Dobbiamo parlare della Russia ai Mondiali

Dati, immagini, dichiarazioni e ingombrantissimi precedenti hanno fatto venire dubbi sulle prestazioni straordinarie di una squadra mediocre

(Matthias Hangst/Getty Images)

Prima dell’inizio dei Mondiali di calcio, la nazionale della Russia era considerata debole, senza grandi giocatori, con un’età media avanzata e anche poche possibilità di passare il girone. I suoi attuali giocatori non fanno parte di grandi club europei e sulla base dei risultati ottenuti negli ultimi anni si trovava al 70º posto del ranking FIFA, dietro a molte squadre che ai Mondiali nemmeno si erano qualificate. Poi la Russia è riuscita ad arrivare ai quarti di finale, cioè tra le migliori otto squadre al mondo, dove è stata eliminata ai rigori dalla Croazia dopo una partita molto combattuta. Prima di arrivare ai quarti, la Russia aveva segnato otto gol in due partite, contro Egitto e Arabia Saudita, e aveva eliminato la Spagna, una delle favorite per la vittoria.

Le sorprendenti prestazioni della Russia e i noti problemi che lo sport russo ha avuto con il doping, anche in tempi recenti, hanno fatto alzare qualche sopracciglio: non tanto per l’anomalia del risultato sportivo – la storia del calcio è piena di colpi di scena e sorprese, e capita che grandi squadre perdano contro piccole – ma ci sono dati, immagini, fatti e dichiarazioni che legittimano quantomeno la discussione. Non ci sono evidenze o prove inoppugnabili che la nazionale di calcio russa abbia alterato irregolarmente le proprie prestazioni, in questo momento, anche se i precedenti insegnano che questo vuol dire poco: ma ci sono cose anomale e strane e di cui si sta parlando, tra addetti ai lavori e tra tifosi.

I dati sulla corsa

Esistono modi per calcolare con gran precisione i chilometri percorsi da ogni giocatore e da tutta la squadra durante una partita di calcio. I dati di questi Mondiali dicono che nonostante un’età media di 28,5 anni, tra le più alte del torneo, i giocatori russi hanno corso moltissimo. Nella fase a gironi la Russia ha corso in media 110 chilometri a partita ed è stata la terza squadra ad aver corso di più in tutto il torneo, nonostante abbia giocato gran parte della sua terza partita in 10 contro 11.

Altri dati, poi, dicono che molti suoi giocatori sono tra quelli che hanno percorso più chilometri nel torneo. Un’analisi pubblicata su Twitter da un utente che si è basato sui dati ufficiali pubblicati dalla FIFA dopo ogni partita (l’organizzazione che regola il calcio mondiale e organizza i Mondiali) mostra che la Russia – nel complesso, come squadra – ha corso molto più degli altri. Ma molto: è l’unica squadra che si allontana in modo rilevante dalla deviazione standard. L’immagine qui sotto fa riferimento alle prime due partite, ma nei tweet successivi ci sono altri dati e ulteriori precisazioni.

Ci sono altri dati, in questo caso non raccolti da fonti ufficiali FIFA ma da società private di analisi dei dati, secondo i quali i giocatori russi non hanno solo corso di più ma sono anche quelli che hanno fatto più scatti, cioè che hanno passato più tempo a correre a velocità elevate. C’è un caso esemplare di questa statistica, avvenuto a pochi minuti dalla fine dell’ottavo di finale tra Spagna e Russia. Associated Press ha scritto:

Nei tempi supplementari Alexander Golovin [centrocampista russo di 22 anni] ha superato in scatto Iago Aspas [attaccante spagnolo di 30 anni], nonostante Iago Aspas fosse entrato in campo da poco e Golovin avesse già giocato tutta la partita e i supplementari.

In quella partita Golovin è stato il calciatore che ha percorso più chilometri totali: 15,9. Sono tantissimi: per capirci, il record di chilometri percorsi in una sola partita di Premier League nella stagione 2016/2017 è stato di Adam Lallana (12,5). Secondo Associated Press, poi, Golovin è stato anche il calciatore che ha fatto più scatti e ha raggiunto la velocità maggiore. È davvero inconsueto che un atleta riesca a eccellere sia nella resistenza che in uno sforzo esplosivo.

Il segno sul braccio di Dzyuba

Uno dei grafici con i dati sulle sorprendenti prestazioni fisiche dei calciatori russi ai Mondiali (che non dichiara su quali dati si basa) circola online accompagnato da altre due immagini in cui si vede uno segno sul braccio di Artem Dzyuba, attaccante russo di 29 anni, che in questi Mondiali ha fatto tre gol e due assist. Qualcuno ha associato il segno a quello lasciato dalle iniezioni, alludendo all’uso di sostanze dopanti. Eduard Bezuglov, medico della nazionale russa, ha detto che è una conseguenza dei molti prelievi di sangue a cui, anche per i controlli antidoping, il giocatore è stato sottoposto.

L’ammoniaca

Dopo le partite della Russia contro Spagna e Croazia si è parlato di alcune immagini in cui, prima della partita o durante l’intervallo, i giocatori russi hanno inalato una sostanza non chiara. La Bild e il Suddeutsche Zeitung sono stati tra i primi giornali a notare la cosa e ipotizzare che fosse ammoniaca. Lo ha confermato il medico della nazionale russa, spiegando che l’ammoniaca non è una sostanza dopante e sostenendo che venga usata da migliaia di atleti (in realtà, almeno nel calcio, non è così). Bezuglov ha detto che la usano perché il suo forte odore rinvigorisce i giocatori; c’è chi sostiene che – sebbene non sia inserita nella lista delle sostanze dopanti, ma è una lista che cambia con grande frequenza – l’ammoniaca abbia effetti sulla respirazione e di conseguenza sulla prestazione.

