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  • lunedì 21 gennaio 2019

Un naufragio di migranti raccontato su Twitter

Domenica un gruppo di attivisti ha raccontato cosa stava succedendo su un barcone con 100 persone che stava imbarcando acqua

Domenica sera un centinaio di migranti sono stati soccorsi al largo delle coste della Libia, dopo che per tutta la giornata un gruppo di attivisti per i diritti dei migranti aveva cercato qualcuno che potesse aiutarli. Il barcone su cui erano a bordo è stato infine soccorso da una nave mercantile che batte la bandiera della Sierra Leone, sembra dopo pressioni del governo italiano nei confronti della cosiddetta Guardia costiera libica, che a sua volta avrebbe chiesto che il mercantile deviasse dalla sua rotta. È il terzo grosso naufragio che avviene in pochi giorni nel Mediterraneo: fra venerdì e sabato circa 170 persone sono morte in due naufragi al largo delle coste nordafricane, da dove si stima che in tutto negli ultimi giorni siano partite 600 persone.

Il naufragio del barcone soccorso, secondo alcune testimonianze, era iniziato intorno a mezzogiorno di domenica. Per tutto il pomeriggio gli attivisti di Alarm Phone, un call center informale gestito dalla ong Watchformed, avevano provato a contattare le autorità libiche, senza successo, e a raccontare su Twitter le testimonianze che stavano ricevendo dalle persone a bordo della nave. Fra le altre cose, Alarm Phone aveva raccontato di diverse persone a rischio di ipotermia e di un bambino «svenuto o morto». Non è chiaro in quali condizioni si trovino le persone soccorse nelle ultime ore.

Infine, verso le 22 il governo italiano ha fatto sapere che un mercantile si stava dirigendo sul posto, dopo pressioni delle autorità libiche. Intorno a quell’ora è arrivata anche la conferma del ministro dei Trasporti, Danilo Toninelli, che ha aggiunto che le persone soccorse sarebbero state riportate a Tripoli.

Toninelli scrive che l’operazione si è svolta «secondo le convenzioni internazionali», ma sembra che le cose non stiano proprio così. Secondo la cosiddetta convenzione di Amburgo del 1979 e altre successive norme sul soccorso marittimo, gli sbarchi di persone soccorse in mare devono avvenire nel primo “porto sicuro” sia per prossimità geografica sia dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Il governo italiano e le istituzioni europee stanno finanziando e appoggiando da tempo le autorità libiche affinché provino ad occuparsi del loro tratto di mare.

Il problema è che la maggior parte delle fonti competenti esclude che al momento la Libia possa considerarsi un “porto sicuro” a causa delle sistematiche violazioni dei diritti umani compiute sui migranti rinchiusi nei centri di detenzione libici. Questa è anche la linea dell’UNHCR, l’agenzia ONU che si occupa di rifugiati, dell’OIM, un’altra agenzia ONU che si occupa più in generale di migranti, della Commissione Europea, delle ong che soccorrono i migranti nel Mediterraneo e di vari esperti di immigrazione. Ancora stamattina, la portavoce dell’agenzia ONU per i rifugiati Carlotta Sami ha sottolineato che riportare in Libia un gruppo di migranti partiti da lì «è contro il diritto internazionale».

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