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  • giovedì 2 agosto 2018

Il Tour de France di Marco Pantani

Vinse due mesi dopo aver vinto il Giro, con un grande attacco sul Galibier, in un Tour in cui però si parlò molto anche di doping

di Gabriele Gargantini
(PATRICK KOVARIK/AFP/Getty Images)

Il 2 agosto 1998 Marco Pantani vinse il Tour de France. Fu il primo italiano a riuscirci 33 anni dopo la vittoria di Felice Gimondi e dopo di lui ci è riuscito solo Vincenzo Nibali, nel 2014. Pantani diventò anche uno dei pochi ciclisti – e l’unico italiano insieme a Fausto Coppi – ad aver vinto nello stesso anno il Giro d’Italia e il Tour de France. Dopo di lui ci hanno provato in molti – compresi Alberto Contador e Chris Froome – ma non ci è riuscito nessuno. Nel 1998 Pantani era uno degli sportivi più noti al mondo e in Italia l’attenzione e il tifo per lui non erano paragonabili a quelli per nessun ciclista arrivato dopo.

Il Tour de France del 1998 ebbe una storia unica, da film, per almeno tre motivi:

– per quello che era diventato Pantani, che il 7 giugno aveva vinto il suo primo e unico Giro d’Italia, dopo che negli anni precedenti era stato il miglior scalatore al mondo, ma spesso sfortunato: una volta cadde dopo che un gatto gli attraversò la strada e per due volte cadde, con gravi conseguenze, per colpa di due diverse automobili.

– perché quel Tour, oltre alla vittoria di Pantani, è ricordato per lo scandalo Festina. Iniziò ancora prima del Tour quando un massaggiatore della Festina – una delle più forti squadre di quegli anni, sponsorizzata dalla nota azienda di orologi – fu fermato alla dogana tra Belgio e Francia perché nella sua auto c’erano svariati prodotti illeciti e dopanti, destinata alla squadra. Vuol dire che era una pratica comune e organizzata, non gestita dai singoli atleti all’insaputa di altri. Durante quel Tour l’intera squadra si ritirò e ci fu uno sciopero dei corridori – che minacciarono di non finire il Tour – contro il modo in cui venivano fatti loro i controlli antidoping. Si ritirarono anche altre squadre: alla partenza, a Dublino, c’erano 189 corridori; all’ultima tappa, come sempre a Parigi, ne restavano 96. Le inchieste e le rivelazioni degli anni successivi hanno chiarito che almeno gran parte dei corridori facesse uso di sostanze dopanti, soprattutto di EPO: nome breve di eritropoietina, un ormone che migliora le prestazioni ed è difficilmente rilevabile nei controlli antidoping. Fu dimostrato che anche Pantani ne facesse uso.

– per il lungo duello tra Pantani e il tedesco Jan Ullrich, due corridori diversissimi. Pantani andava fortissimo in salita e benissimo in discesa, ma non a cronometro. Piaceva al pubblico perché in salita faceva frequenti e potenti attacchi, spesso dopo essersi tolto bandana (ancora il casco non era obbligatorio) e occhiali. Si alzava spesso sui pedali e teneva le mani basse sul manubrio, come nessun altro prima di lui (e come qualcuno ha iniziato a fare dopo, perché lo faceva lui). Pantani era diventato quello che era agli occhi del pubblico anche per il suo aspetto e i suoi modi: era soprannominato “Il Pirata”, era alto poco più di un metro e 70 centimetri e pesava poco più di 50 chili. Jan Ullrich, di tre anni più giovane, era alto più di un metro e ottanta centimetri e pesava allora almeno 20 chili più di Pantani. Aveva vinto il Tour del 1997 (in cui Pantani era arrivato terzo) ed era soprannominato Kaiser, imperatore. Ullrich era fortissimo a cronometro e se la cavava molto bene in salita, ma non come Pantani.

Come andò quel Tour
Al Tour c’erano più di 100 chilometri di cronometro individuale, impensabili per gli standard di oggi. C’erano anche tappe in salita, ma prima dell’inizio – un giorno prima della finale dei Mondiali di Francia – in pochi pensavano che Pantani avrebbe potuto vincere. Il grande favorito era Ullrich. Anche perché Pantani dopo la vittoria al Giro – soprattutto dopo aver staccato il russo Pavel Tonkov dopo una tappa memorabile con arrivo a Plan di Montecampione – aveva detto di non voler correre il Tour ed era stato diversi giorni senza pedalare. Disse di aver deciso di correre il Tour  per una promessa fatta a Luciano Pezzi, dirigente dalla sua squadra, la Mercatone Uno, morto nel giugno 1998, dopo la fine del Giro. Pantani aveva ripreso ad allenarsi davvero a circa 10 giorni dall’inizio del Tour, senza partecipare a nessuna gara tra Giro e Tour.

Il Tour iniziò a Dublino con un prologo, una breve cronometro di meno di sei chilometri. Pantani arrivò 169° e perse subito alcune decine di secondi da Ullrich. Il 18 luglio, dopo la cronometro della settima tappa, Ulrich andò in testa alla classifica generale e si prese la Maglia gialla, simbolo del primato. Pantani era invece 43°, a circa cinque minuti di distacco. Nelle sue tappe Ullrich aveva guadagnato un consistente vantaggio. Pantani, che stava recuperando condizione fisica, aveva però davanti a sé un po’ di sue tappe per provare a recuperare il ritardo.

