• Mondo
  • sabato 7 luglio 2018

Gli africani vogliono venire tutti qui?

Lo sentiamo ripetere spesso, assieme al timore che subiremo una "invasione": le cose non stanno proprio così

di Luca Misculin – @lmisculin
(AP Photo/Darko Bandic, File)

Quando si parla di immigrazione dall’Africa, si tende a descriverla come un fenomeno in aumento, apparentemente incontrollabile e pericoloso per la stabilità dei paesi europei. La retorica dell’invasione e dell’emergenza è da tempo accettata e alimentata da giornali mainstream e personaggi politici, tanto che chi propone approcci più aperti o anche solo banalmente più umani si sente spesso rispondere: quindi vogliamo prenderceli tutti?

Chi studia i fenomeni migratori sostiene però che la situazione sia diversa: la migrazione dall’Africa non è differente da quella che avviene in altre zone del mondo, non ha i caratteri né i numeri di una invasione, e soprattutto non è rivolta esclusivamente verso l’Europa. Solamente un quarto dei migranti africani registrati nel 2015, per esempio, vive in un paese europeo. Certo, gli africani sono tantissimi e in futuro saranno ancora di più: ma solo una piccola parte vuole o può arrivare qui, e le cose non cambieranno nel futuro immediato.

Fra i 120mila e i 15mila anni fa, l’homo sapiens è uscito dall’Africa in cerca di migliori condizioni di vita. Da allora non ha mai smesso di spostarsi. Qualche storico ha definito la colonizzazione delle Americhe l’ultima grande migrazione degli indoeuropei, il popolo preistorico da cui discende la maggior parte degli odierni europei, tracciando un arco temporale che va dal 4000 a.C. al Diciannovesimo secolo.

È vero che nel corso del tempo l’uomo è diventato sempre più stanziale: nel 2015 soltanto il 3,3 per cento della popolazione mondiale, cioè 244 milioni di persone, viveva in un paese diverso da quello in cui era nato. Il dato relativo all’Africa però smentisce un primo luogo comune: i migranti africani in tutto il mondo sono circa 32,6 milioni – di cui solo 9,2 vivono in Europa – cioè meno del 3 per cento della popolazione africana. In sintesi: gli africani migrano meno, in media, rispetto al resto del mondo. A prescindere degli approcci che si possono tenere sull’immigrazione, la stragrande maggioranza delle persone che nasce in Africa resterà in Africa.

I dati ci dicono poi che la migrazione non riguarda affatto l’intera popolazione: vari studi, fra cui uno piuttosto recente diffuso dalla FAO, hanno trovato una relazione fra le risorse accumulate dalla propria famiglia e la disponibilità a migrare. I più poveri non si spostano affatto, semplicemente perché non possono permetterselo. I migranti che hanno meno risorse o disponibilità a trasferirsi lontano si spostano nei paesi limitrofi. Solo una parte si allontana di molto dal proprio paese d’origine. L’Europa è la prima destinazione dei migranti che arrivano dal Nord Africa, cioè da paesi come Tunisia, Marocco ed Egitto, ma c’entrano anche ragioni storiche e geografiche. Per tutte le altre regioni africane, l’Europa è al secondo posto; al primo c’è l’Africa stessa, se possibile la stessa regione.

Il 93,6 per cento di migranti africani che provengono dall’Africa occidentale – Mali, Senegal, Gambia, Nigeria – non esce dall’Africa, ma va in un altro paese dell’Africa occidentale. Il 40 per cento dei migranti africani che provengono dall’Africa centrale e non escono dall’Africa, va in Africa orientale (Kenya, Tanzania, Etiopia). Vale anche per gli europei e gli americani. Il 67 per cento dei migranti europei si sposta in Europa, l’86 per cento dei latino-americani si sposta nelle Americhe, e così via.

Le cose non cambiano quando la ragione della migrazione è indipendente dalla propria volontà, per esempio nel caso di una guerra, una persecuzione o un contesto generale di insicurezza. L’UNHCR, l’agenzia dell’ONU che si occupa dei rifugiati, ha calcolato che nel mondo ci sono 68,5 milioni di persone che sono state costrette a scappare dalla propria casa. Quaranta milioni sono rimaste nello stesso paese. Dei rimanenti 28,5 milioni, molti si sono spostati in uno dei paesi limitrofi: la Turchia ospita 3,5 milioni di rifugiati che provengono soprattutto dalla Siria, in guerra civile dal 2011, mentre l’Uganda ha accolto 1,2 milioni di persone scappate dai recenti conflitti in Sud Sudan, Burundi e Repubblica Democratica del Congo, e così via. È palesemente falso che al giorno d’oggi chi scappa da una guerra vada prevalentemente in Europa: anche questi spostamenti rispettano le normali tendenze migratorie.

