Il Consiglio Europeo ha approvato l’accordo su Brexit

Come previsto non ci sono stati intoppi: restano comunque molte cose su cui trattare prima dell'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea

(PHILIPPE LOPEZ/AFP/Getty Images)

I capi di governo e di stato europei radunati a Bruxelles per un Consiglio Europeo straordinario hanno approvato la bozza di accordo sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea trovato due settimane fa dai negoziatori britannici ed europei. È uno dei passaggi ufficiali più importanti in vista di Brexit: ora che l’accordo è stato approvato da tutti gli stati sarà molto difficile modificarlo o riaprire i negoziati, che sono durati circa un anno e mezzo. Non ci sono state sorprese: la bozza di accordo è stata approvata all’unanimità. L’ultimo ostacolo all’approvazione, cioè l’eventuale applicazione dell’accordo per Gibilterra, era stato risolto ieri grazie a un compromesso raggiunto fra Spagna, Regno Unito e Unione Europea.

Sia la prima ministra britannica Theresa May sia il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, parlando al termine dell’incontro hanno definito l’accordo «il migliore accordo possibile, nonché l’unico possibile». È una linea che fa comodo a entrambi. Juncker lascia intendere che in caso di riapertura dei negoziati, l’UE si aspetta ulteriori concessioni per tornare a trattare. May, invece, vuol far capire ai parlamentari britannici che le due opzioni rimaste sul tavolo sono il suo accordo oppure nessun accordo (cosa che per il Regno Unito avrebbe conseguenze disastrose, almeno nel breve periodo).

May sa bene che al momento il passaggio in Parlamento resta l’ostacolo più difficile all’applicazione del suo accordo: secondo i calcoli dei giornali britannici il governo deve convincere circa 80 parlamentari per approvare l’accordo, che non piace né ai sostenitori più agguerriti di Brexit, né a quelli che si aspettano una qualche continuità di legame con l’UE.

Nessuno, né dalla parte europea né da quella britannica, è disposto a parlare di un’eventualità che in questo momento è abbastanza concreta, e cioè che il parlamento britannico respinga l’accordo. Sembra che il Consiglio non abbia neppure discusso di questa possibilità. Poco dopo il Consiglio, il presidente Donald Tusk si è rifiutato di rispondere a una domanda sull’eventuale voto contrario del Parlamento britannico, spiegando di non voler «fare congetture». Il primo ministro olandese Mark Rutte è stato più esplicito, e ha detto che al momento «non esiste un piano B» (il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte ha invece parlato di una «ipotesi B», ma forse si riferiva all’uscita del Regno Unito senza un accordo). Questa rigidità potrebbe essere rivolta alla fazione dei conservatori britannici che da qualche settimana vorrebbe sfiduciare May e riaprire i negoziati.

Nell’affollata conferenza stampa che ha tenuto dopo il Consiglio, May ha proseguito l’opera di convincimento iniziata qualche giorno fa nei confronti di parlamentari e cittadini britannici. Rivolgendosi direttamente a loro, ha spiegato che l’accordo porterà a termine tre obiettivi importanti che renderanno effettiva l’uscita del Regno Unito dall’UE: la fine della libera circolazione delle persone nel Regno Unito prevista dalle leggi europee, il taglio totale dei contributi che il Regno Unito versa all’UE – tranne quelli già programmati – e la fine della giurisdizione delle corti europee nel territorio britannico (tutti argomenti molto cari ai sostenitori di Brexit).

L’accordo vero e proprio
Stamattina May si era unita alla riunione del Consiglio solo verso le 11. Tutti gli altri leader europei erano arrivati fra le 8.30 e le 9.30. Come capita ad ogni Consiglio Europeo, il distretto di Bruxelles che ospita le istituzioni europee era stato chiuso al traffico già dalla mattina presto, un orario in cui comunque le uniche persone che si vedevano per strada erano funzionari o giornalisti. Per accedere all’edificio dove era in corso il Consiglio bisognava passare due checkpoint, uno dei quali era presidiato da agenti dell’unità anti-terrorismo della polizia.

La discussione è stata molto breve, come previsto. Tutti i nodi principali sono stati risolti: Unione Europea e Regno Unito hanno un accordo su come calcolare la cifra che il Regno Unito dovrà versare all’Unione per rispettare gli impegni presi finora, sulla condizione dei cittadini europei che vivono nel Regno Unito, sul cosiddetto “backstop” per evitare un confine “chiuso” tra Irlanda e Irlanda del Nord, e anche sul periodo di transizione prima dell’uscita vera e propria (che avverrà il 31 dicembre 2020, e potrà essere rinviata una sola volta). I negoziatori britannici ed europei avevano già trovato un accordo anche sulle cose su cui non sono d’accordo: la futura relazione fra le due parti, infatti, verrà negoziata soltanto durante il periodo di transizione. Oltre all’accordo vero e proprio, il Consiglio ha approvato anche una dichiarazione politica di 36 pagine che saranno la base per i negoziati sulla relazione futura.

Della discussione avvenuta nel Consiglio non si sa molto: un diplomatico europeo che ha parlato coi giornalisti a margine della riunione ha detto che diversi stati membri se la sono presa con la Spagna per aver minacciato di bloccare l’intero accordo sulla questione di Gibilterra.

Cosa rimane?
Uno dei pochi punti che rimangono da risolvere è il diritto dei pescatori europei di accedere alle coste britanniche. È un tema che durante la campagna elettorale per il referendum era emerso molto spesso. I pescatori britannici sono stufi di ributtare in mare parte del pesce pescato per rispettare le quote europee, stabilite ogni anno per evitare che il mercato comunitario venga invaso dalla super-produzione di alcuni paesi (e per proteggere alcune specie di pesci considerate a rischio). I sostenitori di una Brexit “dura” chiedono l’abolizione delle quote e una severa restrizione dell’accesso alle acque britanniche per i pescatori europei.

Il problema principale, però, è che l’industria britannica della pesca non può fare a meno di dipendere dall’Europa: tre quarti del pesce pescato da navi britanniche viene venduto ai paesi dell’Unione, perché i pesci che si pescano più facilmente intorno alla Gran Bretagna – come lo sgombro e l’aringa – non piacciono molto ai britannici, che invece preferiscono altri pesci che vengono comprati all’estero. Un paese che esporta buona parte del suo pescato non può permettersi grandi margini di manovra: se anche il Regno Unito ottenesse l’uso esclusivo delle proprie acque, l’Unione potrebbe decidere di imporre dei dazi al pesce britannico, con gravissime conseguenze per l’intera industria. Per diventare autosufficiente, per dire, l’industria britannica della pesca dovrebbe convincere i britannici a mangiare più sgombro e meno tonno.

Un terzo documento approvato stamattina contiene sia la richiesta di prendere spunto dalle leggi attuali per risolvere la questione della pesca sia la richiesta che in futuro il Regno Unito rispetti alcuni parametri europei per evitare di fare concorrenza sleale agli altri paesi. Entrambe le misure saranno parecchio difficili da negoziare, come ha fatto capire fra gli altri la cancelliera tedesca Angela Merkel.

E poi?
Ricevuta l’approvazione del Consiglio Europeo, l’accordo ora passerà alla Camera dei comuni, la camera bassa del Parlamento britannico. Sulla carta sarà l’ostacolo più difficile per May, che dovrà convincere un’ottantina di deputati che oggi sono considerati contrari. Per effetto di una precedente decisione del Parlamento britannico, il voto dovrà tenersi prima che l’accordo venga ratificato definitivamente dal Parlamento Europeo, fra gennaio e febbraio.

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