Il 21 luglio, nella tappa pirenaica con arrivo a Luchon, Pantani attaccò in salita, sul Col de Peyresourde, e guadagnò una ventina di secondi. Il 22 luglio vinse la tappa con arrivo a Plateau de Beille e guadagnò un paio di minuti su Ullrich. Ma Ullrich era sempre in Maglia gialla e Pantani, quarto in classifica, aveva ancora tre minuti di ritardo.

Marco Pantani durante l’11esima tappa del Tour de France tra Luchon e Plateau de Beille, il 22 luglio 1998. (Alex Livesey /Allsport)

Il 27 luglio ci fu la tappa più importante di quel Tour e una delle più note e memorabili della storia del ciclismo. Partì da Grenoble e arrivò a Les Deux Alpes, in un giorno freddo e di pioggia. Pantani, che come sempre stava in mezzo o in fondo al gruppo, si portò in testa e attaccò a 50 chilometri dall’arrivo, sulla lunghissima salita del Galibier, che arriva a 2.642 metri d’altezza. Ullrich provò a stargli dietro ma non ce la fece.

Marco Pantani durante la 15esima tappa, da Grenoble a Les Deux Alpes, il 27 luglio 1998. (Alex Livesey /Allsport)

Pantani arrivò in cima al Galibier con quasi tre minuti di vantaggio e aumentò ancora il vantaggio in discesa e nell’ultima salita. Vinse la tappa e si prese la Maglia gialla. Ullrich arrivò nove minuti dopo. Adriano DeZan, commentatore Rai (in tempi in cui le tappe erano seguite da alcuni milioni di spettatori e molti si mettevano a cercare una tv per vedere almeno l’arrivo) disse che per fare quell’impresa Pantani aveva dimostrato di avere «nervi saldi, cervello fresco e grandi gambe».

Restava un’altra tappa di salita, con arrivo ad Albertville. Pantani e Ullrich rimasero soli in testa e arrivarono insieme, con Pantani che lasciò la vittoria di tappa a Ullrich.

Jan Ullrich e Marco Pantani nella volata finale della 16esima tappa del Tour de France, il 28 luglio 1998. (AP Photo/Peter Dejong)

Il giorno dopo, il 29 luglio, si parlò molto di doping e pochissimo di sport. La polizia francese fece controlli negli alberghi delle squadre, ci furono arresti e proteste dei corridori che dissero di «essere trattati come bestiame». Ma furono trovate sostanze e strumenti che non avrebbero dovuto essere nelle stanze di degli sportivi. Fu in quei giorni che molte squadre lasciarono il Tour che rischiò seriamente di essere sospeso. Qualcuno disse che lo fecero perché il 30 luglio si sarebbe arrivati in Svizzera e qualcuno temeva eventuali controlli, magari diversi (o con conseguenze diverse) rispetto a quelli fatti in Francia.

Il Tour comunque proseguì, nonostante i problemi e senza alcune squadre, e l’1 agosto ci fu una cronometro di 52 chilometri. Pantani, che in classifica aveva più di cinque minuti di vantaggio su Ullrich, ne perse solo due e mezzo e a fine tappa disse: «Quando punto i piedi sono un osso duro».

Marco Pantani durante la ventesima tappa, una prova a cronometro da Montceau a Le Creusot, il 1° agosto 1998. (Alex Livesey /Allsport)

Il 2 agosto 1998, il Tour finì a Parigi, con Pantani vincitore in Maglia gialla.

Marco Pantani in posa con i compagni della sua squadra, la Mercatone Uno, alla fine della ventunesima e ultima tappa del Tour de France, in Piazza della Concordia, il 2 agosto 1998. (AP Photo/Laurent Rebours)

Negli anni successivi Ullrich ottenne quattro secondi posti consecutivi al Tour e, più avanti, ammise di essersi dopato.

Pantani, che non ammise mai essersi dopato, andò al Giro del 1999 (dove nella tappa di Oropa recuperò e superò in salita 49 corridori, prima di vincere) e il 5 giugno, a Madonna di Campiglio, fu sospeso per valori di ematocrito troppo alti e ritenuti pericolosi per la sua salute. Di quella sospensione parlò in una lunga intervista con Gianni Minà.

Fu probabilmente dopo i fatti di Madonna di Campiglio che Pantani iniziò a fare uso di cocaina. Tornò a correre vincendo anche due tappe al Tour – una sul Mont Ventoux, nel 2000, contro Lance Armstrong – ma non tornò mai ai livelli del 1998. Il 14 febbraio 2004 morì per overdose in un hotel di Rimini. Pantani corse in anni in cui il ciclismo era molto meno pulito (perché molto meno controllato) di oggi. Non è possibile sapere davvero chi usasse cosa, o se ci fosse qualcuno che non usasse niente di illecito e se non usandolo sarebbe stato possibile essere davvero competitivi. Ci sono anche state inchieste, articoli e libri sia sulla morte di Pantani che suoi valori anomali a Madonna di Campiglio. Ma per ora non ci sono sentenze o certezze assolute. Pantani è stato uno degli sportivi più seguiti nella storia italiana e una persona dalla storia difficile, oggettivamente tormentata. Il giorno dopo la sua morte Gianni Mura scrisse una frase ormai nota a chiunque abbia sentito parlare anche solo un po’ di Pantani:

Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?». E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia».

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