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  • sabato 9 marzo 2019

20 giorni a Brexit, oppure no

Guida completa alla situazione attuale e a quello che potrebbe succedere la prossima settimana, l'ennesima “decisiva”

Theresa May mentre tiene un discorso a Grimsby, in Inghilterra. (Christopher Furlong - WPA Pool/Getty Images)

Mancano venti giorni al 29 marzo, il giorno in cui saranno passati esattamente due anni da quando il Regno Unito invocò l’articolo 50 del trattato di Lisbona: secondo quanto previsto dalle leggi comunitarie, alle 23 di quel giorno il Regno Unito dovrebbe uscire ufficialmente dall’Unione Europea. Ma questa ipotesi si sta facendo sempre più remota, e a oggi sembra molto più probabile che ci sia una proroga di qualche mese e che tutto sia rimandato a fine giugno.

Venerdì la prima ministra britannica Theresa May ha parlato a Grimsby, una città del nord-est dell’Inghilterra che votò in larga maggioranza per lasciare l’Unione: nel suo discorso, ha fatto quello che i giornali britannici hanno descritto come un “ultimo appello” alle istituzioni dell’Unione Europea perché vengano incontro alle richieste del Regno Unito nelle trattative sulla rinegoziazione dell’accordo su Brexit. Secondo molti è un appello disperato, perché niente lascia intendere che May possa ottenere quello che vuole. I toni di May non sono stati concilianti: ha detto che l’Unione «è davanti a una scelta» invitandola a fare a sua volta qualcosa per trovare un compromesso che sia accettato dal Parlamento britannico, ed è sembrata voler condividere le responsabilità del fallimento delle trattative degli ultimi mesi. L’Unione Europea ha risposto subito, con un vigore che ha sorpreso molti e con il quale è sembrata voler respingere le responsabilità e mostrarsi dialogante e costruttiva.

Il tempo, comunque, non è dalla parte di May: per martedì 12 marzo è previsto in Parlamento un nuovo voto, l’ultima possibilità per fare approvare il suo accordo con le eventuali modifiche. C’è molto pessimismo, e sembra che l’accordo sarà nuovamente respinto.

A che punto siamo
Sono passati quasi due mesi dalla storica sconfitta del governo di May nel voto sull’accordo negoziato con l’Unione Europea – quella dello scorso 15 gennaio, con oltre 200 voti – ma da allora le cose non sono cambiate moltissimo. In queste settimane May ha provato ancora a convincere le autorità europee a rinegoziare l’accordo in modo da soddisfare alcune richieste dei suoi oppositori interni ai Conservatori, ma non ci è riuscita. L’Unione ha sempre messo in chiaro infatti di non voler riaprire l’accordo vero e proprio per rinegoziare il “backstop” – il piano che potrebbe entrare in vigore due anni dopo Brexit per evitare un confine duro tra Irlanda e Irlanda del Nord – come richiesto dall’ala radicale dei Conservatori. È invece sembrata possibilista sulla possibilità di modificare la dichiarazione politica che accompagna l’accordo, in modo da specificare meglio che l’eventuale applicazione del backstop sarebbe temporanea.

Siamo ancora più o meno lì: May si è incontrata con Jean-Claude Juncker e i leader europei, ma non sembra avere ottenuto granché. La sua richiesta ideale era fissare una scadenza definita per il backstop o di inserire una clausola che consentisse al Regno Unito di revocarlo unilateralmente: condizioni che l’Unione ha sempre rifiutato chiaramente. L’alternativa proposta dai Conservatori più radicali, conosciuta come “compromesso Malthouse”, prevede un complesso sistema di controlli lontani dal confine che secondo loro eviterebbe il “confine duro”: ma l’Unione ha sempre detto di ritenerlo irrealizzabile.

Le trattative si sono allora concentrate su soluzioni di compromesso: oltre alla modifica della dichiarazione politica, la trasformazione in un documento legalmente vincolante di una lettera inviata a gennaio da Juncker e dal presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, che conteneva rassicurazioni sulla natura temporanea del backstop. Si parla di queste possibilità da settimane, ma ormai mancano pochissimi giorni al termine ultimo entro il quale devono essere concretizzate, cioè martedì prossimo: anche se May e l’Unione dovessero trovare un’intesa, ma non sembra che possa bastare convincere i Conservatori radicali.

Venerdì, il capo dei negoziati su Brexit Michel Barnier ha scritto una serie di tweet per spiegare nel dettaglio la posizione dell’Unione e per annunciare una proposta concreta presentandola un po’ come “ultima concessione” al Regno Unito. Barnier ha detto che l’Unione non vuole trattenere il Regno Unito nell’unione doganale contro la sua volontà, e perciò ha detto di aver proposto che possa uscirne unilateralmente in caso di applicazione del backstop. In realtà, la proposta prevede che in questo caso l’Irlanda del Nord rimanga nell’unione doganale, creando quindi un confine rigido nel mare del Nord con il resto del Regno Unito: un’ipotesi che il governo di May ha già escluso categoricamente da tempo. La proposta di Barnier quindi è stata male accolta dai Conservatori, che hanno accusato l’Unione Europea di voler riaprire discussioni già chiuse.