È vero che oggi arrivano in Europa più africani rispetto a una volta, probabilmente grazie al miglioramento della rete di trasporti mondiale; ci sono anche più europei che si spostano nel resto del mondo. Negli anni Ottanta meno del dieci per cento dei migranti africani raggiungeva un paese europeo: ora siamo al 26 per cento. Ma il dato sta aumentando anche per altre zone del mondo. Quarant’anni fa i migranti africani che si spostavano in Asia erano pochissimi: oggi sono il 12 per cento del totale. Insomma, non è vero che i migranti stanno venendo solo in Europa, anzi. La percentuale di migranti africani che si sposta in Europa è rimasta la stessa dal 2000 al 2017.

Certo, se in termini relativi le proporzioni non cambiano, in termini assoluti stanno diventando molti di più per ragioni demografiche. La popolazione africana sta aumentando a ritmi unici al mondo, anche grazie alla crescita economica, e continuerà a farlo: in Niger, dove ogni donna partorisce in media 7,6 bambini, la popolazione potrebbe passare dagli attuali 20 milioni a 70 milioni entro il 2050. Più in generale si stima che l’intera regione sub-sahariana nei prossimi trent’anni raddoppierà i suoi abitanti, arrivando a due miliardi.

Sono numeri imponenti, ma vanno spiegati. Per prima cosa, gli esperti ritengono che la migrazione africana continuerà a seguire le tendenze a cui siamo abituati: almeno nei prossimi anni l’Africa continuerà a essere la principale destinazione per i suoi abitanti disposti a trasferirsi. I governi africani, con l’aiuto dell’Occidente, dovranno però essere in grado di gestire la transizione: «esiste la possibilità di trasformare la crescente popolazione africana in età da lavoro in un asset per lo sviluppo economico e sociale […], come hanno dimostrato una serie di paesi asiatici che ci sono riusciti», scrivono gli studiosi Blessing U. Mberu e Estelle M. Sidze in una ricerca sulla migrazione africana pubblicata in una raccolta dell’ISPI. I due studiosi sostengono che per esempio bisognerebbe intervenire sulla diseguaglianza economica, per effetto della quale anche nei paesi più ricchi una crescita dell’economia locale non ha comportato un aumento proporzionale dei posti di lavoro. Qualche paese, inoltre, sta già promuovendo campagne statali per incoraggiare l’uso di contraccettivi, ancora poco diffusi.

Se anche i governi africani riuscissero a creare maggiori opportunità per i loro giovani e a promuovere efficacemente i metodi di contraccezione, nei prossimi decenni milioni di migranti africani proveranno comunque a spostarsi in Europa, così come in Medio Oriente o nel Nord America: è inevitabile, come mostrano i dati e come qualche politico ha già fatto notare, seppure con prudenza (l’ex ministro dell’Interno italiano Marco Minniti, in un recente saggio pubblicato dal Foglio, ha definito l’immigrazione dall’Africa «una grande questione strutturale», «non una congiuntura straordinaria»).

Molti esperti di migrazioni sono scettici sul fatto che chiudere ogni canale legale per spostarsi dall’Africa in Europa e limitarsi a proteggere le frontiere esterne possa funzionare per governare i flussi migratori: non lo ha fatto finora, e anzi, secondo alcuni è stata l’assenza di rotte legali ad aver favorito la nascita del business del traffico di esseri umani e degli scafisti nel Nord Africa. La situazione è complicata sia nell’immediato sia a lungo termine, ma l’anno scorso l’analista Mattia Toaldo aveva provato a indicare una soluzione parziale che tenesse conto delle esigenze di tutti.

La creazione di canali legali e in parallelo di un sistema efficace per chi si sposta senza permesso è la grossa novità di cui l’Europa ha bisogno per gestire i flussi. I più cinici diranno che una politica del genere sarebbe parecchio impopolare. Ma se esaminiamo da vicino i risultati delle elezioni in diversi stati, sembrano suggerirci che alcuni osservatori hanno confuso una minoranza rumorosa e influente di elettori anti-immigrati per una maggioranza che non è xenofobica, ma vorrebbe che il problema fosse affrontato più seriamente.

La politica attuale delle “frontiere chiuse” ha creato un circolo virtuoso per i partiti populisti e anti-immigrati: hanno portato a un aumento dell’immigrazione illegale, che a sua volta ha provocato un senso di insicurezza fra gli abitanti dei paesi di destinazione, il quale mette a rischio l’integrazione dei nuovi arrivati. A sua volta, questa sensazione fa la fortuna degli stessi partiti che hanno invocato le frontiere chiuse. È arrivato il momento di spezzare il circolo, che sta danneggiando le democrazie europee e fa soffrire moltissimi migranti e rifugiati. Emergerà una coalizione di stati disposti a promuovere un approccio più pragmatico?

Mostra commenti ( )