Quelli che vogliono fare come Corbyn

Per molti la crisi della sinistra europea si può risolvere seguendo l'esempio del partito Laburista britannico: ma cosa significa in concreto e può funzionare fuori dal Regno Unito?

di Davide Maria De Luca – @DM_Deluca
(AP Photo/Kirsty Wigglesworth)

All’inizio di luglio il leader del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn ha ricevuto un’accoglienza calorosa a L’Aia, nei Paesi Bassi, dove era stato invitato dal partito laburista locale (PVDA) per spiegare le sue idee per il ritorno al successo della sinistra. «Se la classe lavoratrice non sperimenta un miglioramento delle sue condizioni – ha detto Corbyn a una platea formata da un centinaio di dirigenti di partito – sarà l’estrema destra ad approfittarne con una politica di odio, divisione e razzismo».

Asscher en Corbyn: Stop the race to the bottom!

Nederland dreigt een verzorgingsstaat voor de grote bedrijven te worden. Daarom strijden Lodewijk Asscher en Jeremy Corbyn samen tegen het afschaffen van de dividendbelasting. Stop de ‘race tot he bottom’. For the many, not the few! 👇

Gepostet von Partij van de Arbeid (PvdA) am Donnerstag, 5. Juli 2018

I delegati olandesi del PVDA hanno applaudito il discorso politico di Corbyn e, pochi minuti dopo, hanno ascoltato i suggerimenti pratici di Zeyn Mohammed e Beth Foster-Ogg, 26 e 21 anni, attivisti di “Momentum”, l’organizzazione interna al partito (in Italia la chiameremmo corrente) che ha contribuito in maniera determinante alle vittorie di Corbyn negli ultimi anni: la conquista della leadership di partito nel 2015, la vittoria al congresso dell’anno successivo e poi l’ottimo risultato raggiunto alle elezioni anticipate del 2017. Risultati che hanno rappresentato una momentanea inversione di tendenza per la sinistra europea, che appare in crisi di voti e di ideali da più di un decennio. Come gli olandesi del PVDA oggi sono molti i leader della sinistra europea a chiedersi quale sia il segreto di Corbyn e se sia replicabile nei loro paesi.

Ad applaudire Corbyn e a parlare subito dopo di lui c’era uno di questi leader, Lodewijk Asscher, segretario dei laburisti olandesi, uno dei partiti che hanno pagato più duramente la recente crisi della sinistra. Alle ultime elezioni, nel marzo 2017, il PVDA ha perso 29 dei 37 seggi che aveva e da secondo partito più votato del paese è passato ad essere soltanto il settimo. Secondo la maggior parte degli analisti, gli elettori non hanno perdonato ai laburisti i cinque anni trascorsi al governo come partner di minoranza dei liberali, un periodo contraddistinto da austerità e tagli particolarmente sgraditi all’elettorato laburista, come quelli all’istruzione e ai servizi pubblici.

Quando Corbyn conquistò la leadership dei laburisti britannici nel 2015, promettendo una nuova enfasi su spesa pubblica e servizi ai cittadini, Asscher, che era vice-primo ministro del governo di coalizione con i liberali, criticò il suo programma sostenendo che era fantasioso e irrealizzabile. Oggi ha cambiato idea e durante il convegno a L’Aia ha applaudito quando Corbyn ha detto che il sostegno ai tagli e all’austerità rappresenta la tomba della sinistra. Asscher, che oggi è schierato contro l’abolizione dell’imposta sui dividendi annunciata dal nuovo governo, sembra davvero intenzionato a cambiare la direzione del suo partito nella speranza di invertirne le fortune elettorali. Poco prima di incontrare Corbyn aveva preso contatti anche con i socialisti portoghesi, che governano con un certo successo grazie a una coalizione con la sinistra radicale.

