Breve storia di Nicola Zingaretti

Che cosa ha fatto, fin qui, il nuovo segretario del Partito Democratico

Il nuovo segretario del Pd Nicola Zingaretti durante la conferenza stampa al comitato elettorale dopo il voto delle primarie, Roma, 3 marzo 2019 (ANSA/ANGELO CARCONI)

Nicola Zingaretti ha vinto le primarie del Partito Democratico e sarà quindi il nuovo segretario del partito. Zingaretti era considerato il candidato favorito e il più di sinistra dei tre, ma non tanto per le idee che ha presentato – non così diverse da quelle dei suoi avversari – bensì per i suoi rapporti di amicizia e alleanza politica con molti dirigenti fuoriusciti dal PD, e a questo congresso è stato sostenuto anche da numerosi dirigenti considerati appartenenti all’ala moderata del partito, come Dario Franceschini, Marco Minniti e Paolo Gentiloni. Ex segretario della Sinistra Giovanile e fratello dell’attore Luca Zingaretti, Nicola Zingaretti dal 2013 è presidente del Lazio: è stato anche presidente della provincia di Roma, deputato al Parlamento Europeo e segretario regionale del PD in Lazio. Ha avuto già una lunga carriera politica – già dieci anni fa era accostato a potenziali ruoli di leadership nazionale – ma fino a un certo punto della sua carriera non aveva avuto una particolare notorietà fuori dal Lazio. Negli anni si è costruito la fama di leader che riesce a vincere in condizioni avverse.

Zingaretti è nato a Roma, ha 53 anni, è sposato, ha due figlie e ha cominciato a fare politica nel movimento pacifista e subito dopo nella federazione giovanile del Partito Comunista Italiano. Nel 2011, sull’Espresso, Marco Damilano ne ha parlato così: «Può dire di conoscere zio Walter (Veltroni) e zio Massimo (D’Alema) meglio di chiunque altro, li ha frequentati fin da piccolo. Lui che è l’ultimo esemplare di una specie estinta con il terremoto degli anni Novanta, il dirigente iscritto fin dai banchi della scuola alla direzione del partito, come Berlinguer o D’Alema. Famiglia popolare e comunista, la mamma votò no nell’89 al cambio del nome del Pci. Scoperto da Goffredo Bettini che lo nomina capo della Fgci romana (la Federazione giovanile comunista italiana, ndr) e amico per la pelle di Nichi Vendola, al punto di sponsorizzarne la prima candidatura alla Camera nell’87 (finì male) e poi di occuparne la stessa stanza alle Botteghe Oscure nella Fgci nazionale. Primo segretario della Sinistra giovanile (nel 1991, ndr), l’organizzazione dei pulcini Pds nata dalle ceneri della vecchia gioventù comunista, responsabile Esteri della Quercia nella stagione dalemiana (…) Un curriculum da figlio prediletto del partito». Lui stesso, di sé, ha detto: «Sai quando cammini sul bagnasciuga, tu non te l’aspetti, l’acqua arriva, e ti ritrovi tutto bagnato? Ecco, per me la politica è stata una cosa così. Non l’ho mai scelta, mi ci sono trovato in mezzo, zuppo».

Nel 2004 Zingaretti si candidò e venne eletto al Parlamento Europeo nella lista Uniti nell’Ulivo, diventando presidente della delegazione italiana nel Partito Socialista Europeo. Al Parlamento europeo, e fino al 2008, Zingaretti si occupò soprattutto di volontariato, disabilità, diritti civili, protezione dei consumatori, difesa dell’industria tessile europea e “made in Italy”. Nel 2007 riuscì a far approvare una direttiva che attribuiva sanzioni penali per i contraffattori che importavano merci illegali e pericolose dai paesi extra-UE. Nel frattempo, nel 2007, divenne il primo segretario dei Democratici di Sinistra del Lazio, contribuendo – ha scritto nella sua biografia – «alla costruzione di un partito ricco, plurale, accogliente e riformista».

Nel 2008 Zingaretti fu candidato dal centrosinistra alla presidenza della provincia di Roma, vincendo le elezioni, mentre contemporaneamente l’ex sindaco Francesco Rutelli perdeva il Campidoglio contro Gianni Alemanno. La contemporaneità tra la vittoria di Zingaretti e la sconfitta di Rutelli attirò molta attenzione, anche perché teoricamente il centrosinistra avrebbe dovuto essere avvantaggiato da un voto che includeva solo la città rispetto a uno che ne comprendeva anche l’hinterland, e cominciò a far parlare di Zingaretti come di un politico popolare e in grado di attrarre consensi più degli altri leader locali del centrosinistra. Anche per questo all’epoca Zingaretti era considerato il naturale candidato del centrosinistra alle successive elezioni comunali; quando sarebbe scaduto il primo mandato di Alemanno, nessuno meglio di Zingaretti avrebbe potuto riportare il centrosinistra a governare la capitale.

Due anni dopo, nel 2010, nel Lazio si votò per elezioni regionali. Il centrosinistra attraversava un momento molto complicato: il presidente uscente di centrosinistra, Piero Marrazzo, si era dimesso nel 2009 uno scandalo sessuale che aveva demolito la sua carriera politica (e che si rivelò poi essere un “complotto” di alcuni carabinieri). Il centrosinistra fece molta fatica a trovare un suo candidato e alla fine si risolse ad appoggiare Emma Bonino. Le elezioni furono vinte dal centrodestra e dalla sua candidata Renata Polverini, e per il PD locale iniziò una fase molto complicata che portò anche al commissariamento. Risale a questo momento il primo e più esplicito contrasto tra quelle che erano allora le “seconde file” del PD: Matteo Renzi accusò esplicitamente Nicola Zingaretti di mancanza di coraggio, per non essersi candidato pur essendo il politico di centrosinistra più popolare in regione, aprendo la strada alla vittoria del centrodestra. Zingaretti respinse l’accusa – disse che la politica non era soltanto carrierismo – ma quell’episodio confermò in alcuni l’impressione che Zingaretti fosse poco ambizioso, o che più in generale preferisse “rispettare la fila”, come da tradizione dei grandi partiti di centrosinistra (Renzi, all’epoca sindaco di Firenze, era diventato tale candidandosi alle primarie dopo un solo mandato da presidente della provincia, e contro il parere del partito).

