Le cabine telefoniche sono tra noi

Nonostante tutto continuiamo a usarle per milioni di chiamate ogni anno: ma è il momento di decidere cosa vogliamo farne

di Gabriele Gargantini
Una cabina nel 2011 (NUCCI/BENVENUTI - ANSA)

Quante cabine telefoniche direste che ci siano, ora, in Italia? Se la vostra risposta fosse «Poche, e comunque nessuno le usa più», sareste molto lontani dal vero.

In Italia ci sono un po’ meno di 18mila cabine telefoniche attive, duemila solo tra Roma e Milano: e sono solo una parte delle cosiddette “postazioni telefoniche pubbliche”, che comprendono anche i telefoni a pagamento nelle carceri, negli aeroporti, nelle stazioni e nei ristoranti o nei rifugi di montagna. In Italia gli impianti di telefonia pubblica ancora attivi sono circa 40mila. Da questi telefoni nel 2017 sono state fatte un po’ più di 18 milioni di chiamate (per un totale di 20 milioni di minuti, pari a 38 anni di telefonate).

Se avreste risposto «Poche, e comunque nessuno le usa più» è perché le cabine telefoniche sono percepite come qualcosa di superato, che appartiene a un’epoca finita. È in gran parte vero, e molti lettori di questo articolo non hanno mai avuto tra le mani un gettone o anche solo una scheda telefonica, ma le cabine telefoniche continuano a resistere, per quanto a fatica. Tra chi le continua a usare c’è anche chi lo fa per le chiamate di emergenza, che dalle cabine telefoniche sono sempre gratis.

Nel 2019 si parlerà di cabine telefoniche perché un paio di mesi fa è stato approvato il nuovo Codice europeo per le comunicazioni elettroniche. Tra le comunicazioni elettroniche ci sono anche quelle fatte per strada con una cornetta in mano e, come sempre, l’Italia dovrà “recepire quel testo nel proprio ordinamento”. In poche parole, l’Unione Europea dice nel Codice che gli Stati possono smettere di considerare i telefoni publici un “servizio universale”, cioè che ogni Stato deve impegnarsi a offrire ai propri cittadini. TIM, la società che gestisce tutti i telefoni pubblici d’Italia, è infatti ancora obbligata a garantire un certo numero di cabine telefoniche funzionanti. Dai prossimi mesi potrebbe iniziare a smantellarle, ma per farlo avrà bisogno di permessi che dipendono dal parere dell’AGCOM, l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni.

Seppur molti non ci pensino, le cabine telefoniche sono quindi oggetti del presente, non anacronistici totem. Prima di parlare del loro presente e provare a capire cosa potrebbe essere del loro futuro, torniamo però a quando nacquero e alla strada che hanno fatto per arrivare fino al 2019.

Le prime cabine telefoniche arrivarono negli anni Ottanta del Diciannovesimo secolo, pochi anni dopo l’invenzione di strumenti imprescindibili per la loro esistenza: i telefoni. Il consenso generale tra i pochi appassionati della materia è che il primo telefono pubblico a pagamento fu inventato nel 1889 in Connecticut da William Gray, un inventore infastidito: un giorno la moglie aveva bisogno di un medico, lui non sapeva come chiamarlo e molti di quelli che già avevano un telefono si rifiutarono di aiutarlo. Il lavoro grosso l’avevano fatto Antonio Meucci e Alexander Graham Bell; Gray, nel suo piccolo, inventò un meccanismo che permetteva di raccogliere monete e che, in cambio di monete, permetteva di parlare a qualcuno dall’altra parte del filo.

A cavallo del secolo i telefoni pubblici arrivarono in Europa e i più famosi del mondo, quelli rossi di Londra, esistono dal 1924. Le prime due cabine telefoniche pubbliche d’Italia furono installate il 10 febbraio 1952 a Milano: in piazza San Babila e in Piazza XXIV maggio. Erano in metallo e in vetro, con sopra qualche adesivo pubblicitario, e per comporre il numero da chiamare c’era un combinatore a disco. Le installò la Stipel, un’azienda torinese che negli anni Sessanta sarebbe stata incorporata dalla SIP, che poi negli anni Novanta sarebbe diventata Telecom. Prima delle cabine telefoniche, i telefoni pubblici si trovavano solo nei bar e nelle osterie: si entrava, si chiedeva di poterli usare, si chiamava e si pagava. Ma, come scrisse il giornalista che sul Corriere della Sera diede la notizia, «signore e stranieri consideravano poco pratico recarsi nei locali muniti di apparecchi telefonici».

Una delle prime cabine telefoniche stradali installata sperimentalmente a Milano in Piazza San Babila nel 1952 (Archivio Storico TIM)

Il giornalista parlò di «cabine pubbliche telefoniche a gettone, secondo il sistema da tempo in uso all’estero» e spiegò che erano le prime «di una serie di duecento», tutte da installarsi a Milano. Fece infine notare che le cabine erano «assai decorose», si augurò che «l’educazione dei cittadini sappia conservarle» e si lamentò di una sola cosa:

«All’estero, queste cabine telefoniche hanno il vantaggio di essere dotate di apparecchi manovrabili con le monete in circolazione. Ciò da noi non è ancora possibile, perché le monete di acmonital in circolazione sono pochissime e inoltre non hanno il peso sufficiente».