Resta però ancora da dimostrare la credibilità davanti agli elettori di un ribaltamento di fronte portato avanti dagli stessi dirigenti che hanno guidato il partito durante il disprezzato governo di coalizione con i liberali. Chi ci aveva provato prima degli olandesi non ha avuto troppa fortuna. Alle ultime elezioni in Italia, Liberi e Uguali, una coalizione formata da partiti di sinistra e da fuoriusciti dal Partito Democratico, si è presentato agli elettori come una forza autenticamente di sinistra intenzionata a cancellare alcune delle riforme più detestate introdotte dall’ultimo governo, come la riforma della scuola e l’abolizione dell’articolo 18. La campagna elettorale di Liberi e Uguali si è platealmente ispirata a Corbyn e al “corbinismo”, arrivando al punto di copiarne gli slogan.

Lotteremo per i molti, non per i pochi. Noi di Liberi e Uguali abbiamo scelto queste parole per riassumere il nostro…

Gepostet von Pietro Grasso am Sonntag, 7. Januar 2018

Il risultato però è stato meno che spettacolare. Liberi e Uguali si è trovato in una situazione non troppo diversa da quella che affrontano oggi gli olandesi: la maggior parte dei suoi leader di primo piano aveva fatto parte della maggioranza che sosteneva di voler combattere e in buona parte aveva votato le leggi che voleva cancellare. Pier Luigi Bersani, uno dei leader più visibili di LeU, era segretario del PD ai tempi del governo di Mario Monti e sostenne ogni provvedimento portato avanti da quel governo, finendo così con l’associarsi alla riforma delle pensioni e agli aumenti di tasse approvati da quel governo. Quando il 4 marzo arrivò il momento del voto, il risultato di LeU fu ampiamente sotto le aspettative.

Di Corbyn e del suo modello di sinistra si è parlato spesso anche in Germania, dove Martin Schulz, il candidato cancelliere del principale partito della sinistra tedesca, è stato per un breve periodo paragonato al leader britannico quando, dopo aver vinto le primarie, aveva assistito a un improvviso incremento delle iscrizioni al suo partito, la SPD. Appena eletto, Schulz aveva imposto al partito una netta svolta a sinistra, criticando i tagli allo stato sociale varati nei primi anni 2000 dal suo predecessore, il cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder, una serie di riforme che, fino a quel momento, erano considerate intoccabili all’interno del partito. Ma a differenza di quella di Corbyn, la candidatura di Schulz si è sgonfiata in fretta. Schulz è rapidamente tornato sui suoi passi e nel corso della campagna elettorale è apparso e incapace di scegliere tra il radicalismo delle sue prime uscite pubbliche e la necessità di presentare un profilo moderato e rassicurante.

Alla fine la SPD non è riuscita a presentare un programma alternativo e più credibile di quello della cancelliera Angela Merkel. Ma ha sofferto anche la concorrenza dell’estrema destra dell’AFD e quella degli altri partiti di sinistra, i Verdi e la sinistra radicale di Die Linke. Anche se il tracollo non è stato devastante come quello del PVDA olandese, alle elezioni del settembre 2017 la SPD ha ottenuto comunque il peggior risultato elettorale della fine della Seconda guerra mondiale. Lo scorso febbraio, a meno di un anno dalla sua elezione, Schulz è stato costretto ad abbandonare l’incarico di presidente del partito.

Ma l’idea di ispirarsi ai laburisti britannici non si è del tutto spenta in Germania e rimane viva in particolare nelle organizzazioni giovanili del partito. In campagna elettorale, Schulz aveva promesso che la SPD non avrebbe mai fatto parte di una nuova “grande coalizione” con la CSU della cancelliera Angela Merkel. Quando però a novembre le trattative per la formazione di una coalizione di centrodestra sono saltate, la leadership del partito ha iniziato una serie di colloqui con la CDU che lo scorso marzo hanno portato alla nascita del quarto governo Merkel, il terzo sostenuto da una grande coalizione con l’SPD. Le trattative sono state accompagnate dalle proteste di numerosi attivisti e in particolare dalle organizzazioni giovanili del partito. Tra i nemici della coalizione si sono distinti gli attivisti di #NoGroKo, un movimento apertamente ispirato all’organizzazione britannica “Momentum”.

