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  • giovedì 4 ottobre 2018

L’Europa League è sempre una meraviglia

Anche quest'anno il secondo torneo della UEFA nasconde storie e aneddoti inconsueti dai campionati più polverosi del continente

Stefan Ristovski, Jovane Cabral e Bruno Fernandes dopo un gol al Qarabag nella prima partita dei gironi di Europa League (PATRICIA DE MELO MOREIRA/AFP/Getty Images)

La nuova edizione dell’Europa League è iniziata due settimane fa con le partite del primo turno della fase a gironi, a cui partecipano anche due italiane: Milan e Lazio. Questa sera si giocherà il secondo turno, con il Milan che ospita in casa i greci dell’Olympiacos Pireo e la Lazio che va in trasferta a Francoforte. A dire il vero però il torneo è iniziato ufficialmente il 26 giugno – pochi giorni dopo la fine dei campionati e a Mondiali ancora in corso – con i primi turni preliminari. Ci hanno giocato complessivamente 158 squadre, dal Portogallo al Kazakistan, comprese le rappresentanti degli stati più piccoli della UEFA come il Kosovo, San Marino, Andorra e Gibilterra, per cui l’Europa League dura al massimo qualche settimana tra giugno e luglio.

Per le squadre più importanti, invece, magari finite in Europa League dopo una brutta annata in campionato, il secondo torneo della UEFA può essere un peso: non ha un grandissimo appeal, prevede un turno in più della Champions League, offre meno premi economici, comporta trasferte lunghe e si gioca sempre di giovedì, due o tre giorni prima dei turni di campionato. Per le squadre minori però è una grande occasione: gli introiti garantiti dalla partecipazione ai gironi, anche se sono soltanto di qualche milione di euro, possono incidere notevolmente sui loro bilanci. Il torneo è inoltre utile per misurarsi contro club più attrezzati e competitivi e poi anche per mettersi in mostra, se si ha qualcosa di buono da mostrare.

Ogni anno quindi l’Europa League riserva dei posti nella sua fase a gironi a squadre piccole di campionato minori. Questo crea inevitabilmente un livello abbastanza disomogeneo tra le partecipanti, con squadre milionarie che finiscono a giocare in stadi di provincia contro giocatori semiprofessionisti, come nel caso del Milan quest’anno. Ma porta anche alla luce tante piccole storie da raccontare, le stesse che nel corso degli anni hanno maggiormente definito l’immagine del secondo torneo calcistico d’Europa, almeno nelle sue prime fasi.

🇱🇺 Dudelange

Nella prima giornata della fase a gironi il Milan è andato a giocare in Lussemburgo contro la piccola squadra del Dudelange, alla sua prima partecipazione di sempre nel torneo. Dudelange non è nemmeno la prima città del Lussemburgo, ma la quarta per popolazione, con circa 17.000 abitanti. Il Dudelange però è da anni la squadra più forte del piccolo campionato nazionale, grazie anche agli investimenti del presidente, Flavio Becca, nato in Lussemburgo da immigrati italiani e proprietario dell’azienda produttrice di bevande energetiche naturali Leopard, già presente nello sport in passato con una squadra di ciclismo e un team nel Motomondiale. L’allenatore con cui la squadra ha ottenuto la prima storica qualificazione all’Europa League è il tedesco Dino Toppmöller, figlio di Klaus, l’allenatore tedesco che nel 2002 con il Bayer Leverkusen vide svanire un possibile triplete perdendo tutto in pochi giorni.

Il granduca Enrico di Lussemburgo con la moglie Maria Teresa in tribuna per Dudelange-Milan (JOHN THYS/AFP/Getty Images)

Per l’Europa League il Dudelange non giocherà nel suo stadio, il Jos Nosbaum, che ha solo 2.600 posti a sedere, ma si trasferirà al Josy Barthel, lo stadio della nazionale lussemburghese. Al Barthel si è giocata la partita contro il Milan, vinta degli ospiti 1-0 grazie a un gol di Gonzalo Higuain. Per il Dudelange è stato comunque un successo, perché chissà quando gli capiterà ancora di ospitare il Milan, e i suoi giocatori avranno una bella storia da raccontare, soprattutto i semiprofessionisti che durante la settimana hanno un altro lavoro e a cui la società concede di arrivare in ritardo agli allenamenti.