In un recente articolo sul Corriere della Sera, di Zingaretti si è detto che «non ama i riflettori» e che «non ha mai sgomitato»: questa caratteristica, l’aver cioè aspettato molti anni prima di puntare a ruoli dirigenziali più significativi all’interno del partito, «gli sono costati il soprannome di “sor Tentenna”, cioè non abbastanza determinato alla pugna». Lui ha commentato così: «Una delle patologie della politica contemporanea è che uno fa una cosa per dieci secondi e poi pensa immediatamente di dover fare altro. C’è un disprezzo diffuso per la semplicità del proprio dovere e del servire la propria comunità. È da undici anni che spalo merda nelle amministrazioni locali. E l’ho fatto con grande felicità perché è servito ai cittadini. Ho realizzato cose concrete. Non teorie astrattissime. Il riformismo ha la missione di migliorare la vita delle persone. Per molto tempo, invece, ci siamo intrattenuti con la riformite. Cioè la mania di immaginare cambiamenti, senza pensare alle conseguenze».

Zingaretti, in generale, non ha mai aperto fronti interni molto espliciti, nemmeno con Renzi, e quando nel 2018 gliene è stato chiesto conto, in un’intervista, ha risposto: «No, e non l’ho fatto perché credo che chi parla male degli altri lo fa perché non ha niente da dire su se stesso. Io senza problemi ho votato sì al referendum, ho sostenuto tante scelte, a prescindere che le proponesse Renzi o meno. E non è una cosa scontata perché oggi nel PD, come direbbe Totò, “a prescindere”, uno è contro: una cosa totalmente infantile. Io con Renzi ho avuto sempre un rapporto sereno perché franco. Di solito ci parliamo dopo le sconfitte. Di quella del referendum forse non lo abbiamo fatto abbastanza: in quel no c’era un grido d’allarme che non siamo riusciti a raccogliere».

Come presidente della provincia Zingaretti realizzò una serie di apprezzati progetti, tra cui “Provincia Wi-Fi” che permetteva di navigare su Internet gratis nelle piazze e  nelle biblioteche. La sua giunta provinciale approvò poi una mozione per installare distributori di preservativi nelle scuole di Roma e provincia: l’iniziativa venne molto criticata dagli ambienti cattolici e direttamente dal cardinale Agostino Vallini, vicario del papa per Roma («Deploriamo che l’iniziativa possa essere definita una “mozione coraggiosa”»).

Nell’estate del 2012, come molti si attendevano, Zingaretti annunciò la sua candidatura alle primarie per scegliere il candidato del centrosinistra a sindaco di Roma. Accadde però un colpo di scena: la giunta regionale di centrodestra cadde per lo scandalo sull’utilizzo dei rimborsi elettorali che portò alle dimissioni anticipate di Renata Polverini. Zingaretti allora si ritirò dalla candidatura per il Campidoglio e si candidò alla presidenza della regione, vincendo le elezioni con una coalizione di centrosinistra molto larga e con un ampio consenso: circa il 40 per cento, oltre dieci punti più del suo avversario di centrodestra, Francesco Storace.

Durante il suo primo mandato da presidente di regione, Zingaretti si tenne abbastanza defilato dalle lotte nazionali interne al partito («Io faccio le mie scelte da solo, spesso contro i capicorrente del PD») sostenendo però tutti gli sfidanti di Matteo Renzi nei vari passaggi congressuali o di consultazione interna: Pier Luigi Bersani nel 2012, Gianni Cuperlo nel 2013 e Andrea Orlando nel 2016, mantenendo rapporti anche con i dirigenti che nel frattempo erano usciti dal PD per fondare MdP, come Pier Luigi Bersani, Massimo D’Alema e Roberto Speranza. Nel 2016, nell’ambito dell’inchiesta giudiziaria conosciuta come “Mondo di mezzo” o “Mafia Capitale”, Zingaretti venne indagato per sospetto concorso in corruzione e per turbativa d’asta a causa di una serie di dichiarazioni che aveva fatto Salvatore Buzzi, uno dei principali indagati, durante gli interrogatori. Dopo le sue accuse gli inquirenti svolsero delle verifiche che non portarono a niente e la posizione di Zingaretti, così come quella di molti altri, venne archiviata. In uno dei dibattiti politici più attuali, quello sull’autonomia regionale, Zingaretti ha detto di essere favorevole, «se serve a migliorare la qualità dei servizi italiani», e ha detto di non credere «nell’autonomia che distrugge l’Italia e offende i diritti costituzionali».

Nel marzo 2018 si è ripetuto un po’ il copione del 2010. Mentre il centrosinistra affondava alle elezioni politiche in tutta Italia, compreso il Lazio, Zingaretti diventava il primo presidente rieletto in regione ottenendo centomila voti più di quelli raccolti dal PD alle elezioni politiche. La concomitanza tra la vittoria di Zingaretti e la sconfitta nazionale del PD con le successive dimissioni di Renzi aveva trasformato da subito Zingaretti nel candidato favorito alla successione.

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