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  • lunedì 11 giugno 2018

Cosa vuol dire “denuclearizzare” la Corea del Nord?

È uno dei temi più importanti di cui questi colloqui, ma significa cose diverse a Washington e Pyongyang

Il ministro degli Esteri di Singapore, Vivian Balakrishnan, e il dittatore nordcoreano Kim Jong-un si fanno un selfie, 11 giugno 2018 (Chris McGrath/Getty Images)

Il presidente statunitense Donald Trump è andato a Singapore a incontrare il dittatore nordcoreano Kim Jong-un soprattutto per un motivo: ottenere la “denuclearizzazione” della Corea del Nord, cioè l’eliminazione completa del suo programma nucleare militare. Messa così sembra piuttosto semplice: spostare le armi nucleari e distruggere le infrastrutture usate per costruirle, di modo da togliere alla Corea del Nord la sua arma più potente e temuta, nel più breve tempo possibile. Nella realtà, però, le cose sono parecchio più complicate, per due ragioni: perché “denuclearizzazione” vuol dire cose diverse a Washington e a Pyongyang, così diverse che oggi sembra che i margini per un accordo siano minimi; e poi perché “denuclearizzare” la Corea del Nord sarebbe il caso più impegnativo di sempre di disarmo nucleare, considerata la grandezza e segretezza del programma nucleare nordcoreano.

Uno dei punti più controversi nei colloqui ruota attorno alla definizione del termine “denuclearizzazione”. Per diversi funzionari della Casa Bianca e per lo stesso Trump, “denuclearizzazione” significa la consegna da parte di Kim Jong-un di tutto il suo arsenale nucleare e dei suoi missili, e la concessione di ispezioni internazionali nei siti dove oggi si costruiscono le armi. Per il regime nordcoreano sembra però voler dire qualcosa di molto diverso: potrebbe significare un accordo più ampio che preveda la graduale consegna delle armi nucleari ma anche una riduzione delle truppe statunitensi in territorio sudcoreano e la rimozione del cosiddetto “ombrello nucleare” americano su Corea del Sud e Giappone (con “ombrello nucleare” si intende una serie di garanzie date da un paese dotato di arma atomica – in questo caso gli Stati Uniti – a un suo alleato che non la possiede).

La differenza tra le due interpretazioni è enorme. L’amministrazione Trump, per esempio, è arrivata a suggerire un modello di “denuclearizzazione” simile a quello usato per la Libia dell’ex presidente Muammar Gheddafi nel 2004, che però difficilmente sarà accettato dalla Corea del Nord di Kim Jong-un. Gheddafi fu destituito e ucciso nel 2011 nel bel mezzo di una guerra civile e dopo un intervento militare di diversi paesi stranieri, tra cui gli Stati Uniti. L’intervento ci sarebbe stato lo stesso se Gheddafi avesse avuto ancora le sue armi nucleari? Probabilmente no. Kim Jong-un accetterà un piano che potrebbe fargli fare la fine di Gheddafi? Probabilmente no.

La seconda questione riguarda il significato più stretto della parola “denuclearizzazione”, cioè quello che si dovrebbe fare per smantellare il programma nucleare militare nordcoreano.

Nello specifico, come ha sintetizzato il New York Times: rimuovere tutte le armi nucleari, quindi smontarle una a una e spedirne i componenti all’esterno; interrompere l’arricchimento dell’uranio, ovvero chiudere gli impianti dove le centrifughe preparano il combustibile per i reattori e le armi nucleari; disattivare i reattori usati per convertire l’uranio in plutonio, altro combustibile per armi nucleari; chiudere i siti dove si sono tenuti i test nucleari, e confermare che le recenti esplosioni controllate abbiano realmente distrutto il sito di Punggye-ri, il principale usato finora dal regime; chiudere gli impianti di produzione per le bombe all’idrogeno, che sono centinaia di volte più potenti di quelle all’uranio e al plutonio; prevedere controlli ovunque, quindi permettere agli ispettori internazionali di muoversi liberamente nel paese e effettuare controlli nei siti che ritengono sospetti; distruggere le armi biologiche letali, tra cui l’antrace; distruggere le armi chimiche, per esempio il sarin; e infine ridurre il programma missilistico, di modo da eliminare la minaccia attualmente esistente contro Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud.

Secondo un rapporto di Rand Corporation del 2014, la Corea del Nord ha 114 siti dedicati alla produzione e uso di armi di distruzione di massa. Quello più grande – Yongbyon, il principale complesso atomico del paese – copre quasi otto chilometri quadrati di terreno. Inoltre le informazioni disponibili sono limitate: non si conosce la collocazione di tutti i tunnel usati per i test, né si ha la conferma del numero delle strutture adibite alla costruzione di armi di distruzione di massa e non è chiaro nemmeno quante armi nucleari abbia oggi il regime nordcoreano.

In altre parole “denuclearizzare” la Corea del Nord, come vorrebbe l’amministrazione statunitense, è un processo enorme e complicato: le strutture nucleari nordcoreane sono così tante e diffuse che alcuni esperti sostengono che l’unico modo per smantellarle sia affidare il compito agli stessi nordcoreani, con la supervisione degli ispettori internazionali. Ma ci si può fidare della Corea del Nord? Molti dicono di no, e a ragion veduta, viste le bugie raccontate negli ultimi anni e le minacce rivolte agli Stati Uniti e ai loro alleati fino a praticamente l’altro ieri.

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