Secondo questi attivisti, il partito avrebbe dovuto rifiutare un’alleanza centrista, restare sulle sue posizioni e offrire un nuovo e credibile programma di sinistra con il quale condurre una dura opposizione. Ma il loro tentativo di creare un “Momentum” tedesco è fallito e il 66 per cento degli iscritti al partito ha votato “Sì” alla nuova coalizione nel referendum interno organizzato per l’occasione (il dieci per cento in meno di quanti votarono a favore dell’alleanza nel 2013). I giovani radicali però non sono rimasti del tutto a mani vuote. Nel timore di essere superata a sinistra dalla base, la leadership del partito ha ottenuto da Merkel la promessa di aumentare gli investimenti pubblici e di mettere nuovi limiti e regole ai contratti precari. I membri della vecchia guardia hanno quasi tutti assunto posizioni ministeriali nel nuovo governo, lasciando la guida del partito a una figura neutrale, l’ex capogruppo al Bundestag Andrea Nahles (lei stessa una ex leader dei giovani della SPD e nettamente contraria alle riforme di Schröder). I giovani contrari alla coalizione hanno ottenuto importanti posizioni all’interno del partito che danno loro buone possibilità di affrontare il prossimo congresso da una posizione di forza.

La nuova presidente del SPD, Andrea Nahles, prima donna a ricoprire l’incarico (AP Photo/Michael Probst)

Se quindi è vero che diversi partiti europeo negli ultimi anni hanno iniziato a guardare con interesse al Partito Laburista di Corbyn, è altrettanto vero che nella maggior parte dei casi lo hanno fatto per i motivi più disparati. Non esiste il “corbinismo” nel senso di un’ideologia coerente ed esportabile, ma piuttosto negli ultimi anni è emersa la tendenza all’utilizzo strumentale di un’etichetta che appare di successo per raggiungere obiettivi locali. Il “corbinismo”, in altre parole, è una creatura diversa a seconda di chi ne parla.

Per i laburisti olandesi “fare come Corbyn” significa rompere con il loro passato di austerità e consentire ai dirigenti del partito di rifarsi una verginità politica, in parte compromessa dalla lunga alleanza con i conservatori. Per la sinistra italiana, seguire l’esempio britannico ha significato prendere a prestito gli slogan e il linguaggio del Partito Laburista per rimarcare la differenza con il Partito Democratico che appariva ancora saldamente radicato al centro dello spettro politico. In Germania, il “corbinismo” è la bandiera agitata dalle sezioni giovanili della SPD che lo utilizzano per chiedere una politica autonoma rispetto a quella delle “grandi coalizioni” e, non secondariamente, per ottenere maggior influenza sulla guida del partito.

Il fatto che ognuno prenda il pezzo di “corbinismo” che più sembra adatto al suo contesto non deve stupire. Come hanno notato in molti, il fenomeno Corbyn è troppo peculiare per rappresentare una specie di “manuale di istruzioni” applicabile in tutto il continente. I critici, ad esempio, ricordano che il Partito Laburista del Regno Unito non ha rivali alla sua sinistra (una situazione favorita dal peculiare sistema elettorale locale), mentre nel resto d’Europa i tradizionali partiti socialdemocratici fronteggiano da tempo la concorrenza di avversari che non hanno mai ceduto a compromessi centristi e con le politiche di austerità. Anche il programma del Labour sembra essere tagliato su misura per le peculiari esigenze del Regno Unito, spesso radicalmente differenti da quelle degli altri paesi europei. Corbyn, ad esempio, ha promesso di nazionalizzare il sistema ferroviario, ritenuto uno dei peggiori d’Europa, ma questa non è una proposta che si può adottare in Germania o in Italia, dove i treni sono in gran parte pubblici e dove le ferrovie assicurano già oggi un livello di servizio tutto sommato accettabile. Un discorso simile si potrebbe fare per gran parte dei punti contenuti nel programma del Labour britannico.

