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  • mercoledì 6 Febbraio 2019

Amnesty International ha dei grossi problemi

Un'inchiesta avviata l'anno scorso dopo il suicidio di due dipendenti parla di un ambiente di lavoro "tossico" e di frequenti casi di bullismo

(Paul Zinken/picture-alliance/dpa/AP Images

Nell’agosto del 2018, dopo il suicidio di due suoi dipendenti nel giro di tre mesi, Amnesty International, la più famosa ONG che si occupa di difesa dei diritti umani, aveva annunciato l’apertura di un’inchiesta indipendente affidata a una società esterna. Ora sono arrivati i risultati e parlano di un ambiente di lavoro “tossico”, di bullismo diffuso, di discriminazioni e altri abusi di potere.

Nel maggio del 2018, il corpo di Gaetan Mootoo, ricercatore di 65 anni sull’Africa Occidentale che lavorava per Amnesty da più di 30 anni, era stato ritrovato nella sede parigina della ONG. Qualche mese dopo, Roz McGregor, britannica di 28 anni che aveva uno stage retribuito all’ufficio di Amnesty a Ginevra, si era suicidata. Dopo la morte di Gaetan Mootoo, gli amici e i colleghi avevano lanciato una petizione spiegando che Mootoo aveva chiesto aiuto a causa dell’enorme carico di lavoro che doveva sopportare, aiuto che però non era mai arrivato. Anche per la famiglia di McGregor i carichi eccessivi di lavoro erano stati un fattore significativo nel suicidio della ragazza, fortemente stressata, aveva scritto il Times, per la mole di mansioni da svolgere. Un’indagine sulla sua morte aveva comunque concluso che era stata causata da “motivi personali” e che Amnesty non aveva alcuna responsabilità.

In agosto, l’allora segretario generale ad interim di Amnesty aveva comunque annunciato l’apertura di un’inchiesta indipendente: «Trattiamo queste tragedie con la gravità e la priorità che meritano e intendiamo organizzare inchieste esterne approfondite e indipendenti». Il rapporto, affidato al gruppo KonTerra, con sede a Washington, è stato guidato da un gruppo di psicologi che hanno intervistato 475 dipendenti, pari al 70 per cento delle persone impiegate nella segreteria direttiva internazionale di Amnesty, che ha sede a Londra.

La relazione finale parla di grave mancanza di fiducia nei vertici dell’organizzazione, di bullismo e di umiliazioni pubbliche abitualmente utilizzate dalla dirigenza: «Ci sono state diverse segnalazioni di manager che sminuiscono il personale durante le riunioni, escludendo deliberatamente determinati membri dallo staff o facendo commenti umilianti e minacciosi». I consulenti hanno comunque scoperto che la segreteria internazionale opera in uno “stato di emergenza” a seguito di un processo di ristrutturazione che è stato recentemente avviato per decentralizzare e spostare il personale vicino ai luoghi in cui la ONG è più attiva e che questo processo ha influito sul benessere dei lavoratori e delle lavoratrici.

Molti dipendenti – che hanno descritto il loro impiego come una vocazione – hanno detto di soffrire di stress e traumi vicari, in parte dovuti alla natura del lavoro (prendersi cura di persone in grave sofferenza può causare altra sofferenza) ma soprattutto dalle condizioni del lavoro: dipendono cioè dalle pressioni ricevute e dal carico di mansioni. In molte interviste, si dice, è stata usata la parola “tossico” per descrivere l’ambiente di lavoro ad Amnesty. O ancora: “mancanza di fiducia” e “bullismo”. Alcuni dipendenti hanno parlato di discriminazioni basate su razza o genere, di episodi di nepotismo e di favoritismi nelle assunzioni: «Data la missione di Amnesty, il numero di resoconti che il team di valutazione ha ricevuto su bullismo, razzismo e sessismo è sconcertante».

Kumi Naidoo, segretario generale di Amnesty, ha detto che la lettura della relazione è stata difficile e profondamente inquietante. In una dichiarazione ha poi fatto sapere che avvierà un piano di riforma entro la fine di marzo.