La Germania ha un problema con il carbone

Mentre i partiti ambientalisti continuano a crescere e quelli di estrema destra guadagnano i voti dei minatori, il governo Merkel non riesce a mantenere le sue promesse di ridurre l'utilizzo di combustibili fossili

(FEDERICO GAMBARINI/AFP/Getty Images)

Dieci anni fa la Germania intraprese un ambizioso progetto che avrebbe dovuto portarla ad abbandonare il carbone – e le centrali nucleari – come principale fonte di produzione energetica per passare alle fonti di energia rinnovabile. Il progetto fu chiamato “Energiewende” (inversione di energia) e procurò ad Angela Merkel il soprannome di “cancelliera del clima”. Le cose però non sono andate come sperato e promesso: nonostante da allora il governo tedesco abbia speso più di 500 miliardi di euro per convertire il sistema energetico del paese – e gli elettori tedeschi abbiano iniziato a votare sempre di più per i partiti ambientalisti –, oggi la Germania dipende ancora dal carbone per produrre un quarto della sua energia e non sembra che le cose cambieranno a breve.

Nel 2007 il governo disse che le emissioni di anidride carbonica (CO2) in Germania sarebbero scese al 40 per cento dei valori del 1990 entro il 2020 e Angela Merkel – da ministro dell’Ambiente prima e da cancelliera poi – ha più volte fatto pressione perché a livello europeo e internazionale venissero stabiliti standard elevati per la protezione ambientale (la Germania è per esempio tra i principali promotori degli accordi sul clima di Parigi). Quando partì il progetto “Energiewende”, il governo tedesco pensò di usare l’energia nucleare come ponte per facilitare il passaggio dal carbone alle rinnovabili, ma dopo il disastro di Fukushima nel 2011 decise di chiudere tutti i suoi 17 reattori nucleari entro il 2022 e di conseguenza i progetti per la decarbonizzazione del paese subirono complicazioni e rallentamenti.

La miniera di lignite, un carbon fossile che si estrae in Germania, di Hambach nella regione occidentale della Renania Settentrionale Vestfalia. (FEDERICO GAMBARINI/AFP/Getty Images)

Oggi l’energia pulita – prodotta soprattutto da centrali eoliche e solari, ma in buona parte anche da centrali a biomassa e idroelettriche – sta progressivamente prendendo il posto di quella prodotta da combustibili fossili, ma circa un quarto dell’energia utilizzata in Germania viene ancora prodotta dalla combustione del carbone e della lignite, un carbone fossile che si forma nelle foreste di cui la Germania è il secondo estrattore al mondo dopo la Cina. Il carbone è responsabile dell’ottanta per cento delle emissioni di anidride carbonica dell’intero settore energetico tedesco.

Ad agosto il ministro dell’Ambiente tedesco, Barbara Hendricks, ha detto che la Germania non riuscirà a raggiungere i suoi ambiziosi obiettivi di ridurre le emissioni di CO2 del 40 per cento entro il 2020 e che diventerà indipendente dal carbone non prima del 2038. Oltre a disattendere la promessa fatta quasi 10 anni fa, questo cambio di programma cozza con gli impegni presi a livello internazionale e con il fatto che la Germania dovrà comunque rispettare gli impegni internazionali presi a Parigi e ridurre le emissioni di CO2 dell’80-95 per cento entro il 2050, smettendo di usare di fatto il carbone come risorsa energetica. Ulteriore pressione in questo senso arriverà probabilmente anche dal recente rapporto delle Nazioni Unite sul clima, secondo cui i prossimi 12 anni saranno cruciali per evitare che l’aumento della temperatura media globale sia superiore a 1,5 °C (mantenere l’aumento della temperatura sotto i 2°C, intorno ai 1,5°C, è uno degli impegni sottoscritti alla conferenza sul clima di Parigi).

Gli obblighi internazionali non sono però l’unico problema che deve affrontare il governo di Angela Merkel per quanto riguarda inquinamento e cambiamenti climatici. Il lavoro di 22.500 persone in Germania dipende dal settore carbonifero e le tensioni politiche che stanno nascendo dalla chiusura delle centrali elettriche a carbone rischiano di compromettere la stabilità del governo. Questo settembre a Cottbus, una cittadina mineraria a un centinaio di chilometri a sud est di Berlino, seicento persone hanno preso parte a una protesta silenziosa contro la chiusura della locale centrale elettrica a carbone e hanno posato i loro elmetti bianchi da minatori su alcune sedie nella piazza principale della città. Cottbus si trova in Lusazia inferiore, una regione dello stato del Brandeburgo al confine con la Polonia dove circa 7.800 posti di lavoro dipendono dalle miniere.

A Cottbus in Germania alcune centinaia di persone hanno preso parte a una protesta contro la chiusura della centrale elettrica a carbone locale. (EPA/ALEXANDER BECHER/ANSA)

La chiusura delle miniere potrebbe inoltre portare voti al partito di estrema destra Alternativa per la Germania (AfD). AfD, che tra le le altre cose nega che le azioni umane possano influire sui cambiamenti climatici, è molto forte nelle tre regioni orientali dove si trovano alcuni tra i bacini minerari più grandi della Germania, in Lusazia, appunto, e nella regione che comprende le città di Lipsia, Halle, Bitterfeld e Marseburg, tra la Sassonia e la Sassonia-Anhalt. Economicamente queste tre regioni, che facevano parte dell’ex Repubblica democratica tedesca, sono tra le più deboli della Germania e le industrie legate al settore minerario sono spesso le uniche a fornire opportunità di lavoro sicure; ma anche nella Renania Settentrionale-Vestfalia, a ovest, dove ci sono anche i bacini della Ruhr, 8.900 persone che lavorano nel settore rischiano il lavoro. A tutto questo si aggiunge anche il fatto che il Parlamento europeo ha appena approvato un’ambiziosa proposta sulla riduzione delle emissioni prodotte dalle auto entro il 2030 che potrebbe danneggiare l’industria automobilistica tedesca (che da sola vale circa un quarto del PIL del paese).

La polizia tedesca questo settembre ha sgomberato un accampamento di ambientalisti che stavano protestando contro l’espansione di una miniera di carbone nella foresta di Hambach. (Michael Gottschalk/Getty Images)

Tutti i partner tedeschi dell’Europa occidentale stanno progressivamente abbandonando il carbone – l’Italia lo utilizza solo per il 12 per cento del suo fabbisogno energetico – e negli ultimi mesi il governo tedesco ha creato una “Commissione per l’uscita del carbone”, supervisionata da sei ministeri, tra cui quello dell’Ambiente e quello del Lavoro, che si occupa di preparare il paese ad eliminare completamente dall’uso del carbone per la produzione di energia e, di conseguenza, di reinserire chi perde il lavoro in settori alternativi. Ma le compagnie elettriche continuano a fare affidamento sul carbone per produrre energia: ad Hambach, nella Renania Settentrionale Vestfalia, il mese scorso la polizia ha sgomberato un accampamento di ambientalisti che stavano protestando contro l’espansione di una miniera di lignite che appartiene alla compagnia elettrica RWE. RWE fornisce energia elettrica a oltre 20 milioni di consumatori europei e l’espansione interessa una foresta di oltre due chilometri quadrati dove gli ambientalisti, negli ultimi sei anni, avevano costruito delle case sugli alberi per evitare che venissero abbattuti.

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