Cos’ha davanti Theresa May

Che scenari si prospettano su Brexit per la prima ministra britannica, per il Partito Conservatore e per il Parlamento, nelle prossime settimane

(DANIEL LEAL-OLIVAS/AFP/Getty Images)

La posizione della prima ministra britannica Theresa May è, a detta praticamente di chiunque, estremamente complicata e precaria: mercoledì ha annunciato il raggiungimento di un accordo con l’Unione Europea per Brexit, apparentemente avvicinandosi alla conclusione di difficilissime trattative durate un anno e mezzo. Nei giorni seguenti, però, quell’accordo è stato al centro di un duro scontro interno al suo governo, che ha portato alle dimissioni di diversi ministri sostenitori di posizioni più intransigenti.

Sulla carta, l’ostacolo principale per May sarebbe far approvare l’accordo su Brexit al Parlamento britannico: secondo i calcoli del Guardian, nelle prossime settimane dovrebbe convincere un’ottantina di parlamentari che ad oggi sono considerati contrari. In realtà questo passaggio è diventato quasi secondario per May, la cui leadership all’interno del Partito Conservatore sembra parecchio in bilico.

Sarà una questione che si risolverà nei prossimi giorni, probabilmente prima del summit del Consiglio europeo straordinario di domenica 25 novembre, convocato proprio per approvare l’accordo trovato. Abbiamo raccolto un po’ di scenari su quello che potrebbe succedere ora, sia tra i Conservatori sia in Parlamento, mettendo insieme tra le altre cose alcune ipotesi descritte da Politico.

Per quanto riguarda la leadership di partito, gli scenari principali sono tre:

May resiste a capo dei Conservatori
Il regolamento del partito prevede che 48 parlamentari debbano inviare una lettera a un comitato speciale perché sia avviata una mozione di sfiducia interna al partito, un procedimento che se portato a termine quasi certamente indurrebbe May a dare le dimissioni da primo ministro.

I sostenitori della “hard Brexit”, cioè di un accordo che preveda meno legami con l’UE, dicono da tempo di poter contare su un’ottantina di parlamentari: se non dovessero raggiungere le 48 lettere subirebbero una sconfitta politica piuttosto imbarazzante, che se non altro toglierebbe a May il problema “domestico”. In teoria non ci sono limiti di tempo, ma con le strettissime scadenze di Brexit, l’opposizione di May dovrà farsi avanti nel giro di pochi giorni. In un’intervista data domenica a BBC, il capo del comitato interno del partito, Graham Brady, ha detto di non avere ancora ricevuto le 48 lettere necessarie per avviare la mozione di sfiducia.

May ottiene la fiducia del partito
Se invece la mozione di sfiducia interna al partito Conservatore sarà avviata, May avrà bisogno di 159 voti, cioè la metà dei 316 deputati del suo partito più uno. Non è ancora chiaro quanto gli avvenimenti degli ultimi giorni abbiano logorato il consenso di May, e se davvero si arriverà a una tale spaccatura del partito. C’è anche chi dice che con più di 100 voti di sfiducia, May perderebbe la sua legittimazione: non ci sarebbe però nessun obbligo formale di dimissioni, e la prima ministra potrebbe decidere di rimanere in carica per le enormi complicazioni che causerebbe una successione alla guida del paese in un momento così delicato e con scadenze così ristrette.

May viene sfiduciata dal partito
Se la mozione di sfiducia interna ai Conservatori dovesse essere presentata, e se May dovesse perdere, comincerebbe il processo per sostituirla alla leadership del partito (incarico che tradizionalmente coincide con quello di primo ministro). Difficilmente ci sarebbero i tempi per seguire tutta la trafila senza chiedere una proroga all’Unione Europea sulle trattative per Brexit: proroga che l’UE non sembra minimamente intenzionata a concedere.

A quel punto la corrente del partito uscita vincitrice dallo scontro con May potrebbe unirsi dietro a un unico candidato: si parla molto dell’ex ministro per Brexit Dominic Raab, che si è dimesso questa settimana in polemica con l’accordo trovato con l’UE. Ma la competizione per la leadership del partito non sembra scontata, e spesso in passato ha riservato delle sorprese: l’unica cosa probabile è che l’eventuale successore di May sarebbe promotore di una “hard Brexit”.

Superata questa fase di incertezza politica interna al partito Conservatore, però, se ne aprirà un’altra, che riguarda l’intero accordo.

L’accordo arriva al Parlamento con May a capo dei Conservatori
Sia che May vinca la mozione di fiducia interna, sia che non debba neanche affrontarla, l’ostacolo diventerebbe l’approvazione dell’accordo in Parlamento. Al momento, il governo ha perso la maggioranza da quando il Partito Unionista Democratico nord-irlandese ha ritirato la fiducia: ed è ipotizzabile che molti membri dello stesso Partito Conservatore, fallito il tentativo di sfiduciare May, si opporrebbero all’accordo anche in Parlamento.