🇵🇹 Sporting Lisbona

Parliamo di una delle tre squadre più importanti del campionato portoghese, che vanta il maggior numero di giocatori premiati con il Pallone d’Oro cresciuti nelle sue giovanili, per ultimo Cristiano Ronaldo. Negli ultimi due decenni però il club ha ceduto completamente la leadership del campionato al Porto e al Benfica. Non vince un titolo nazionale dal 2002. Nel 2013, tuttavia, l’elezione alla presidenza di Bruno de Carvalho diede inizio a un ciclo estremamente positivo, con il club che in poco tempo riuscì a colmare gran parte del distacco che lo divideva dal Porto e dal Benfica, tornando ad avere una squadra competitiva anche in Europa. Nel corso della sua presidenza de Carvalho iniziò però a mostrare spesso in pubblico il suo carattere irascibile e portato alle polemiche e agli scontri verbali, venendo a creare a detta di molti un “clima tossico” all’interno del club.

I rapporti tra dirigenti, giocatori e tifosi ne risentirono fino ad arrivare ad una situazione di confusione totale al termine della passata stagione. In seguito a delle prestazioni poco convincenti in Europa League, de Carvalho criticò apertamente la squadra, accusando i giocatori di non impegnarsi abbastanza e quelli più forti di loro di non aggiungere nulla al livello del gioco. Alcuni di loro difesero pubblicamente il lavoro della squadra e si iniziarono a intravedere le prime spaccature. Complice un clima sfavorevole, i risultati della squadra peggiorarono e all’ultima giornata di campionato lo Sporting perse la qualificazione alla Champions League. Il giorno dopo un gruppo di tifosi fece irruzione nel centro di allenamento e picchiò giocatori e l’allenatore Jorge Jesus.

Ci furono feriti e ricoverati in ospedale. L’aggressione sconvolse inevitabilmente tutta la squadra, che da lì iniziò a smembrarsi e pochi giorni dopo perse la finale di coppa nazionale. Tanti giocatori annunciarono di voler lasciare la squadra, e in una decina lo fecero, compreso l’allenatore Jorge Jesus, finito a lavorare in Arabia Saudita. Nei giorni dell’aggressione venne alla luce anche un caso di corruzione che coinvolgeva la dirigenza. Tutto ciò portò alla destituzione di de Carvalho – e all’esonero del nuovo allenatore Sinisa Mihajlovic, assunto da un presidente destituito – da parte del consiglio del club per i danni arrecati alla società e per una gestione rivelatasi disastrosa.

In estate il club ha perso i suoi migliori giocatori, tra cui Gelson Martins, William Carvalho e Rui Patricio. A rimpiazzarli sono stati chiamati fra gli altri due giocatori italiani: il portiere Emiliano Viviano e il centrocampista Stefano Sturaro.

🇧🇬 Ludogorets Razgrad

Fino a poco più di dieci anni fa il Ludogorets non esisteva. Oggi è indiscutibilmente la squadra più forte della Bulgaria e nelle coppe europee spesso ottiene risultati sorprendenti e sopra la media delle altre squadre dell’est. Nell’estate del 2014 fece parlare molto di sé dopo che nella partita dei playoff di Champions League giocata contro la Steaua Bucarest rimase in dieci per l’espulsione del suo portiere, e non avendo più cambi a disposizione, ai calci di rigore fu mandato in porta il difensore romeno Cosmin Moti, il quale riuscì a pararne due portando la squadra per la prima volta alla fase a gironi del torneo più importante d’Europa.

Il Ludogorets ha sede a Razgrad, una città di circa 70.000 abitanti distante più di trecento chilometri dalla capitale Sofia, città dove la squadra ha giocato le sue partite casalinghe nelle coppe europee fino all’anno scorso. La storia del club, fondato nel 2001, cambiò radicalmente nel settembre di otto anni fa, quando fu comprato dall’oligarca Kiril Domuschiev, uno dei più ricchi uomini bulgari. Due anni prima Domuschiev aveva portato a termine la privatizzazione di circa il 70 per cento dell’intera vecchia flotta marina bulgara con una gigantesca operazione economica in un mercato a dire il vero non molto trasparente come quello bulgaro, peraltro in ambito statale e in periodo di liberalizzazioni. Dal 2013 è proprietario dei tre terminal commerciali del porto di Burgas, uno dei più importanti scali mercantili sul Mar Nero. Domuschiev, inoltre, deve parte della sua fortuna anche alle due società farmaceutiche di cui è proprietario, BIOVET e Huvepharma, entrambe con sedi a Razgrad.