Apparecchio telefonico pubblico a moneta per chiamate interurbane, Fiera di Milano, 1966 (Archivio Storico TIM)

Quelle cabine funzionavano a gettoni «acquistabili presso le rivendite di giornali situate nelle vicinanza delle cabine, in previsione di telefonare in qualsiasi ora del giorno e della notte». I gettoni erano dei dischi, spesso in bronzo o in rame, con delle scanalature. Negli anni Cinquanta un gettone valeva trenta lire; negli anni Ottanta cento lire, negli anni Novanta duecento lire. Smisero di essere accettati nel 2001, con l’arrivo dell’euro, ma già nella seconda metà degli anni Settanta furono messi in crisi dalle schede telefoniche, introdotte perché i gettoni erano un peso inutile e perché rubandoli li si poteva riusare senza che nessuno se ne accorgesse.

Le prime carte erano bianche e blu, con scritto sopra «carta telefonica». All’inizio si fecero anche schede da 1.000 o 2.o00 lire, ma i tagli che più si affermarono furono le cinquemila e le diecimila lire.

A metà anni Novanta, quando la SIP divenne Telecom, cambiarono anche le carte, come sa bene chi si mise a collezionarle. Da allora si chiamano “schede telefoniche” e continuano a essere stampate anche ora, nel 2019.

Nel frattempo cambiavano anche le cabine. Le U + I, quelle degli anni Settanta, grigie e rettangolari, furono in alcuni casi sostituite con le G + M, un po’ meno grigie e un po’ meno rettangolari. Che furono a loro volta sostituite dalle Rotor, le cabine a cui molti pensano quando pensano a una cabina: quelle rosse con cornetta nera. Le Rotor arrivarono nel 1987 e sparirono più o meno insieme alle lire.

Il telefono pubblico multimoneta Rotor, disegnato da Rodolfo Bonetto, Roma 1987 (Archivio Storico TIM)

I telefoni più recenti – grigi e tondi, con cornetta rossa – sono i Digito, dai quali era possibile mandare SMS, fax ed email. TIM dice che «gli attuali telefoni su strada sono tutti Digito».

Non serve farla troppo lunga, su quello che è successo dal 2000 in poi. Le cose per i telefoni pubblici iniziarono a cambiare con l’arrivo dei telefoni cellulari e degli smartphone, che diedero un significato completamente nuovo allo slogan «Non sei mai solo quando sei vicino a un telefono», usato dalla SIP negli anni Settanta.

Nel 2001, quando iniziavano a vedersi in giro i primi Nokia 3310, i telefoni pubblici in Italia continuavano comunque a essere considerati un servizio universale. C’erano, spiega TIM, 145mila cabine, da cui partivano almeno 700 milioni di minuti di chiamate l’anno (35 volte di più rispetto a quelle fatte nel 2017). Al punto che l’AGCOM – l’autorità amministrativa indipendente delle comunicazioni – intervenne per garantire che TIM rispettasse certi criteri «qualitativi e quantitativi» per l’installazione di nuovi telefoni pubblici e la manutenzione di quelli vecchi. Si decise che servivano un certo numero di cabine accessibili ai disabili e, semplificando un po’, almeno una cabina ogni mille abitanti nei piccoli comuni e tre cabine ogni mille abitanti nei grandi comuni.

Nel 2009, quando iniziavano a vedersi in giro i primi iPhone 3G, Telecom chiese però all’AGCOM di rivedere le regole decise nel 2001. L’AGCOM acconsentì, a certe condizioni: si decise, in poche parole, che Telecom poteva iniziare una procedura di dismissione delle cabine, anche senza dover rispettare i criteri quantitativi del 2009.

Oggi se TIM vuole rimuovere una cabina deve seguire un procedimento specifico. Deve mettere un avviso su quella cabina, dicendo che intende rimuoverla. Da quel momento chiunque ha 30 giorni di tempo per mandare una mail in cui si dice contrario alla rimozione, motivando la sua contrarietà. L’AGCOM analizza quindi le «istanze di opposizione alla rimozione». Nel 2015 TIM decise di rimuovere 10mila cabine. Furono presentate 505 istanze di opposizione e l’AGCOM ne accolse l’83 per cento. Sulle motivazioni usate dalle persone che si oppongono alla rimozione TIM spiega che «si va dai semplici motivi di affezione alla cabina, che è diventata “un’icona” nella realtà di riferimento, al presidio in piazze o strade che a livello locale sono considerati di grande rilevanza sociale».

Dal 2010 al 2017 il numero di chiamate fatte dai telefoni pubblici si è ridotto dell’80 per cento, da 96 milioni a meno di 20. Nel 2010 erano stati fatti 128 milioni di minuti di chiamate, nel 2017 meno di 20. Non è però variata di molto la durata media delle chiamate: poco più di un minuto, contro i quasi tre minuti medi fatti per una chiamata da telefono fisso. Vuol dire che i telefoni pubblici continuano a essere usate per chiamate veloci, informative e di necessità. Non li si usa, in genere, per spettegolare o raccontarsi le vacanze.