Cosa succede nei prossimi giorni
Martedì, per l’appunto, il Parlamento britannico voterà per la seconda volta sull’accordo di May, con le eventuali modifiche. Sembra molto probabile che verrà di nuovo bocciato: a quel punto, in teoria, la conseguenza diretta dovrebbe essere l’uscita dall’Unione senza accordo il 29 marzo, il temuto scenario “no deal”. In realtà è più complicato: se May dovesse perdere di pochi voti (tipo entro i 20), potrebbe decidere di provarci una terza volta convincendo qualche ulteriore deputato, magari tra i Laburisti.

Almeno per ora, però, sembra esclusa questa possibilità: se come probabile l’accordo sarà bocciato con maggiore margine, il Parlamento britannico dovrebbe votare nei due giorni successivo per decidere se uscire senza accordo o se chiedere una proroga dell’articolo 50 all’Unione Europea. O addirittura, May potrebbe decidere autonomamente per la seconda opzione: votando sul “no deal”, infatti, dovrebbe scegliere da che parte stare e dividerebbe ulteriormente i Conservatori, rischiando anche le dimissioni di alcuni ministri, qualunque sia la sua scelta.

Secondo i giornali britannici, è praticamente certo che i deputati britannici sceglieranno la seconda opzione, per evitare lo scenario temuto e imprevedibile del “no deal”. A quel punto la richiesta di proroga del Regno Unito dovrà essere approvata all’unanimità dagli stati membri, che però salvo grosse sorprese sembrano disposti a concederla. Si parla però di pochi mesi: la scadenza verrebbe spostata a fine giugno, o poco dopo.

E poi?
A questo punto gli scenari sarebbero tre: un’uscita senza accordo al termine della nuova scadenza; la formazione di una maggioranza parlamentare che approvi un accordo alternativo concordato con l’Unione; un secondo referendum. Prevedere quale sia più probabile non è facile, e tutto dipenderà da chi riuscirà a creare abbastanza consenso intorno a un piano da ottenere una maggioranza in Parlamento che al momento non esiste.

Partiamo dal presupposto che l’Unione Europea non sembra intenzionata a concedere una proroga ulteriore dopo quella che scadrebbe a giugno o a luglio. Ma anche May è sembrata di questo avviso, anche perché a luglio si insedierà il Parlamento europeo eletto a maggio: se come previsto il Regno Unito non parteciperà alle elezioni, una proroga sarebbe una procedura complessa.

Il principale interrogativo, a oggi, è se sarà sempre May a guidare le trattative dopo la proroga: non sembra avere un piano, e quindi non si sa su cosa potrebbe basare i negoziati. Se accantonasse definitivamente l’ipotesi di convincere l’ala radicale dei Conservatori e il Partito Unionista Democratico nordirlandese, cosa che in tutti questi mesi non è riuscita a ottenere, dovrebbe infatti rinnegare delle promesse fatte in passato: perseguire una permanenza del Regno Unito nell’unione doganale, oppure un secondo referendum.

Questo perché, se il Partito Conservatore non dovesse improvvisamente ricompattarsi, le principali alternative per trovare una maggioranza in Parlamento includono un coinvolgimento dei laburisti. Il partito di Jeremy Corbyn ha già detto di essere disposto a sostenere solo l’accordo proposto dagli stessi laburisti, che prevede la permanenza del Regno Unito nell’unione doganale e uno stretto legame con il mercato unico europeo. Se May dovesse seguire questa strada, farebbe però imbestialire buona parte dei Conservatori, che a quel punto proverebbero probabilmente a rimuoverla dal governo.

Se non possono avere Brexit con il loro accordo, i Laburisti hanno ufficialmente detto di essere favorevoli a un secondo referendum su Brexit. Il partito sta scrivendo un emendamento per chiederlo, e sembra che verrà presentato in Parlamento la prossima settimana in contemporanea con il voto sull’accordo di May: ad oggi non ha però i voti per passare. May ha sempre categoricamente escluso la possibilità di sostenere un nuovo referendum con l’opzione di rimanere nell’Unione Europea sulla scheda, e secondo il Guardian è molto improbabile che cambierà idea.

Il Guardian parla invece dell’ipotesi di un referendum sull’uscita con l’accordo di May o sull’uscita senza accordo, ipotesi per ora ancora puramente speculativa. May potrebbe dimettersi e lasciare che sia un altro Conservatore a provare a riaprire le trattative, con possibilità che sembrano molto scarse. C’è poi sempre la possibilità delle elezioni anticipate come ultima scappatoia: rimescolerebbero sicuramente le carte in tavola, ma è molto difficile prevedere come.

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