• Media
  • venerdì 8 febbraio 2019

Il ricatto contro Jeff Bezos

Un tabloid americano vicino a Trump ha minacciato il capo di Amazon ed editore del Washington Post con la pubblicazione di foto private, e lui ha deciso di raccontare tutto

Jeff Bezos (SAUL LOEB/AFP/Getty Images)

Jeff Bezos, il fondatore e capo di Amazon, il proprietario del Washington Post e la persona più ricca del mondo, ha pubblicato un lungo post su Medium nel quale accusa l’editore di un controverso tabloid statunitense, il National Enquirer, di averlo ricattato minacciando la pubblicazione di fotografie private per ottenere un trattamento più favorevole da parte del Washington Post sui problemi giudiziari del tabloid e del suo editore, David J. Pecker. Il post – intitolato “No grazie, signor Pecker” – contiene il testo integrale delle email inviate agli avvocati di Bezos dal responsabile di contenuti del National Enquirer.

Un po’ di contesto
Non è possibile comprendere questa storia senza qualche elemento di contesto sui suoi personaggi.

Lo scorso gennaio Jeff Bezos e sua moglie MacKenzie hanno annunciato il loro divorzio. I due si erano sposati nel 1993 e hanno quattro figli. Nei giorni successivi all’annuncio, il National Enquirer ha dedicato moltissimo spazio al divorzio di Bezos, sebbene normalmente si occupi soprattutto di show business; e ha sostenuto che fosse stato causato dalla relazione extraconiugale di Bezos con un’altra donna. Bezos e questa donna sono stati seguiti e fotografati a lungo dai paparazzi, cosa tutto sommato normale per un tabloid, ma a un certo punto il National Enquirer ha anche pubblicato il testo di alcuni messaggi descrivendoli come SMS privati tra Bezos e la sua amante.

Oltre a essere il fondatore e capo di Amazon, una delle società più capitalizzate del mondo, Bezos dal 2013 è anche il proprietario ed editore del Washington Post, uno dei più famosi e letti giornali del mondo. Nel suo post Bezos scrive: “Essere editore del Washington Post complica un po’ tutto per me. È inevitabile che alcune persone molto potenti che si trovano a essere oggetto delle indagini giornalistiche del Washington Post si convincano ingiustificatamente che il loro nemico sia io”. Bezos – che si definisce comunque straordinariamente orgoglioso di essere l’editore del Washington Post – fa esplicitamente l’esempio del presidente Donald Trump, che da mesi attacca e insulta Bezos su Twitter accusando il Washington Post di trattarlo in modo ingiusto.

E questo ci porta al National Enquirer, screditatissimo tabloid che ama colpire soprattutto persone percepite come liberal e di sinistra (è il giornale che pubblicò per due volte la storia senza fondamento del tradimento tra Barack e Michelle Obama) di proprietà di David J. Pecker, il più grande editore statunitense di tabloid e amico di lunghissima data proprio di Trump. È ormai accertato che durante la campagna elettorale del 2016 Pecker aiutò Trump usando il National Enquirer per comprare i diritti sulla storia di Karen McDougal, una modella di Playboy che sostiene di aver avuto una relazione con Trump, per non pubblicarla mai ed evitare così che diventasse pubblica.

Più in generale, il modello di business del National Enquirer è il cosiddetto catch and kill (“cattura e uccidi”): trovare o comprare i diritti su una storia per evitare che esca su altri giornali, o per ottenere altri favori in cambio, spesso economici o politici. Le persone interessate dalle notizie “catturate” diventano in qualche modo dipendenti dal giornale che le ha “uccise”, e volendo persino ricattabili. Jerry George, che ha lavorato al National Enquirer fino al 2013, ha detto che il catch and kill divenne pratica comune su indicazione di Pecker e che «veniva sempre chiesto qualcosa in cambio». Sembra che il National Enquirer conservi in una cassaforte i documenti che contengono informazioni compromettenti su Donald Trump.

David Pecker è stato coinvolto in un’indagine federale sulle spese del comitato elettorale di Trump, perché due donne che dicono di aver avuto relazioni con il presidente mentre lui era sposato furono pagate per cedere i diritti delle loro storie al National Enquirer con soldi del comitato elettorale di Trump, e questo negli Stati Uniti è un reato. Lo scorso agosto Pecker ha deciso di collaborare con gli investigatori e quindi gli è stata garantita l’immunità in relazione a questo caso legale. Pecker e il National Enquirer sono tutt’ora indagati per i loro rapporti di collaborazione e lobbismo per conto del regime dell’Arabia Saudita (che nel frattempo era oggetto del lavoro di indagine del Washington Post per via dell’omicidio del giornalista Jamal Khashoggi).

Torniamo al post di Bezos
“Ieri mi è successo qualcosa di insolito”, ha scritto Bezos nel suo post. “Anzi, non solo insolito: inedito. Mi è stata fatta un’offerta che non potevo rifiutare. O almeno, questo è quello che speravano i dirigenti del National Enquirer. Sono lieto che lo abbiano pensato, perché ne erano così sicuri da mettere l’offerta per iscritto. Invece che capitolare all’estorsione e al ricatto, ho deciso di pubblicare esattamente tutto quello che mi hanno inviato, nonostante i costi personali e l’imbarazzo con cui mi minacciano”.

