• Mondo
  • giovedì 24 gennaio 2019

Come siamo messi in Venezuela

Grandi proteste di piazza hanno portato all'autoproclamazione di un nuovo presidente, subito riconosciuto dagli Stati Uniti: ma sembra che l'esercito sia rimasto con Maduro

(EPA/CRISTIAN HERNANDEZ)

Dopo mesi in cui sembrava che le proteste contro il governo venezuelano di Nicolás Maduro avessero perso forza e coesione, in poco più di due settimane sembra che tutto sia cambiato. L’opposizione ha trovato un nuovo leader – il 35enne Juan Guaidó – e ci sono state partecipatissime manifestazioni di piazza in tutto il paese; infine, mercoledì 23 gennaio, Guaidó stesso ha sfruttato la sua nuova popolarità per dichiararsi il nuovo legittimo presidente del Venezuela e provare a mettere alle strette Maduro. È ancora difficile capire cosa succederà: Maduro ha sempre mostrato grande abilità nel rimanere al potere con quasi qualsiasi mezzo e di fatto controlla ancora il paese; Guaidó, però, ha provato a fare qualcosa che finora nessun oppositore del governo aveva fatto.

Juan Guaidó durante le manifestazioni di mercoledì (FEDERICO PARRA/AFP/Getty Images)

Guaidó, un ingegnere con una lunga carriera di militanza politica nell’opposizione venezuelana, fino a pochi giorni fa era un politico poco noto in Venezuela e praticamente sconosciuto all’estero. A inizio gennaio era stato eletto presidente dell’Assemblea Nazionale, il Parlamento venezuelano controllato dalle opposizioni che negli ultimi due anni è stato svuotato di qualsiasi potere da Maduro e sostituito con un organo a lui fedele. Pochi giorni dopo, Guaidó aveva pronunciato un discorso in cui si era detto pronto a farsi carico di guidare un governo di transizione a aveva indetto le grandi manifestazioni di piazza di mercoledì 23.

Le cose sono andate come auspicato da Guaidó e da diversi altri oppositori di Maduro, che accusano il governo della terribile situazione economica e politica in cui si trova il Venezuela, con milioni di disoccupati, carenza di beni di prima necessità e migliaia di persone che ogni mese provano a scappare dal paese.

Mercoledì ci sono state manifestazioni contro il governo in tutto il Venezuela e in particolare nella capitale Caracas, dove decine di migliaia di persone sono andate in strada per protestare. Davanti a loro, da un palco allestito per l’occasione, Guaidó ha tenuto un discorso che si è concluso con la sua solenne autoproclamazione a presidente del Venezuela. In diverse occasioni i manifestanti si sono scontrati con la polizia: secondo il conteggio di una ong ci sarebbero stati almeno 12 morti, ma la cifra non è ancora stata confermata da un’altra fonte.

A sostegno di Guaidó si sono subito schierati molti governi stranieri, a partire da quello degli Stati Uniti che ha detto di riconoscerlo come legittimo presidente del Venezuela. Sia il presidente Donald Trump che il segretario di Stato Mike Pompeo hanno diffuso comunicati molto netti in favore di Guaidó e contro Maduro, ma il loro sostegno potrebbe diventare ben più che formale. Il riconoscimento di Guaidó come nuovo presidente permetterà per esempio agli Stati Uniti di sbloccare e mettere a sua disposizione i milioni di dollari del governo venezuelano bloccati da tempo su conti statunitensi per via delle sanzioni imposte al Venezuela. Se questo dovesse succedere, l’opposizione venezuelana potrebbe essere davvero in grado di finanziare aiuti umanitari alla popolazione e nuove elezioni.

Oltre agli Stati Uniti, finora hanno riconosciuto Guaidó come nuovo presidente anche Canada, Francia, Brasile e Regno Unito, fra gli altri. L’Italia non ha ancora reso nota la sua posizione.

Maduro, che a inizio gennaio aveva giurato per il suo secondo mandato da presidente, ha accusato gli Stati Uniti di voler imporre un presidente “burattino” al Venezuela e ha annunciato di aver interrotto tutte le relazioni diplomatiche tra i due paesi: ha detto che chiuderà l’ambasciata venezuelana a Washington e tutti i consolati in territorio statunitense. Secondo un diplomatico americano sentito dal New York Times, anche gli Stati Uniti avrebbero iniziato a evacuare la loro ambasciata a Caracas.

Il presidente del Venezuela Nicolas Maduro dal balcone del palazzo presidenziale (LUIS ROBAYO/AFP/Getty Images)

Scontri tra polizia e manifestanti a Caracas (YURI CORTEZ/AFP/Getty Images)

Per ora è difficile capire come evolverà la situazione, considerato che di fatto Maduro controlla il governo, il parlamento e l’apparato giudiziario del Venezuela. L’Assemblea Nazionale, di cui è presidente Guaidó, esiste solo formalmente: dopo che le opposizioni ne avevano ottenuto il controllo nel 2015, Maduro aveva promosso nel 2017 un referendum per una nuova assemblea costituente, la quale, dopo essersi insediata tra molte proteste (e accuse di elezioni truccate), aveva tolto il potere legislativo al vecchio parlamento. Il potere giudiziario, da cui dipendono tutte le principali decisioni della Corte Suprema, è totalmente controllato dal governo, e anche l’esercito è sempre rimasto fedele a Maduro, che ha sempre ricompensato i generali con stipendi altissimi e benefici di ogni tipo.

Da quello che decideranno di fare l’esercito e la polizia potrebbe dipendere il successo del tentativo di Guaidó di prendere il potere. Negli ultimi giorni Guaidó si è rivolto a loro in più di un’occasione: in un discorso diffuso lunedì mattina, ha parlato della difficoltà di molti soldati e agenti di polizia di vivere con i bassi stipendi statali e ha promesso un’amnistia nel caso si fosse arrivati a una transizione di potere – concetto poi ribadito mercoledì in un’intervista a Univision.

Finora, però, sembra che i vertici delle forze di sicurezza venezuelane vogliano continuare a stare con Maduro. Giovedì sera il ministro della Difesa venezuelano, Vladimir Padrino López, ha confermato il suo sostegno a Maduro durante un discorso televisivo, e poco dopo hanno fatto simili dichiarazioni diversi comandanti regionali. Analisti militari e diplomatici hanno comunque sottolineato come López e altri vertici militari abbiano tardato parecchie ore prima di ribadire la propria fedeltà a Maduro, come se stessero valutando il da farsi. Per il momento i gesti di ribellione al regime sono stati per lo più isolati e sono apparsi deboli: lunedì scorso, per esempio, 27 soldati della Guardia Nazionale avevano sequestrato delle armi e preso il controllo di una base militare a Caracas, prima di essere fermati dall’esercito. Inoltre, durante le proteste di mercoledì, i poliziotti di alcune città venezuelane si erano rifiutati di usare la forza contro i manifestanti che stavano protestando contro Maduro.