Il nuovo Ludogorets, potendo contare su di una solidissima base economica, superiore a qualsiasi altra squadra bulgara, nel 2012 vinse il primo titolo nazionale della sua storia alla prima apparizione nella massima serie nazionale. Da allora ha vinto sei titoli consecutivi, un record reso possibile dagli importanti investimenti nella squadra, che nel corso degli anni si è rafforzata acquistando i migliori giocatori bulgari e numerosi talenti brasiliani di seconda fascia. Per dare un’idea dello strapotere economico del Ludogorets in Bulgaria, dal 2013 il club ha speso nel mercato circa 25 milioni di euro, una cifra che tutte le altre società del campionato bulgaro, per come sono ora, non arriverebbero a spendere nemmeno in una stagione.

🇩🇪 🇦🇹 Lipsia e Salisburgo (il “derby Red Bull”)

Nella prima giornata della fase a gironi di Europa League le due squadre europee di proprietà di Red Bull, il Lipsia e il Salisburgo, si sono incontrate nell’inevitabile derby dell’azienda austriaca, vinto a sorpresa per 3-2 dal Salisburgo, che fra le due è la squadra “minore” (anche se la più vecchia). Dell’eventualità di un “derby Red Bull” se ne cominciò a parlare nel 2017, quando alla sua prima partecipazione nel massimo campionato di calcio tedesco, il RasenBallsport Lipsia – squadra che otto anni fa giocava in quinta divisione – si qualificò per la Champions League con una giornata di anticipo. La squadra era stata comprata nel 2009 da Red Bull, che l’aveva trasformata in pochi anni in una delle squadre più forti e ricche del continente. Ma le regole della Champions League proibiscono tuttora allo stesso proprietario di iscrivere più di una squadra alla competizione, e stabiliscono che la precedenza debba averla la squadra che si è posizionata meglio nel suo campionato: in quel caso il Red Bull Salisburgo, che nel 2017 vinse il campionato austriaco.

Yussuf Poulsen e Diadie Samassekou nel derby Red Bull di Europa League (ROBERT MICHAEL/AFP/Getty Images)

Al termine della stagione, tuttavia, la UEFA decise che sia Red Bull Salisburgo che RB Lipsia avrebbero potuto partecipare alla successiva edizione della Champions League, nel caso il Salisburgo si fosse qualificato, cosa poi non successa nella passata stagione. Nel comunicato della UEFA si leggeva: «A seguito di un’indagine approfondita e dopo numerosi e importanti cambiamenti nella struttura e nella governance dei club (per quanto riguarda le questioni societarie, il finanziamento, il personale, le modalità di sponsorizzazione, ecc.), la UEFA ha ritenuto che nessuna persona fisica o giuridica abbia più un’influenza decisiva su più di un club che partecipa a una competizione UEFA per club».

🇸🇰 Spartak Trnava

Trnava è conosciuta storicamente come la città satellite della capitale slovacca Bratislava. La vicinanza a Bratislava, e di conseguenza anche a Vienna, appena al di là del confine, ha dato a Trnava molte più opportunità di qualsiasi altra città slovacca di medie dimensioni. Nel calcio, per esempio, la squadra locale detiene cinque campionati cecoslovacchi vinti tra il 1968 e il 1973, ricordati come gli anni d’oro della sua storia. Quest’anno lo Spartak è tornato a vincere un titolo nazionale dopo 45 anni, e per la prima volta dalla separazione con la Repubblica Ceca.

La vittoria in campionato è stata abbastanza netta ed è arrivata dopo una crescita evidente della squadra avvenuta negli ultimi anni. Il titolo, tuttavia, è coinciso con l’arrivo in panchina dell’allenatore serbo naturalizzato inglese Nestor El Maestro. Non c’è nessun errore: Nestor Jevtic, nato a Belgrado nel 1983, cambiò legalmente il suo nome nel 2000 insieme al fratello minore Nikon, grande promessa del calcio giovanile che però ha completamente fallito l’ingresso nel calcio professionistico europeo. I due fratelli cambiarono cognome durante la permanenza con la famiglia in Inghilterra, dove si erano trasferiti per via delle guerre jugoslave, perché si trovavano a disagio ad aver un cognome serbo. Ora la definisce una decisione che prese in maniera avventata da ragazzo, anche se non ha nessuna intenzione di tornare a chiamarsi Jevtic.

