui pendevano mandati di cattura per crimini contro l’umanità, genocidio e violazioni delle convenzioni di Ginevra perpetrate ai danni della popolazione musulmana bosniaca nel periodo in cui, da presidente della Repubblica Serba di Bosnia, fu comandante in capo dell’esercito.

Si ritiene che una così lunga latitanza, nella quale Karadžić si mosse pressoché indisturbato tra Vienna e Belgrado – andando anche allo stadio Meazza di Milano per vedere i giocatori serbi dell’Inter, i serbi Siniša Mihajlović e Dejan Stanković – sia stata permessa da accordi stretti al termine della guerra in Bosnia e grazie al sostegno di alcune personalità politiche serbe.

Dal Montenegro alla Bosnia

Karadžić nacque nel piccolo paese montenegrino di Petnjica nel 1945 e a sedici anni si trasferì a Sarajevo per poi studiare medicina. Durante i corsi universitari conobbe la moglie, Ljiljana Zelen, proveniente da una ricca famiglia di Sarajevo che garantì alla coppia il sostentamento economico dopo il matrimonio: Karadžić era infatti uno studente squattrinato arrivato da uno sperduto villaggio di allevatori del Montenegro, non aveva un lavoro, si definiva poeta e frequentava gli ambienti letterati della città, senza però farne veramente parte. Durante la rivolta studentesca del 1968 fu arrestato, ma a differenza di molti altri manifestanti venne rilasciato poco dopo senza conseguenze. Nell’ambiente universitario il presunto trattamento di favore ricevuto alimentò dei sospetti sul suo conto, per i quali fu successivamente allontanato dagli altri scrittori bosniaci con l’accusa di essere un informatore della polizia jugoslava.

Si laureò nel 1971, scegliendo poi la specializzazione in psichiatria, e trovò lavoro in un centro di formazione di Sarajevo. Successivamente si trasferì all’ospedale cittadino di Koševo, che però dovette lasciare dopo che i dirigenti della struttura si accorsero che parallelamente rilasciava su richiesta falsi certificati medici per le esenzioni dal servizio militare. Si trasferì a Zagabria continuando a studiare psicoterapia, e grazie ad alcuni contatti passò un anno negli Stati Uniti, dove imparò l’inglese. Ritornò in Bosnia e divenne psichiatra di una delle due maggiori squadre di calcio della capitale, l’FK Sarajevo, club popolare a maggioranza musulmana.

Al ritorno in Bosnia conobbe Momčilo Krajišnik, politico serbo e futuro presidente dell’Assemblea nazionale della Repubblica serba di Bosnia, insieme al quale chiese un prestito a una banca statale per aprire un allevamento intensivo di polli. Il prestito però non fu usato per avviare l’attività, ma per costruire due ville nella località sciistica di Pale, sopra Sarajevo. Karadžić e Krajišnik furono arrestati e denunciati per frode. Karadžić fu condannato a una pena di tre anni, che però non scontò, in circostanze mai chiarite.

Karadžić dopo l’arresto per frode nel 1984

Rimasto in contatto con Krajišnik, negli anni Ottanta si diede alla politica. Entrò a far parte del partito ambientalista, ma nel 1989 lo lasciò per sostenere la nascita del più promettente Partito Democratico Serbo in Bosnia (SDS) su invito di una sua vecchia e influente conoscenza, Dobrica Ćosić, allora presidente della Repubblica Federale jugoslava. Karadžić si dimostrò un fervente nazionalista serbo, nonostante in passato avesse tenuto sempre posizioni piuttosto moderate, e iniziò a pubblicare poesie in cui alludeva a pulizie etniche e stermini. Fu eletto deputato a Sarajevo, mentre a Belgrado i dirigenti del Partito Socialista serbo di Slobodan Milošević lo indicavano come “risorsa” utile e malleabile per l’imminente inizio della guerra.

La guerra

Il 15 ottobre del 1991 Karadžić fu tra i deputati serbi che lasciarono l’aula del parlamento bosniaco quando venne approvata la dichiarazione di sovranità della Bosnia Erzegovina. Nel referendum del marzo 1992 gli elettori votarono in maggioranza per l’indipendenza del paese, come fortemente auspicato dal presidente bosniaco, il musulmano Alija Izetbegović, il quale credeva che il riconoscimento internazionale del paese lo avrebbe protetto dalla guerra. La comunità internazionale riconobbe ufficialmente la Bosnia Erzegovina il 6 aprile dello stesso anno, ma l’indipendenza non bastò a fermare le manovre militari già avviate dal governo di Belgrado.

