Ratko Mladic durante l'udienza di oggi. (AP Photo/Peter Dejong, Pool)
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  • mercoledì 22 Novembre 2017

Ratko Mladic è stato condannato all’ergastolo per genocidio

Il tribunale dell'Aia ha condannato l'ex generale serbo anche per crimini contro l'umanità e di guerra, per il ruolo avuto nella guerra in Bosnia

Ratko Mladic durante l'udienza di oggi. (AP Photo/Peter Dejong, Pool)

L’ex generale serbo Ratko Mladic è stato condannato all’ergastolo da un tribunale delle Nazioni Unite per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra: per il suo ruolo nella guerra in Bosnia negli anni Novanta, e in particolare nel massacro di Srebrenica e nell’assedio di Sarajevo. Il Tribunale internazionale dell’Aia per i crimini nella ex Jugoslavia ha giudicato Mladic, soprannominato “il macellaio della Bosnia”, colpevole di 10 capi d’accusa sugli 11 per i quali era processato.

Il presidente del consiglio che ha letto la sentenza, Alphons Ope, ha assolto Mladic da una delle due accuse di genocidio che gli erano imputata, ma l’ha condannato per l’altra e per cinque capi d’accusa relativi a crimini contro l’umanità, e quattro relativi a crimini di guerra. Mladic, secondo la sentenza, è stato responsabile di operazioni di pulizia etnica, sterminio, uccisioni, infrazioni delle leggi di guerra, deportazioni, atti disumani di dislocamento forzato, terrore contro i civili di Sarajevo, attacchi contro i civili e presa in ostaggio dei Caschi blu delle Nazioni Unite.

Il Tribunale ha poi riconosciuto un «importante contributo» di Mladic al massacro di Srebrenica del luglio del 1995, quando le milizie serbo-bosniache occuparono la città di Srebrenica, dove avevano trovato rifugio migliaia di bosniaci musulmani, perseguitati dai serbo-bosniaci. Mladic ordinò il massacro di tutti i maschi adulti e adolescenti. In tutto, più di settemila persone furono uccise, in quello che fu l’episodio più sanguinoso del conflitto nella ex Jugoslavia, durato dal 1992 al 1995. Mladic è stato condannato anche per aver diretto l’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni e durante il quale migliaia di persone morirono uccise dai cecchini, dalle bombe o di stenti.

Oggi Mladic è stato allontanato dall’aula del Tribunale proprio durante la lettura della sentenza nei suoi confronti. Entrando in aula, aveva sorriso e mostrato i pollici alle telecamere, con un gesto che aveva fatto arrabbiare i famigliari delle vittime presenti. La lettura, iniziata alle ore 10, è stata interrotta circa quaranta minuti dopo su richiesta dello stesso Mladic, che ha avvertito un malore. La difesa ha chiesto in seguito di aggiornare la seduta, ma il giudice Alphons Opie ha respinto la richiesta, suscitando una reazione di rabbia da parte di Mladic che per questo è stato allontanato dall’aula: è stato trasferito in un’altra stanza da dove ha seguito la lettura della sentenza.

Mladic oggi ha 74 anni e, secondo i suoi avvocati, è in cattive condizioni di salute. Il processo, che si è svolto all’Aia, nei Paesi Bassi, ha richiesto 530 giorni di udienze, distribuiti in più di quattro anni, ed è considerato il più importante processo per crimini di guerra avvenuto in Europa dai tempi del processo di Norimberga contro i leader nazisti, superato soltanto dal processo al presidente serbo Slobodan Milosevic. Il processo non si concluse a causa della sua morte nel 2006.

L’anno scorso, il diretto superiore di Mladic, il leader politico dei serbo-bosniaci Radovan Karadžić, è stato condannato a 40 anni di prigione per genocidio. Il tribunale ha stabilito che Karadžić aveva la responsabilità politica di aver ordinato l’espulsione e, se necessario, l’uccisione dei bosniaci musulmani dai territori che avrebbero dovuto formare uno stato indipendente abitato soltanto da serbo-bosniaci. Mladic, in quanto comandante delle milizie serbo-bosniache e delle unità dell’esercito regolare serbo inviate ad aiutarle, è ritenuto l’esecutore materiale degli ordini di Karadžić. In un video, mostrato al processo, si vede Mladic ordinare ad alcuni soldati di separare maschi adulti e adolescenti dagli altri civili che si erano rifugiati a Srebrenica poco prima dell’inizio delle uccisioni.