Nei primi anni Duemila, El Maestro iniziò a lavorare come collaboratore tecnico del West Ham, per poi mettere insieme una lunga serie di esperienze in tutta Europa: Austria Vienna, Valencia, Schalke, Hannover, Amburgo, dove si portò dietro il fratello minore. Nei suoi ultimi anni da collaboratore tecnico divenne assistente dell’allenatore tedesco Mirko Slomka, che lasciò solo nel 2016 per tornare all’Austria Vienna. Da Vienna trovò l’opportunità di allenare in prima divisione slovacca, che ha poi vinto al primo colpo. Dopo il successo in Slovacchia, El Maestro ha lasciato Trnava e ha accettato un’offerta del CSKA Sofia.

🇦🇿 Qarabag Agdam

Il Nagorno-Karabakh è una regione da tempo contesa tra Armenia e Azerbaijan. La sua storia è piuttosto complicata: negli anni Venti la regione era stata promessa all’Armenia dai bolscevichi. Poi però Stalin cambiò idea e venne creato l’Oblast Autonomo del Nagorno-Karabakh, che venne inglobato a sua volta nella Repubblica Socialista Sovietica Azera contro la volontà della maggior parte degli abitanti, che era armena e di fede cristiana (l’Azerbaijan è invece tradizionalmente di religione musulmana sciita). Alla fine degli anni Ottanta, quando la regione approfittò della disgregazione dell’Unione Sovietica per staccarsi definitivamente dall’Azerbaijan, le tensioni divennero incontrollabili. Nel 1988 il Parlamento del Nagorno-Karabakh dichiarò la propria indipendenza, gli azeri si rivolsero all’Unione Sovietica per bloccare la secessione ma da Mosca non ci fu alcun intervento. Iniziò allora la guerra del Nagorno-Karabakh, che ufficialmente si è combattuta tra il 1992 (quando il Nagorno-Karabakh proclamò ufficialmente la nuova repubblica) e il 1994, ma le cui operazioni militari e alcuni crimini di guerra erano cominciati già dal 1988.

Durante i combattimenti vennero uccise circa trentamila persone e ci furono quasi un milione di sfollati (circa quattrocentomila armeni un tempo residenti nell’Azerbaigian e circa cinquecentomila azeri residenti in Armenia e Nagorno-Karabakh), molti dei quali ancora oggi vivono in campi profughi o non sono potuti tornare nelle loro case. Il 5 maggio del 1994 venne firmato a Bishkek, in Kirghizistan, un cessate-il-fuoco che però spesso negli ultimi anni non è stato rispettato. I due paesi sono ancora tecnicamente in guerra ma alla fine il Nagorno-Karabakh, protetto dall’Armenia, ha ottenuto l’indipendenza de facto, anche se questa non è ancora riconosciuta dalla comunità internazionale.

Il Qarabag è la squadra di Agdam, città del Nagorno-Karabakh che dopo essere stata distrutta dai combattimenti tra armeni e azeri ora non esiste più. Per questo motivo la squadra prima si è trasferita a Baku, poi a Quzanlı, vicino al confine con il Nagorno-Karabakh. Il Qarabag è una delle squadre azere più importanti e vince il campionato nazionale da due anni consecutivi. Partecipa ai gironi di Europa League da quattro anni e la scorsa stagione è riuscita a qualificarsi ai gironi di Champions League, dove ha incontrato anche la Roma.

🇰🇿 Astana

Da un paio di anni c’è una squadra che tutti i club europei sperano vivamente di evitare ai sorteggi delle coppe. Non perché sia particolarmente forte o impegnativa da affrontare, ma perché ha sede ad Astana, la giovane capitale del Kazakistan: 2.700 chilometri ad est di Mosca, più vicina a Ulan Bator che a Milano.

