• Mondo
  • giovedì 8 novembre 2018

Cosa succede dopo le dimissioni di Sessions

Trump ha rimpiazzato il suo procuratore generale con un sostituto provvisorio che ha ora pieni poteri sull'inchiesta di Mueller sulle interferenze russe

L'ex procuratore generale degli Stati Uniti, Jeff Sessions (ANDREW CABALLERO-REYNOLDS / AFP)

Poco dopo i risultati delle elezioni di metà mandato, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha chiesto e ottenuto le dimissioni del procuratore generale Jeff Sessions, a capo del Dipartimento della Giustizia. La notizia era attesa da tempo, considerate le dure critiche mosse nell’ultimo anno da Trump nei confronti di Sessions, e porta nuove incertezze sul futuro dell’inchiesta sulle interferenze russe nelle presidenziali del 2016, guidata dal procuratore speciale Robert Mueller. Nel frattempo, Trump ha nominato come procuratore generale provvisorio Matthew G. Whitaker, già capo dello staff di Sessions, e ritenuto molto fedele al presidente e critico nei confronti del lavoro svolto da Mueller.

Il capo dello staff della Casa Bianca, John F. Kelly, ha spiegato di avere chiamato Sessions prima della conferenza stampa di Trump in programma nella giornata di mercoledì 7 novembre per commentare i risultati delle elezioni, che hanno portato i Democratici a ottenere la maggioranza alla Camera, mentre il Senato è rimasto sotto il controllo dei Repubblicani. Kelly ha dato a Sessions la notizia della richiesta di Trump sulle sue dimissioni, senza che il presidente parlasse direttamente con il suo procuratore generale. Sessions ha quindi inviato una lettera nella quale ha presentato le proprie dimissioni “come richiesto” dal presidente.

La rinuncia di Sessions al proprio incarico era attesa da tempo e ci si aspettava che potesse avvenire solo dopo le elezioni di metà mandato, per evitare imbarazzi o complicare la campagna elettorale di alcuni candidati repubblicani. Trump aveva dimostrato in più occasioni di non avere stima di Sessions, soprattutto da quando nel 2017 aveva rinunciato a supervisionare l’inchiesta sulle ingerenze russe, essendo stato attivamente coinvolto nella campagna elettorale di Trump. Nei suoi tweet, Trump non aveva esitato a utilizzare toni durissimi contro Session definendolo “una persona molto debole” e “una disgrazia”, ritenendo di essere stato tradito dal proprio procuratore generale per non avere mantenuto la supervisione di un’indagine molto delicata, che potrebbe avere conseguenze concrete sulla sua presidenza.

Nella sua breve carriera da procuratore generale degli Stati Uniti, Sessions aveva cercato di dimettersi almeno in un paio di occasioni. Nel giugno del 2017, a pochi mesi dal complicato processo di conferma della sua nomina in Senato, ebbe un duro scontro nello studio ovale della Casa Bianca con Trump, che lo accusò di essere stato “sleale” nei suoi confronti. Sessions uscì dall’incontro con un accordo verbale con Trump per dimettersi, ma fu dissuaso dal farlo dall’allora capo dello staff di Trump, Reince Priebus: lo inseguì fuori dall’edificio in un parcheggio per convincerlo a non andarsene.

Fino alla rinuncia a supervisionare l’inchiesta sulle interferenze russe, i rapporti tra Sessions e Trump erano stati buoni. Durante la campagna elettorale per le presidenziali, Sessions era stato il primo senatore repubblicano a sostenere la candidatura di Trump, diventando in seguito uno dei suoi più importanti consiglieri, soprattutto sui temi dell’immigrazione. La cosiddetta “tolleranza zero” attuata in questi anni dalla presidenza Trump sui migranti, soprattutto per quelli provenienti dal confine meridionale degli Stati Uniti, è stata gestita e coordinata in buona parte da Sessions. Nonostante le sue azioni incisive e in linea con gli obiettivi della presidenza, Trump non ha mai perdonato a Sessions la sua decisione sull’inchiesta guidata da Mueller, causa ultima della richiesta di dimissioni.

In circostanze normali, il vice del procuratore generale – Rod J. Rosenstein – avrebbe dovuto prendere il posto di Sessions, ma Trump ha sfruttato una possibilità fornita dalla legge di nominare qualcun altro per un incarico provvisorio, in attesa di presentare un nuovo candidato per l’incarico al Senato, che deve poi approvare la scelta. La legge, o almeno una sua particolare interpretazione, permette al presidente di scegliere un sostituto tra i membri di maggior rilievo del Dipartimento, come Whitaker.

Formalmente, Whitaker può supervisionare l’inchiesta di Mueller, compito che finora era spettato a Rosenstein in seguito alla rinuncia di Sessions a occuparsene. Dopo l’annuncio dell’incarico temporaneo, tutti i Democratici di maggior livello al Congresso hanno chiesto che anche Whitaker rinunci a mantenere poteri sull’inchiesta di Mueller, considerate le sue ricorrenti critiche formulate in passato nei confronti del procuratore speciale. Nell’estate del 2017, per esempio, scrisse in un editoriale che l’inchiesta di Mueller era andata oltre le proprie prerogative, indagando aspetti finanziari della famiglia di Trump senza alcun nesso diretto con la vicenda delle interferenze russe. All’epoca disse che Rosenstein sarebbe dovuto intervenire in modo più incisivo sull’inchiesta. Anche grazie a queste dichiarazioni, Whitaker ha ottenuto nel tempo una stima crescente da parte di Trump, diventando uno stretto collaboratore della Casa Bianca e il capo dello staff di Sessions.

Seppure provvisorio e senza una conferma del Senato, Whitaker ha ora pieni poteri come procuratore generale. Ha quindi la facoltà di stabilire limiti, sia giuridici sia finanziari, dell’inchiesta di Mueller e può negare al procuratore speciale di estendere i confini delle sue indagini. Nel caso di un blocco di specifiche iniziative legali da parte di Mueller, come l’invio di mandati di comparizione, Whitaker dovrebbe comunque avvisare il Congresso sulla propria decisione.

Whitaker potrebbe inoltre licenziare Mueller, anche se questa scelta avrebbe pesanti ripercussioni politiche e sull’opinione pubblica per Trump. Il licenziamento dovrebbe comunque essere motivato e legato a specifici casi di negligenza professionale. Whitaker potrebbe però decidere di modificare le regole adottate da Rosenstein, in modo da licenziare Mueller senza un particolare motivo.

Al termine del suo lavoro, Mueller dovrà presentare un rapporto al procuratore generale, che potrà decidere se diffonderlo al Congresso o mantenerlo riservato. La Camera, dal prossimo anno sotto il controllo dei Democratici, potrebbe votare per chiedere al Dipartimento di Giustizia di avere comunque il documento. A quel punto la presidenza potrebbe decidere di non rispettare la richiesta, aprendo un contenzioso legale e istituzionale difficile da risolvere.

Whitaker potrà mantenere il proprio incarico da procuratore generale provvisorio per un massimo di 210 giorni, ma se il processo di approvazione da parte del Senato di un nuovo procuratore dovesse andare per le lunghe ci potrebbero essere rinvii e un’estensione del suo incarico.

Mostra commenti ( )