Stiamo perdendo l’Ungheria

Il Parlamento ha approvato – tra proteste grandi e rare – la creazione di un sistema di tribunali parallelo e governativo, e una riforma del lavoro definita "legge sulla schiavitù"

Proteste nell'aula del parlamento ungherese, Budapest, 12 dicembre 2018 (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Ieri in Ungheria il Parlamento ha approvato due leggi molto controverse, tra scene di caos dentro e fuori dall’aula. I parlamentari dell’opposizione hanno usato fischi e megafoni cercando di impedire anche fisicamente il voto, mentre per le strade di Budapest era in corso una protesta a cui hanno partecipato migliaia di persone. Le due leggi hanno a che fare con il codice del lavoro e con la creazione di un sistema parallelo di tribunali amministrativi che rafforzerà il già solido controllo del governo sul sistema giudiziario.

La deputata dell’opposizione Bernadett Szel con il megafono in aula, Budapest, 12 dicembre 2018 (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Le due leggi sono state proposte dal partito conservatore e populista Fidesz (Unione Civica Ungherese) del primo ministro Viktor Orbán. La prima riforma modifica il codice del lavoro ed è stata soprannominata, dai critici, “legge sulla schiavitù”: aumenta le ore di straordinario che i datori di lavoro possono chiedere ai dipendenti (portandole da 250 a 400 l’anno, l’equivalente di 8 ore la settimana); triplica portando da uno a tre anni i tempi massimi di pagamento di quegli straordinari da parte dei datori di lavoro e, infine, prevede che le trattative sul lavoro straordinario possano essere fatte direttamente tra dipendenti e aziende, senza la contrattazione dei sindacati.

Il partito del primo ministro, Fidesz, sostiene che così chi vorrà guadagnare di più, lavorando di più, ne avrà la possibilità, ma secondo i critici l’eliminazione delle restrizioni sugli straordinari è stata fatta senza offrire alcuna garanzia alle persone che lavorano, mettendole a rischio di pressioni e condizionamenti per accettare le richieste dei datori di lavoro. I critici dicono infine che la legge è stata influenzata dalle grandi aziende automobilistiche straniere che lavorano nel paese e che sostengono una parte fondamentale della sua economia.

Un momento della protesta delle opposizioni al parlamento di Budapest, 12 dicembre 2018 (Lajos Soos/MTI via AP)

La seconda legge interviene sul sistema giudiziario: introduce un sistema parallelo di tribunali amministrativi che sono alle dirette dipendenze del ministro della Giustizia. Le cause di cui si occuperanno avranno a che fare con la pubblica amministrazione (comprese questioni politicamente delicate come legge elettorale, corruzione e diritto di manifestare), che quindi non saranno più gestite dai tribunali ordinari bensì da questi nuovi tribunali governativi. Il governo ha promesso che saranno indipendenti da interferenze politiche, ma il ministro della Giustizia avrà un ruolo importante nella nomina dei giudici e anche nella supervisione dei tribunali stessi.

Il sistema giudiziario già esistente in Ungheria continuerà a funzionare, ma con un mandato ridotto. Un’associazione locale per la difesa dei diritti umani ha detto che la modifica rappresenta «una seria minaccia allo stato di diritto nel paese e contrasta con i valori che l’Ungheria ha sottoscritto quando è entrata nell’Unione Europea». Orbán, ha commentato il New York Times citando un esperto di populismo ed estrema destra, ha passato quasi otto anni a minare l’indipendenza dei tribunali e delle altre istituzioni ungheresi: il nuovo sistema giudiziario – e in particolare il meccanismo che porterà ad influenzare il sistema elettorale – completa ora la transizione del paese da una democrazia liberale a un «regime autoritario».

Negli ultimi anni Orbán ha approvato norme che limitano la libertà di stampa, ha avuto posizioni molto discriminatorie verso i musulmani e ha portato avanti una dura campagna contro i migranti, introducendo delle leggi che criminalizzano l’immigrazione clandestina e prevedono il carcere per le persone o le organizzazioni che in qualche modo la favoriscono. Lo scorso 23 settembre il Parlamento Europeo aveva approvato la cosiddetta “opzione nucleare”, nei confronti dell’Ungheria: una mozione che chiedeva l’avvio delle procedure per l’applicazione dell’articolo 7 del Trattato di Lisbona, quello che riguarda le sanzioni contro i paesi membri ritenuti in contrasto con i valori fondanti dell’Unione Europea.

Orbán è stato rieletto in aprile con il 49,5 per cento dei voti, arrivando a controllare i due terzi dei seggi parlamentari necessari a modificare la Costituzione. Ma queste due nuove leggi, secondo molti osservatori, hanno messo in crisi l’elettorato: un recente sondaggio ha rilevato che l’83 per cento dei cittadini e delle cittadine si oppone alla legge sul lavoro, per esempio. I partiti di opposizione hanno faticato a intaccare la solida maggioranza di Orbán al Parlamento (sono stati ostacolati dalle loro stesse lotte interne, ma anche dalle restrizioni sui media e dal fallimento delle istituzioni statali nell’indagare e perseguire le varie accuse di irregolarità compiute dal governo), ma mercoledì i deputati dell’opposizione sono riusciti a ottenere una piccolissima vittoria, ritardando il voto parlamentare di due ore e dimostrando di saper sfidare il primo ministro.

Prima del voto, infatti, i deputati dell’opposizione – che già avevano tentato di fermare la legge sul lavoro introducendo quasi 3 mila emendamenti da votare singolarmente, cosa che poi è stata evitata per l’intervento del presidente del Parlamento – hanno lanciato coriandoli dal loggione, hanno usato megafoni, fischietti e cartelli e hanno tentato di bloccare il passaggio al presidente del parlamento stesso, László Kövér, che ha aperto la seduta senza salire sullo scranno. Orbán era presente in aula e, dice il New York Times, ha vissuto un raro momento di disagio pubblico.

Viktor Orbán nell’aula del parlamento, Budapest, 12 dicembre 2018 (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Un deputato dell’opposizione ha trasmesso in diretta su Facebook tutta la seduta, facendo continui primi piani al primo ministro che cercava di sorridere imbarazzato. «Sei orgoglioso della legge sugli schiavi? Quale sarebbe il nome buono per questa legge? Forse preferiresti “legge dei servi”? Stai costruendo una nuova schiavitù o un nuovo servaggio?», gli urlava mentre teneva in mano il telefono. Tutto questo non ha comunque potuto impedire l’approvazione delle due nuove leggi.

Mentre in aula erano in corso le proteste dell’opposizione, per le strade di Budapest proseguivano le manifestazioni iniziate sabato 8 dicembre, soprattutto contro la riforma del codice del lavoro. Migliaia di persone hanno chiesto un aumento degli stipendi, invece che un aumento delle ore di straordinario. Mercoledì il corteo è iniziato di fronte al Parlamento e si è poi spostato per la città fermando il traffico in alcune zone e raggiungendo la sede del partito al governo Fidesz.

Proteste a Budapest, 12 dicembre 2018 (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

I manifestanti tenevano in mano delle bandiere ungheresi e anche bandiere dell’Unione Europea: hanno urlato “Paese libero” e “Orbán traditore”. Vari sindacati presenti in piazza hanno invitato i lavoratori a scioperare domani, venerdì 14 dicembre.