Bezos ricorda i guai giudiziari del National Enquirer, l’immunità ottenuta da Pecker nel caso relativo a Trump e i rapporti opachi tra Pecker e l’Arabia Saudita, e racconta che un rappresentante legale della società editrice del National Enquirer – AMI, che sta per American Media, Inc – ha sostenuto che Pecker fosse estremamente furioso per le indagini giornalistiche del Washington Post sui suoi rapporti con il regime saudita.

“Non sapevo molto di tutta questa storia fino a poche settimane fa, quando alcuni miei messaggi privati sono stati pubblicati sul National Enquirer“, scrive Bezos. “Ho dato mandato a degli investigatori di scoprire come quei messaggi fossero stati ottenuti, e per quale ragione. Ho chiesto di guidare la mia indagine a Gavin de Becker, che conosco da vent’anni, ha grandi competenze nel settore ed è una delle persone più intelligenti e capaci che conosca. Gli ho detto di dare massima priorità a questa indagine e di usare tutte le risorse e il denaro necessario a scoprire la verità”.

Bezos prosegue raccontando che inizialmente fu raggiunto da un’offerta verbale, proveniente dal National Enquirer: se le indagini giornalistiche del Washington Post su Pecker e l’Arabia Saudita non fossero state interrotte, il National Enquirer avrebbe pubblicato altri messaggi e foto personali di Bezos. “Ho la sensazione che noi – io, i miei avvocati e Gavin de Becker – non abbiamo reagito a questa minaccia con abbastanza spavento, perché poi ci hanno inviato questo”.

Segue, nel post di Bezos, il testo integrale di un’email inviata il 5 febbraio da Dylan Howard, responsabile dei contenuti di AMI, a un avvocato di Bezos. L’email contiene la descrizione di una serie di foto private di Bezos di cui il National Enquirer dice di essere in possesso, che comprendono foto del suo pene, e si conclude così: “Nessuno è contento di inviare email come questa. Spero che prevalga il buon senso”.

“Beh, l’email ha attirato la mia attenzione”, scrive Bezos, “ma non nel modo che loro speravano. Qualsiasi imbarazzo personale possano causarmi viene dopo, perché è in ballo qualcosa di più importante. Se io, nella mia posizione, non mi oppongo a questo genere di estorsioni, chi potrebbe mai farlo?”. Bezos pubblica quindi un’altra email che descrive l’offerta in modo letterale: le fotografie private saranno pubblicate a meno che Bezos e de Becker non annuncino pubblicamente di “non avere nessun elemento per sostenere che le scelte editoriali del National Enquirer abbiano motivazioni politiche o influenzate dalla politica”. Le foto sarebbero comunque rimaste in possesso del tabloid, per essere pubblicate qualora Bezos avesse cambiato idea.

“Ovviamente non voglio che le mie foto private vengano pubblicate”, conclude Bezos, “ma non voglio nemmeno partecipare al loro noto comportamento ricattatorio, alle estorsioni, ai favori e agli attacchi politici, alla corruzione. Preferisco alzarmi in piedi, rovesciare questo tronco e vedere quali vermi ne strisciano fuori”.

E ora?
Il National Enquirer e David J. Pecker sembrano nei guai. Se Bezos rischia al massimo che certe sue foto imbarazzanti diventino di dominio pubblico, loro rischiano molto di più: probabilmente sarà aperta un’indagine per estorsione, e aver deciso di mettere la minaccia per iscritto rende il caso particolarmente complesso per i loro avvocati. Inoltre, l’indagine probabilmente accerterà come il National Enquirer sia entrato in possesso delle foto e dei messaggi privati di Bezos, cosa che potrebbe tirare in mezzo altri reati. Infine, l’accordo per l’immunità firmato da Pecker per il caso Trump diceva esplicitamente che sarebbe stato invalidato nel caso in cui il giornale e il suo editore avessero commesso altri reati.

La società editrice ha risposto alle accuse con un breve comunicato in cui sostiene allo stesso tempo di aver agito in buona fede rispettando le leggi in vigore, e di voler aprire un’indagine interna per verificare quanto di vero ci sia nelle accuse di Bezos.

Abbonati al

Dal 2010 gli articoli del Post sono sempre stati gratuiti e accessibili a tutti, e lo resteranno: perché ogni lettore in più è una persona che sa delle cose in più, e migliora il mondo.

E dal 2010 il Post ha fatto molte cose ma vuole farne ancora, e di nuove.
Puoi darci una mano abbonandoti ai servizi tutti per te del Post. Per cominciare: la famosa newsletter quotidiana, il sito senza banner pubblicitari, la libertà di commentare gli articoli.

È un modo per aiutare, è un modo per avere ancora di più dal Post. È un modo per esserci, quando ci si conta.