Il Primo Ministro britannico Theresa May durante l'annuale congresso del Partito Conservatore che quest'anno si tiene a Birmingham. (BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

Cosa sta succedendo al Partito Conservatore britannico

I fallimenti dei suoi leader non gli hanno fatto perdere consensi, racconta l'Economist: ma si gioca molto su Brexit

Il Primo Ministro britannico Theresa May durante l'annuale congresso del Partito Conservatore che quest'anno si tiene a Birmingham. (BEN STANSALL/AFP/Getty Images)

Questa settimana l’Economist ha dedicato un lungo articolo al futuro del Partito Conservatore britannico e al modo in cui Brexit – la scelta degli elettori britannici di lasciare l’Unione Europea col referendum del 2016 – ha cambiato, e continuerà a cambiare, uno dei più antichi partiti d’Europa, nato nel 1834 e erede del Partito dei Tory (nome tuttora usato), che a sua volta nacque nel Diciassettesimo secolo dopo la fine della Repubblica di Cromwell.

L’articolo è stato pubblicato pochi giorni prima dell’inizio del congresso del partito, che si sta tenendo a Birmingham dal 30 settembre e che terminerà il 3 ottobre. I Conservatori dovranno decidere se confermare la loro fiducia nella leadership di Theresa May, attuale capo del partito e primo ministro, e nella sua proposta per portare avanti i negoziati con l’Unione Europea rispetto all’uscita del Regno Unito. Secondo Liz Truss, segretario di Stato per il Tesoro, Brexit ha avuto un effetto “anno zero” sul partito costringendolo a ripensarsi e a cercare nuovi modi con cui governare il paese una volta che sarà uscito dall’Unione Europea. Il congresso a Birmingham servirà anche a questo.

Negli ultimi anni, i leader del partito hanno ottenuto dei palesi e teatrali insuccessi politici: la scelta dell’allora primo ministro David Cameron del giugno del 2016 di indire un referendum sulla permanenza del paese nell’Unione Europea lo ha portato alla sconfitta a quel referendum e alle sue dimissioni da primo ministro; le elezioni anticipate volute da May lo scorso anno hanno portato a una maggioranza ancora più risicata in Parlamento, diversamente dalle sue speranze di consolidarla: i seggi dei Conservatori sono passati dai 331 ottenuti nel 2015 ai 318 del 2017.

Nonostante questo, il referendum del 2016 ha coinvolto un numero di votanti superiore a quello di qualsiasi altra iniziativa elettorale nella storia recente del Regno Unito e il Partito Conservatore si è accreditato presso gli elettori come quello che ha permesso al paese di decidere della sua posizione in Europa. E questo ha avuto anche effetti positivi sui suoi risultati successivi: Brexit ha portato a una crescita dei consensi pari a 2,3 milioni di voti in più alle elezioni generali del 2017 rispetto a quelle del 2015.

Ora il governo è concentrato su come portare a termine i negoziati in vista del 29 marzo 2019, data ufficiale dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea (a meno che, cosa possibile, non ci sia una proroga). All’interno del partito, però, non tutti la pensano allo stesso modo. La maggior parte dei parlamentari conservatori che al referendum ha votato per rimanere nell’Unione Europea ora vorrebbe una “soft Brexit”, cioè un accordo che permetta al Regno Unito di beneficiare ancora di alcuni vantaggi di cui godono gli stati dell’Unione, tra cui l’appartenenza al mercato unico: proposta a cui è contraria la stessa Unione Europea. Quelli che invece hanno fatto campagna per uscire, come Michael Gove, attualmente ministro dell’Ambiente, sostengono una “hard Brexit”, cioè un’uscita più drastica del Regno Unito da tutti i trattati e le istituzioni dell’Unione Europea.

Il “Chequers plan”, il piano preparato a luglio da Theresa May, che finora ha portato alle dimissioni di due ministri del suo governo, è un compromesso tra queste due posizioni, che permetterebbe al paese di beneficiare ancora del mercato unico per quanto riguarda la libera circolazione delle merci e di un accordo doganale speciale al confine irlandese, senza però dover sottostare al resto della giurisdizione europea (anche sulla libera circolazione delle persone).

Il 20 settembre a Salisburgo i rappresentanti degli altri 27 paesi dell’Unione Europea hanno respinto il “Chequers plan”, e ora si rischia che il 29 marzo arrivi senza che le due parti abbiano raggiunto un accordo. Se questo fosse lo scenario, Regno Unito e Unione Europea potrebbero iniziare a trattarsi come membri qualsiasi dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), dovendo di volta in volta ridefinire i rapporti reciproci attraverso nuovi accordi bilaterali.

Nella storia del Partito Conservatore è già successo che situazioni potenzialmente critiche siano state sfruttate per accrescere il consenso, e tornare a governare con una maggioranza più forte in Parlamento. È il caso – ricorda l’Economist – della crisi di Suez del 1956, quando Regno Unito e Francia si opposero all’Egitto di Nasser, che aveva deciso di nazionalizzare il canale di Suez. L’incapacità del governo conservatore di gestire la crisi portò alle dimissioni dell’allora primo ministro Anthony Eden, ma la scelta di un nuovo leader, Harold Macmillan, permise ai Tory di riprendere il potere appena tre anni dopo e con una maggioranza più solida, di venti seggi in più.