Come fa notare l’AGCOM, mentre le chiamate normali sono calate dell’80 per cento in sette anni, quelle fatte a numeri di emergenza – che dalle cabine telefoniche sono gratis – sono calate solo del 65 per cento. E le chiamate di emergenza sono state, nel 2017, il 2,3 per cento di quelle totali: quasi il doppio rispetto al 2010, quando i telefoni pubblici erano il doppio. Si parla quindi di quasi 500mila chiamate di emergenza in un solo anno. Togliere tutte le cabine stradali, e più in generale tutti i telefoni pubblici, significherebbe quindi togliere la possibilità di fare quelle chiamate, che si presumono essere importanti.

Non è una questione da prendere alla leggera, ma è pur sempre vero che non ci vuole molto a prevedere che ogni anno che passa le cabine saranno sempre meno usate.

È il momento di tornare al Codice europeo per le comunicazioni elettroniche. In base al Codice, e alle regole che l’Italia deciderà di adottare in conseguenza (avrà tempo fino al 2020), bisognerà decidere se i telefoni pubblici sono un servizio «ridondante», e quindi superfluo, o se continuano a essere necessari: almeno in certi casi, almeno per qualcuno. TIM fa sapere che «intende proseguire alla riqualificazione del servizio, in linea alle nuove esigenze di comunicazione della popolazione» e che «in questa logica, le postazioni attualmente presenti vengono dismesse se non utilizzate». AGCOM ha invece avviato pochi giorni fa una consultazione pubblica per chiedere agli enti interessati pareri sulla questione. I risultati saranno pubblicati durante l’estate del 2019.

In poche parole, l’AGCOM dovrà decidere nuovi tempi e nuovi modi con cui TIM potrà rimuovere le cabine, e potrebbe anche decidere un numero minimo di cabine che TIM dovrà lasciare e continuare a far funzionare. Ma per almeno qualche anno, almeno qualche migliaio di cabine continuerà a essere tra noi.

Intanto, in Italia come all’estero, si sta pensando a cosa mettere in certe cabine al posto dei telefoni. Per ora le opzioni più gettonate sono i libri (si parla di bibliocabine, in cui è possibile lasciare e prendere libri) e defibrillatori (per averli in luoghi noti e accessibili a tutti se mai dovessero servire). A Firenze TIM ha invece installato nel 2017 quattro cabine chiamate “TIM City Link” e descritte come “Totem multimediali”. Ma non sembra un’idea destinata ad avere grande successo.

L’AGCOM suggerisce inoltre che «le postazioni di telefonia pubblica, anche se originariamente pensate per offrire un servizio che allo stato non ne giustificherebbe il mantenimento, potrebbero rivestire ancora un ruolo strategico se utilizzate come supporto infrastrutturale per l’offerta di servizi banda larga e ultra-larga». Diventerebbero quindi dei mega-router per il wifi.

Per finire, qualche altra curiosità sulle cabine telefoniche che resistono, quelle vecchie, senza libri o router wifi.

– C’è una mappa che mostra tutte le cabine operative vicino a un certo indirizzo. La distanza media tra due cabine telefoniche italiane è di 650 metri. Se il presidente della Repubblica dovesse averne bisogno, ne troverebbe uno in via Nazionale 183, a cinque minuti di passeggiata dal Quirinale.

– Ogni scatto costa oggi 10 centesimi di euro e nel caso di telefonate nazionali verso numero fisso uno scatto dura 43 secondi nei giorni feriali e 290 nei festivi, oltre a uno o due scatti alla risposta. Per le chiamate da cabina a cellulare lo scatto dura 11,80 secondi. Le chiamate più costose sono quelle verso i paesi di zona 7, come le Isole Vergini Britanniche o la Repubblica Democratica del Congo. Lo scatto alla risposta è pari a 50 centesimi e ogni successivo scatto dura giusto due secondi. Ma ci sono apposite carte che con cinque euro permettono di parlare per 19 minuti con una persona in Alaska, o per 9 con una in Repubblica Democratica del Congo.

– Il numero per chiedere informazioni sulle cabine o segnalare guasti è l’800-134-134. Francesco, uno dei circa 20 operatori che rispondono a queste chiamate, dice che molte chiamate avvengono per «segnalare usi impropri della cabina». Spiega anche che il servizio di SMS da cabina telefonica sarà probabilmente abolito, perché a volte è usato per mandare messaggi minatori di cui non è possibile identificare il mittente.

– Oltre a chiamare, le cabine telefoniche possono tra l’altro anche essere chiamate. Basta andare in una cabina, seguire le istruzioni per il servizio “Mi chiami?” e trovare il numero di quella cabina. Poi si dice a chi di dovere di chiamare il numero a pagamento 199-229-229 e inserire quindi il numero della cabina da chiamare. Ma non usatelo per minacciare Colin Farrell.