May spera di convincere abbastanza parlamentari da arrivare alla maggioranza – ne manca un’ottantina, si stima – utilizzando varie armi: le instabilità dei mercati, la possibilità di un’uscita senza accordo, la promessa di concessioni politiche. Se non ci dovesse riuscire subito, May potrebbe decidere di forzare la mano avvicinandosi al 29 marzo 2019, e contando sul ripensamento all’ultimo degli oppositori più moderati dell’accordo, che quindi entrerebbe regolarmente in vigore dal 30 marzo.

May viene sostituita alla guida dei Conservatori
Il nuovo primo ministro britannico avrebbe poche settimane di tempo per rinegoziare un accordo che May è riuscita a ottenere tra mille difficoltà in 17 mesi di trattative. L’UE, con ogni probabilità, sarebbe poi ancora meno tollerante di quanto lo sia stata con il precedente governo. Se in qualche modo ci riuscisse, dovrebbe poi farlo approvare dal Parlamento, affidandosi quindi ai voti dei Conservatori moderati e fedeli a May.

Se la nuova leadership conservatrice non riuscisse a trattare un nuovo accordo con l’UE tornerebbe plausibile l’ipotesi di un’uscita dall’UE senza accordo, eventualità che al momento non vogliono né il Regno Unito né l’Unione. Nel caso estremo in cui ci si arrivasse, sarebbero con ogni probabilità raggiunti dei mini-accordi per garantire il funzionamento dei servizi quotidiani che dipendono dalla collaborazione tra Regno Unito e UE. Ma l’uscita senza accordo è – comprensibilmente – molto temuta da molti parlamentari britannici, ai quali comunque dovrebbe obbligatoriamente essere sottoposta: potrebbero quindi formarsi alleanze inedite per sfiduciare il governo, scongiurando così questa ipotesi.

Cade il governo May
Se il governo May fosse sfiduciato in Parlamento, o se si dimettesse dopo la bocciatura dell’accordo, ci sarebbero 14 giorni per formare un nuovo governo. Sembra estremamente probabile che i Conservatori la sostituirebbero autonomamente, anche perché altrimenti dovrebbero essere convocate nuove elezioni entro sei settimane: ma aggiungere questa complicazione a uno dei momenti più difficili della storia moderna del Regno Unito, probabilmente, sarebbe una soluzione poco condivisa. I Conservatori sarebbero poi i primi a volerla evitare, visto che gli ultimi sondaggi dicono che il Partito Laburista guidato da Jeremy Corbyn li ha superati di tre punti percentuali (39 per cento contro 36). Senza contare che potrebbe non esserci il tempo materiale, se le cose si tireranno per le lunghe: a meno di proroghe concesse dall’UE, come detto poco plausibili.

E il secondo referendum?
È una delle ipotesi più suggestive, evocata più volte negli ultimi mesi, e che sicuramente gode di un ampio consenso tra l’elettorato britannico: se non altro tra la metà che votò per rimanere nell’UE. Sembrava comunque poco plausibile, e non sono cambiate abbastanza cose per ritenerlo uno dei principali scenari. Ma c’è chi dice che è comunque una possibilità: perché acquisisca forma, l’accordo negoziato da May deve fallire definitivamente. A quel punto, i Conservatori potrebbero capire che non hanno nessuna speranza di contrattarne un altro in tempo: rimarrebbe solo l’alternativa tra un’uscita senza accordo e la permanenza nell’Unione. Per questo potrebbero decidere di indire un nuovo referendum: per sperare di vincerlo e guadagnare altro tempo con l’UE.

È importante tenere a mente che per i Conservatori convocare un nuovo referendum dopo aver promesso per oltre due anni che avrebbero eseguito la volontà popolare sarebbe comunque una probabile catastrofe, in termini di consensi. Ma potrebbe essere comunque preferita al salto nel vuoto rappresentato dall’uscita senza accordo, una prospettiva che sembrano disposti a percorrere soltanto pochi convinti “hard Brexiteers”. Un nuovo referendum, ha scritto Matt Kelly su Politico, potrebbe essere l’unico scenario in cui l’Unione Europea consentirebbe una proroga a Brexit.

Ci sono però ancora molti elementi che inducono a diffidare di questa ipotesi, come ha spiegato Andrew Duff, presidente del think tank Spinelli Group: l’accordo attuale, secondo molti, è un buon accordo sia per il Regno Unito che per l’UE, che contiene una buona dose di compromessi da entrambe le parti. Arrivarci è stato un processo sfiancante, lungo e costoso, che ormai i leader europei non vedono l’ora di mettersi alle spalle per potersi dedicare ad altri temi, anche in vista delle elezioni europee del maggio 2019. L’ulteriore permanenza del Regno Unito nell’UE potrebbe essere usata come tema di campagna elettorale dai partiti euroscettici per mobilitare il loro elettorato attorno a un tema comune.