Brexit potrebbe avere lo stesso effetto. Nonostante alle ultime elezioni il partito abbia perso tredici seggi, in termini assoluti i Tory hanno registrato la percentuale più alta di consensi (42,3%) dal voto del 1983, che era stato l’anno successivo alla vittoria nella guerra delle Falkland/Malvinas da parte di Margaret Thatcher. Rispetto agli anni Ottanta, inoltre, il partito sta rafforzando la sua presenza anche a livello nazionale: in Scozia il numero dei parlamentari conservatori è aumentato da uno a tredici, e i Tory hanno raggiunto risultati eccellenti in zone tradizionalmente a maggioranza laburista. A Copeland, un collegio nel nordovest dell’Inghilterra sotto il controllo della sinistra dal 1973, la candidata conservatrice si è aggiudicata il seggio per duemila voti.

Secondo l’Economist l’aumento dei consensi per il Partito Conservatore è merito di Brexit, ma anche del fatto che finalmente i Tory iniziano ad assomigliare al paese che governano: oltre la metà dei deputati conservatori ha frequentato la scuola pubblica e il governo attuale è il primo in cui non ci sono ex studenti di Eton, la scuola privata più famosa del Regno Unito che da cinquecento anni forma la maggior parte della classe dirigente del paese. Anche i tentativi di Cameron di modernizzare il partito candidando donne e persone appartenenti alle minoranze etniche hanno avuto un discreto successo. Nel 2010 le deputate erano 49, oggi sono 67 (comunque la metà di quelle elette tra i laburisti). Questo aumento tra i Conservatori segue peraltro una tendenza positiva dell’intero Parlamento: la percentuale di donne nella Camera dei Comuni nel 2010 era del 22,6% sul totale, oggi è del 32%. Anche il numero di parlamentari che appartengono a minoranze etniche è cresciuto: e Sajid Javid è diventato ad aprile il primo ministro degli Affari interni ad avere origini asiatiche.

Al suo interno il partito presenta una varietà di posizioni le cui differenze vanno oltre il dibattito sui negoziati per la Brexit, e saranno determinanti per decidere chi guiderà il paese dopo il 29 marzo 2019. Le correnti principali descritte dall’Economist sono tre: i “thatcheriani”, i sostenitori di un “New Deal” e la fazione del cosiddetto “One Nation conservatorism”.

I thatcheriani – eredi di Margaret Thatcher, primo ministro tra il 1979 e il 1990 – sono il gruppo più numeroso e si dividono al loro interno in due fazioni: una più conservatrice e una più liberale. Jacob Rees-Mogg, a capo dello European Research Group, il gruppo parlamentare che cerca di prendere il controllo dei negoziati su Brexit e spinge per rifiutare ogni accordo con l’Europa, è uno dei rappresentanti più illustri della fazione conservatrice e euroscettica.

I sostenitori di un “New Deal”, invece, vogliono riadattare il pensiero economico liberista di Margaret Thatcher per contrastare gli effetti della crisi finanziaria globale e la nascita dei movimenti populisti. In campo economico ritengono che l’unico modo per opporsi efficacemente al Labour sia riformare il capitalismo inglese e proteggere i diritti dei consumatori dagli interessi delle grandi imprese monopolistiche, soprattutto quelle del settore digitale e tecnologico.

Gli “One Nation Tories”, invece, si rifanno a Benjamin Disraeli, due volte primo ministro durante il regno della regina Vittoria, che guidò il partito tra il 1850 e il 1870: a questo gruppo appartengono anche David Cameron e Theresa May. Il conservatorismo “One Nation” combina la salvaguardia delle istituzioni e dei principi tradizionali con i concetti della democrazia liberale e un programma di inclusione sociale ed economico pensato per venire incontro ai cittadini delle fasce sociali più basse. La sua priorità – lo dice il nome – è conservare una maggiore unità del paese e, per esempio, attenuare le divisioni su Brexit.

L’Economist dice: “in generale questo è il genere di partito pluralista in grado di generare delle speranze; un partito che sembra raccogliere idee diverse come non gli capitava da tempo”.

Dopo il 29 marzo è difficile che May riesca a rimanere primo ministro: secondo un suo ex collaboratore, George Freeman, il partito avrà bisogno di un leader “non avvelenato dalle politiche del referendum e dal ‘macello’ che è seguito”. Tra i potenziali candidati che potrebbero prendere il posto di May ci sono alcuni membri dell’attuale governo, come Javid o Jeremy Hunt, ministro degli Esteri. Anche l’ex ministro ed ex sindaco di Londra Boris Johnson, che non ha mai nascosto le sue aspirazioni a diventare primo ministro e in questi anni è stato tra i più visibili leader del partito, potrebbe avere una chance. Il suo consenso è in calo in Parlamento, ma è popolarissimo tra gli elettori, anche per il ruolo di primo piano che ha avuto durante la campagna per il referendum, in cui sosteneva l’uscita del Regno Unito. E alle elezioni per la leadership dei Conservatori sono gli iscritti a votare, non i parlamentari.