• Mondo
  • Martedì 14 agosto 2018

Due mesi dopo, cosa è cambiato?

È vero che la Corea del Nord non è più una minaccia nucleare? A due mesi dall'incontro di Singapore, le cose sono molto più complesse di così

Donald Trump e Kim Jong-un all'hotel Capella di Sentosa, Singapore, 12 giugno 2018
(ANTHONY WALLACE/AFP/Getty Images)
Donald Trump e Kim Jong-un all'hotel Capella di Sentosa, Singapore, 12 giugno 2018 (ANTHONY WALLACE/AFP/Getty Images)

Il 13 giugno scorso il presidente statunitense Donald Trump scrisse un tweet che lasciò stupefatti molti. Erano passate poche ore dallo storico incontro a Singapore tra lui e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un, che era terminato con una vaga dichiarazione congiunta che accennava alla pace e all’impegno di «lavorare in direzione» della denuclearizzazione dell’intera «penisola coreana». Poco dopo essere atterrato con l’Air Force One vicino a Washington, di ritorno da Singapore, Trump scrisse «Non c’è più alcuna minaccia nucleare dalla Corea del Nord», eccedendo probabilmente in ottimismo. Da quel giorno sono passati due mesi: cosa è successo? La Corea del Nord ha iniziato davvero a smantellare il suo arsenale nucleare, come speravano gli Stati Uniti?

La risposta breve è no. Negli ultimi due mesi ci sono stati momenti di tensione e altri di distensione, ma non sono stati fatti veri passi avanti sul tema della denuclearizzazione, quello più caro agli Stati Uniti. In molti si chiedono quali siano le vere intenzioni di Kim Jong-un, a capo di un regime che già in passato ha fatto promesse non mantenute sul suo programma militare. Altri si chiedono invece se Trump si sia fatto fregare: se abbia concesso cioè delle cose – su tutte la legittimazione internazionale – fidandosi troppo di Kim, senza avere alcuna garanzia in cambio.

Il primo punto da considerare, lo stesso di cui gli esperti discutono da tempo, è il fatto che Stati Uniti e Corea del Nord non sembrano essersi mai accordati su una definizione di “denuclearizzazione”. Il comunicato finale dell’incontro di Singapore parlava di un impegno vago di entrambi i paesi, ma non entrava nel dettaglio. È una questione importante: per gli Stati Uniti “denuclearizzazione” significa disarmo totale dell’arsenale nordcoreano e l’accesso degli ispettori internazionali ai siti sospetti; per la Corea del Nord significa disarmo – forse – ma con certe garanzie, che ancora non si conoscono. Da Singapore non era uscita alcuna definizione concordata di “denuclearizzazione”, probabilmente perché scontrarsi sul punto più controverso e divisivo avrebbe fatto saltare subito i colloqui. Si era preferito mantenere l’ambiguità di avere due definizioni diverse, cosa che nelle ultime settimane ha però permesso a entrambi i governi di accusarsi a vicenda, di prendere tempo e di fare nuove rivendicazioni.

Nella sostanza, i progressi fatti negli ultimi mesi sono tre, ma vanno valutati con molta cautela.

Primo: dallo scorso novembre il regime nordcoreano non ha compiuto test né missilistici né nucleari. Secondo: la Corea del Nord ha ridato agli Stati Uniti i resti di 55 cittadini statunitensi uccisi durante la Guerra di Corea, come stabilito nell’accordo di Singapore. Terzo: alcune immagini satellitari sembrano mostrare come la Corea del Nord abbia iniziato a smantellare un sito di test missilistici. Gli analisti più critici e diffidenti sostengono però che questi tre sviluppi dovrebbero essere ridimensionati, soprattutto perché in buona parte reversibili. Nonostante Trump abbia mantenuto i toni ottimisti dello scorso 13 giugno, la Corea del Nord ha infatti continuato a rafforzare il suo programma missilistico e nucleare, ha scritto il New York Times, anche se in maniera meno visibile di prima.

Alcuni esponenti del governo statunitense si sono lamentati del fatto che, passati due mesi dall’accordo di Singapore, la Corea del Nord non abbia ancora fornito la lista di tutti i suoi depositi di armi atomiche, delle strutture missilistiche e di quelle destinate alla produzione del nucleare. La lista viene considerata dall’amministrazione Trump il primo passo verso un processo reale di denuclearizzazione. Un altro passo sarebbe l’accesso in Corea del Nord degli ispettori internazionali incaricati di verificare lo stato delle strutture da monitorare: l’impressione, però, è che servirà ancora molto tempo prima di poter parlare di ispezioni indipendenti.

La Corea del Nord sembra invece intenzionata a rallentare sulla denuclearizzazione – qualsiasi cosa voglia dire – e accelerare sulla pace nella penisola coreana. Giovedì il quotidiano nordcoreano Rodong Simmun, controllato dal governo di Kim Jong-un, ha ribadito l’importanza di trasformare l’armistizio del 1953, quello che mise fine alla guerra nella penisola coreana, in un vero e proprio trattato di pace: sarebbe il «primo passo» verso il completamento dell’accordo raggiunto il 12 giugno a Singapore tra Trump e Kim, ha scritto il Rodong Simmun. In sostanza, la Corea del Nord vincola un eventuale processo di disarmo ai negoziati sulla pace nella penisola coreana. L’impressione è che anche il governo della Corea del Sud, guidato dal presidente Moon Jae-in, sia disposto ad appoggiare in maniera discreta la posizione nordcoreana: se si dovesse arrivare a una pace, infatti, sarebbe più complicato per Trump trasformare le minacce militari contro la Corea del Nord in guerra aperta, un’eventualità che l’attuale presidente Moon vorrebbe scongiurare a tutti i costi.

La situazione sembra quindi essere bloccata, perché nessuno dei due governi – quello statunitense e quello nordcoreano – sembra poter guadagnare qualcosa dal fare concessioni all’avversario.

Secondo diversi esperti, Kim Jong-un avrebbe già ottenuto in parte quello che si aspettava da questa fase di distensione dei rapporti con gli Stati Uniti: la legittimità internazionale. Dall’inizio del 2018, infatti, Kim ha già avuto incontri di alto livello con il presidente sudcoreano Moon, il presidente cinese Xi Jinping, il primo ministro di Singapore Lee Hsien Loong e con Donald Trump. Ciascuno di questi incontri gli è servito per mostrare di poter trattare alla pari con alcuni dei leader più potenti del mondo – una cosa rilevante per uno che veniva considerato un “pazzo” fino a qualche mese fa. Inoltre per il regime nordcoreano dare informazioni sul proprio arsenale nucleare agli Stati Uniti potrebbe essere pericoloso, perché queste informazioni potrebbero essere usate in futuro per compiere attacchi militari preventivi contro la Corea del Nord.

Da parte sua, anche Trump sembra non avere alcun interesse a fare concessioni. Dopo l’incontro di Singapore, infatti, il presidente statunitense era stato criticato da più parti per avere annunciato la sospensione delle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud: Trump le aveva definite «giochi di guerra», la stessa espressione usata dalla Corea del Nord, e le aveva cancellate come gesto di buona volontà verso Kim Jong-un. Il problema, avevano sostenuto diversi analisti, è che Trump non aveva ottenuto nulla in cambio. Fare oggi altre concessioni, significherebbe per il presidente statunitense ricevere altre critiche, anche da deputati e senatori Repubblicani, ed essere ricordato come il presidente che ha finito per essere manovrato da Kim Jong-un.