C’è poi la personalità di Jeremy Corbyn, un leader con una storia praticamente unica nella sinistra europea. Da sempre pacifista, ambientalista e socialista, Corbyn ha mantenuto le sue posizioni anche quando si è trovato a dover votare contro il suo intero partito. Per più di vent’anni è rimasto all’opposizione interna dei Laburisti, dominati dalla maggioranza centrista guidata da Tony Blair, senza mai cedere a compromessi e riuscendo sempre a farsi rieleggere nel collegio di Islington North, nella parte settentrionale di Londra. La credibilità che gli garantisce la sua coerenza è considerata una delle risorse più efficaci a disposizione del Partito Laburista ed un’arma che cospicuamente manca a gran parte degli altri socialdemocratici europei, tra le cui fila si trovano pochi leader carismatici che non abbiano cambiato ben più di una posizione e accettato ben più di un compromesso.

Questo però non significa che nell’esempio britannico non ci sia proprio nulla a cui la sinistra europea possa ispirarsi. Uno degli aspetti che più intrigano i socialdemocratici degli altri paesi è la capacità del Labour di mobilitare migliaia di volontari (in due anni gli iscritti al partito sono passati da 190 mila a più di 500 mila), l’efficacia delle sue tattiche su internet e nel porta a porta. Più che agli slogan e ai programmi, in molti hanno quindi iniziato a studiare con interesse Momentum, la “corrente” di Corbyn, e i suoi meccanismi interni nel tentativo di replicarli. Come però sottolineano gli stessi attivisti britannici, la forza di Momentum e del Labour in generale non dipendono soltanto dalle tecniche usate dai suoi attivisti. La ragione dei buoni risultati, ha spiegato uno degli organizzatori di Momentum (che è stato anche tra i principali animatori di #NoGroKo in Germania) «si trova nel contenuto politico di quello che diciamo, nel fatto che offriamo una genuina possibilità di cambiamento che ha ispirato un’intera generazione». Questa “genuina possibilità di cambiamento” è un’offerta politica che ha poco a che fare con gli slogan utilizzati dal Labour britannico o con il suo programma economico, pensato per il Regno Unito e difficilmente esportabile sul continente.

Passando in rassegna i non troppo numerosi casi in cui la sinistra europea è riuscita a ottenere buoni risultati negli ultimi anni (Portogallo, Spagna, Grecia) quello che emerge non è l’aderenza a un fantomatico “corbinismo”, ma l’offerta agli elettori di una proposta originale, diversa e più convincente di quella presentata dai conservatori e dall’estrema destra. In quei paesi, la sinistra ha offerto un netto cambiamento rispetto alle politiche centriste e moderate del passato, che si è concretizzato con un “ritorno a sinistra” a volte più simbolico che sostanziale. «Non sta a me dire ai partiti europei chi devono eleggere in Parlamento o come», ha spiegato Corbyn a Politico.eu, mentre si trovava in visita nei Paesi Bassi: «Il mio messaggio è semplice: se la sinistra europea combatterà l’austerità e porterà a compimento la sua missione storica che è quella di redistribuire il reddito e la ricchezza, allora riusciremo a ridurre lo spazio che oggi sta venendo invaso dall’estrema destra». Per Corbyn, quindi “fare come Corbyn” significa semplicemente tornare a fare la sinistra. Cosa questo significhi in concreto non sarà Corbyn a spiegarlo, ma saranno eventualmente i singoli partiti di sinistra sparsi per l’Europa a doverlo scoprire, se decideranno di adottare questa strategia.

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