Astana è la capitale del Kazakistan dal 1997, quando prese il posto di Almaty, fino ad allora di gran lunga la città più importante del paese. La posizione geografica di Almaty, però, non le era favorevole perché quasi a ridosso del confine con il Kirghizistan e con la Cina a meno di trecento chilometri. La città di Akmola invece, che poi diventò Astana, aveva evidenti vantaggi strategici, trovandosi circa mille chilometri a nord verso la Russia, circondata dalla steppa. Lì la temperatura è comunque gelida, stabilmente inferiore ai dieci gradi sotto zero da dicembre a febbraio; nel corso dell’anno i vasti spazi aperti del territorio sono spazzati da un vento altrettanto freddo. Josif Stalin deportò centinaia di migliaia di persone in questa steppa, dove poi i sovietici trovarono una sede ideale per basi spaziali e test nucleari. Ma i dubbi persistenti sulla posizione della città furono accantonati e il governo iniziò a incentivare il trasferimento nella nuova Astana, che nel 2010 ha superato i 700.000 abitanti (nel 1999 erano 280.000).

Dopo aver costruito una capitale praticamente da zero, negli ultimi anni il governo kazako ha investito molto nello sport, servendosi proprio del nome Astana e dei colori nazionali del paese. Nel ciclismo, per esempio, esiste l’Astana Pro Team, una delle squadre più importanti a livello internazionale, per cui hanno corso tanti grandi corridori, anche italiani. Nel calcio, invece, c’è l’Astana Fwtbol Klwbı. Il club esiste dal 2008 ed è nato dalla fusione di due squadre già esistenti. Ha cominciato ad imporsi nel campionato nazionale negli ultimi cinque anni ed è da quattro stagioni che vince il titolo nazionale. L’Astana è riuscita a portare in Kazakistan diversi giocatori stranieri servendosi di una piccola ma comunque consistente parte dei circa 80 miliardi di dollari provenienti da Samruk-Kazyna, il fondo sovrano statale che finanzia la squadra. Grazie alle risorse a disposizione, per l’Astana ora giocano i migliori calciatori kazaki e ogni anno la rosa viene rinforzata con l’acquisto di discreti giocatori stranieri. Ora in squadra ci sono il trequartista ungherese Laszlo Kleinheisler, acquistato dal Werder Brema, il congolese Junior Kabananga, capocannoniere della squadra ed ex attaccante dell’Anderlecht, e l’ex terzino destro del Villarreal Antonio Rukavina.

Quest’anno toccherà a Dinamo Kiev, Rennes e Jablonec viaggiare per più di 6.000 chilometri attraversando dai quattro ai sette fusi-orari. Ma essere una squadra kazaka crea problemi anche alla stessa Astana. Tre anni fa, quando partecipò ai gironi di Champions League, si presentò a Madrid per giocare contro l’Atletico con una squadra piena di riserve e ragazzi delle giovanili per non stancare troppo i titolari in vista del campionato, ritenuto in quel momento più importante.

🇭🇺 Vidi

È la squadra della città ungherese di Szekesfehervar, posta a metà strada tra il lago Balaton e Budapest. È il vecchio Videton – nome ereditato da una industria ungherese di materiale elettronico – che al termine della passata stagione, in cui ha vinto il campionato, ha cambiato denominazione in MOL Vidi in seguito a un accordo di sponsorizzazione dell’azienda petrolifera di stato MOL. Nelle coppe europee però, dove le sponsorizzazioni nel nome non sono consentite, si chiamerà soltanto Vidi. È la squadra che tifa il presidente ungherese Viktor Orban, dato che venne fondata nel suo paese natale, Felcsut, e solo in un secondo momento trasferita a Szekesfehervar. È di proprietà dell’oligarca Istvan Garancsi, amico intimo di Orban, e frequentata da alcuni degli uomini più ricchi dei paesi. Questo ha alimentato diffidenze e sospetti nei confronti della squadra, la quale sta beneficiando come tante altre dei finanziamenti statali per investire nelle infrastrutture. In Ungheria quasi ogni squadra fra la prima e seconda divisione oggi gioca in uno stadio costruito negli ultimi cinque anni, Videoton compreso, che fra pochi mesi entrerà nel suo nuovo stadio. Intanto giocherà alla Groupama Arena di Budapest, lo stadio dei rivali del Ferencvaros.

Viktor Orban nel vecchio stadio del Videoton per una partita del campionato ungherese (BRUNO FAHY/AFP/GettyImages)