Il padre di Denis Cheryshev

Denis Cheryshev è un esterno d’attacco di 27 anni che in questi Mondiali ha giocato poco più di 300 minuti e percorso poco meno di 40 chilometri. Negli ultimi giorni si è tornato a parlare di un’intervista di diversi mesi fa in cui suo padre, ex calciatore, disse che al figlio era stato somministrato l’ormone della crescita mentre giocava in Spagna, nel Villarreal. Cheryshev ha poi smentito, dicendo che suo padre era stato frainteso. La rivista russa che aveva intervistato il padre ha poi pubblicato un comunicato dicendo che il padre ha usato davvero quelle parole, ma forse intendeva fare riferimento a un’altra pratica che non è considerata doping.

I precedenti: lo sport russo prima dei Mondiali

I sospetti sulla Russia si devono soprattutto al fatto che molti ricordano cosa successe l’ultima volta che la Russia ospitò un grande evento sportivo internazionale. Dopo le Olimpiadi invernali di Sochi, nel 2014, si scoprì che la Russia aveva pianificato e messo in atto un grande e sistematico programma di doping di molti suoi atleti, motivo per cui la federazione russa è stata squalificata dalle successive Olimpiadi, a cui hanno potuto partecipare solo atleti russi che avessero dimostrato in modo inequivocabile di non avere legami con quella storia. Dai test antidoping effettuati durante le Olimpiadi di Sochi non era venuto fuori niente, a dimostrazione che le sostanze proibite si possono mascherare e il doping è sempre un passo avanti all’antidoping.

Anche dopo i Mondiali di calcio del 2014 si parlò di sospetti di doping della nazionale russa. In breve, si scrisse che tra i nomi saltati fuori nel “doping di stato” russo c’erano anche quelli di molti calciatori russi. La FIFA si occupò della questione ma un mese prima di questi Mondiali – assegnati alla Russia in un modo molto controverso, diciamo, che portò alle dimissioni di Sepp Blatter – disse di non aver trovato abbastanza prove su casi di doping della squadra russa, la nazione di casa del paese in cui la FIFA stava per organizzare il suo più importante evento.

Grigory Rodchenkov, ex direttore del laboratorio antidoping di Mosca e una delle persone principali del sistema creato per aggirare i test antidoping alle Olimpiadi di Sochi del 2014, ha parlato in più occasioni di doping e calcio in Russia. A maggio disse di aver riconosciuto un giocatore del suo programma tra quelli convocati (o pre-convocati) per i Mondiali di Russia. In un’altra occasione però ha raccontato che Vitaly Mutko, ministro dello Sport dal 2008 al 2016, gli disse di non occuparsi del calcio. Mutko – che era il responsabile del doping di Stato ed è stato bandito a vita per doping dal Comitato Olimpico Internazionale – è l’attuale presidente della federazione calcistica russa. Rodchenkov spiegò anche che è quasi impossibile aspettarsi casi di positività al doping durante i Mondiali, perché sono in gran parte cose che si possono fare in anticipo, prima che ci siano i controlli.

In merito alle accuse di continuità tra il doping degli atleti olimpici e quello ipotetico della nazionale di calcio, il portiere e capitano russo Igor Akinfeev ha detto, a inizio luglio, che non c’è nessun legame tra il calcio e i problemi del programma di doping legato alle Olimpiadi del 2014. Associated Press ha fatto notare che: «Akinfeeev lo disse parlando dal centro olimpico di Novogrosk, un grande complesso poco fuori da Mosca, dove la squadra si allena accanto agli atleti di molti altri sport. Nel campo accanto si stavano allenando sportivi russi di atletica leggera, e tra loro anche Ekaterina Koneva, atleta di salto triplo che fu squalificata per via di valori di testosterone sopra la norma». Travis Tygart – responsabile dell’USADA, l’agenzia antidoping statunitense – ha detto di essere convinto che «siamo tutti dei folli se crediamo che stavolta sia diverso rispetto a Sochi» perché i russi «stanno ridendo alle nostre spalle».

Al momento non c’è nessuna indagine in corso, nessun atleta squalificato, nessuna notizia su una positività (o anche una non-negatività) di un calciatore russo, a questi Mondiali o nei mesi precedenti: e come abbiamo detto, andò così anche durante i Giochi di Sochi. La Russia potrebbe aver trovato un modo per correre più degli altri e anche le altre cose potrebbero essere spiegabili, seppur non sia cosa comune inalare ammoniaca prima di una partita di calcio. Così come potrebbe essere che i giocatori russi, molti dei quali giocano nel mediocre campionato russo, non abbiano nulla a che fare con il doping: che sia personale, di squadra o di stato.

Ma c’è anche chi fa notare, per esempio un recente articolo dell’Economist, che nel calcio ci sono storicamente stati pochissimi casi di doping. Forse perché è uno sport di squadra in cui eccellere fisicamente e recuperare gli sforzi conta ma non così tanto (Leo Messi, per esempio, può permettersi di correre molto meno di molti altri giocatori). O forse perché, ipotizza l’Economist, i controlli nel calcio sono inefficaci. Nell’ultimo decennio più di 200 atleti sono stati trovati positivi al doping alle Olimpiadi. L’ultimo caso ai Mondiali di calcio è del 1994, quando Diego Armando Maradona fu trovato positivo all’efedrina.

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