Il presidente serbo Milošević, sapendo che l’ingresso in Bosnia dell’esercito jugoslavo (a stragrande maggioranza serba) sarebbe stato ritenuto a tutti gli effetti un’invasione straniera, si dissociò apparentemente dalla guerra. Ma con uno stratagemma neanche troppo prudente fece confluire l’esercito jugoslavo nel neonato esercito della Republika Srpska, dove peraltro i soldati continuarono a usare le stesse divise di prima, solo con uno stemma diverso. Al comando dell’esercito dei serbi bosniaci fu posto Karadžić, da poco autoproclamatosi presidente della Republika Srpska con il benestare di Belgrado.

Le manovre serbe in Bosnia, intanto, erano iniziate. A gennaio Milošević aveva disposto il trasferimento in segreto a Sarajevo di soldati e ufficiali serbi di origini bosniache. Karadžić e la moglie, dopo aver passato del tempo all’Holiday Inn della città, si trasferirono definitivamente a Pale, la vicina località montana scelta come sede provvisoria del governo serbo bosniaco. Sarajevo era infatti ritenuta sotto controllo dell’esercito bosniaco, motivo per cui le truppe serbe si appostarono sulle colline attorno alla città per dare inizio all’assedio della capitale, bombardandola indistintamente con granate e obici e sparando contro i suoi abitanti. A inizio aprile – prima della dichiarazione di indipendenza – le milizie paramilitari serbe iniziarono in anticipo a massacrare la popolazione musulmana, svuotando così interi villaggi in territorio ritenuto serbo.

Karadžić rimase a Pale fino al 1995, l’ultimo anno della guerra, accatastando responsabilità per i massacri compiuti dall’esercito serbo bosniaco. Nel marzo dello stesso anno Karadžić ordinò all’esercito della Republika Srpska di completare la “liberazione” del villaggio musulmano di Srebrenica «con operazioni volte a creare una situazione di totale mancanza di sicurezza, così terribile che negli abitanti non potesse resistere nessuna speranza di sopravvivenza e salvezza». Il generale Ratko Mladić, nominato da Karadžić a capo dell’esercito e successivamente ritenuto il massimo responsabile dell’esecuzione di quell’ordine, avvertì a puro scopo informativo che lo sgombero forzato di Srebrenica così come era stato ordinato avrebbe avuto caratteristiche tali da definirlo un genocidio.

Stampe e fotografie dei criminali di guerra serbi in vendita a Belgrado nel 2006 (Milos Bicanski/Getty Images)

Il processo

Il processo di primo grado iniziò un anno dopo la cattura e durò sette anni. L’accusa chiese la condanna all’ergastolo per un totale di undici capi d’accusa. Nel marzo del 2016 i giudici dell’Aia condannarono Karadžić a quarant’anni di carcere dopo averlo giudicato colpevole di dieci capi d’imputazione su undici. Karadžić fu ritenuto colpevole del massacro di Srebrenica, la strage più grave avvenuta in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale, dell’assedio di Sarajevo, della persecuzione dei cittadini non serbi nel territorio bosniaco e del sequestro dei soldati dell’UNPROFOR, la forza di protezione delle Nazioni Unite nelle guerre jugoslave. Non fu invece ritenuto colpevole di genocidio in altre sette località bosniache per insufficienza di prove.

Nel corso del processo all’Aia sono stati sentiti oltre cinquecento testimoni e ascoltate ore di conversazioni fra capi politici e militari serbi. In una di queste – riportata nel libro La figlia della scrittrice spagnola Clara Usón – Karadžić e Milošević si dissero:

«Devono sapere che ci sono ventimila serbi armati intorno a Sarajevo! Sarà una strage in cui moriranno trecentomila musulmani».

«Quella gente sparirà dalla faccia della terra. Credo sia chiaro all’esercito e a tutti: sarà una vera e propria carneficina».

«L’Europa la manderemo a fanculo e le diremo di non tornare finché il lavoro non sarà finito!»

Karadžić ha scelto di difendersi da solo. Nei primi mesi di processo consegnò una memoria di ottocento pagine, spiegando di considerare le sue azioni come quelle di un leader patriottico che aveva dovuto lottare per proteggere l’identità serba dai crimini commessi da croati e bosniaci. Karadžić si è sempre detto innocente e ha più volte definito il tribunale uno strumento dell’Occidente creato per accanirsi sui serbi. Ha respinto ogni accusa e reclamato piuttosto dei «riconoscimenti per le cose buone» che avrebbe fatto da presidente. Ha sostenuto che il numero delle vittime della guerra in Bosnia affermato dai media non sia veritiero e che in realtà sia molto inferiore.

Con la sentenza del processo di appello, letta in aula il 20 marzo 2019, i giudici hanno ritenuto che Karadžić non sia riuscito a mettere in discussione le conclusioni del verdetto di primo grado sulla sua intenzione di commettere un genocidio nei confronti della popolazione musulmana a Srebrenica. I giudici hanno pertanto accolto le richieste dell’accusa elevando all’ergastolo la condanna iniziale a quarant’anni.

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