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  • lunedì 14 maggio 2018

Tre attentati in 24 ore in Indonesia

A Surabaya, la seconda città più popolosa del paese, sono stati due giorni di bombe e morti

La polizia fuori dal luogo dell'attentato di lunedì 14 maggio, Surabaya (AP Photo/Achmad Ibrahim)

Nelle ultime 24 ore ci sono stati tre attentati suicidi nella zona di Surabaya, la seconda città più popolosa dell’Indonesia. Domenica sono state colpite tre chiese dai membri di un’unica famiglia; in serata c’è stata un’esplosione in un edificio non lontano da una stazione di polizia a circa trenta chilometri da Surabaya; oggi, lunedì, c’è stato un nuovo attentato all’ingresso della sede principale della polizia della città. In tutto sono morte più di dieci persone, esclusi gli attentatori, e ci sono decine di feriti.

Secondo le prime notizie, gli attentatori di oggi erano quattro e si trovavano su due moto. Uno dei portavoce della polizia, Frans Barung Mangera, ha detto che quattro persone sono state fermate vicino a un punto di controllo all’ingresso della caserma e che lì si sono fatte esplodere: dieci persone, tra cui quattro agenti di polizia, sono stati feriti. Gli attentatori sono morti e sono in corso le indagini per scoprire le loro identità. Non è ancora chiaro se gli attentati di oggi siano collegati alle esplosioni di domenica, che sono state rivendicate dallo Stato Islamico.

La maggior parte degli indonesiani sono musulmani, circa l’82 per cento della popolazione; l’Indonesia, che ha più di 255 milioni di abitanti, è il primo paese al mondo per numero di musulmani. Negli ultimi mesi i gruppi terroristici islamisti hanno ripreso forza, aumentando la frequenza degli attacchi contro le minoranze cristiane, buddiste e indù. Il presidente del paese, Joko Widodo, ha parlato dell’ultima serie di attacchi definendoli «codardi, indegni e disumani»: «Non ci sarà alcun compromesso nell’agire per fermare il terrorismo». Oggi è stato anticipato che la polizia, sostenuta dall’esercito, aumenterà i controlli di sicurezza in tutto il paese. Qualche giorno fa i parlamentari di diversi paesi del sud-est asiatico riuniti nell’ASEAN Parliamentarians for Human Rights (APHR) avevano parlato della diffusione del radicalismo islamico in Indonesia e avevano chiesto al governo di intervenire per proteggere le minoranze religiose del paese. L’organizzazione per la democrazia e la pace, che ha sede a Giacarta, ha detto che tra gennaio e agosto dello scorso anno si sono verificati 109 casi di intolleranza religiosa: attacchi alle minoranze, ai leader religiosi e nei luoghi di culto.

In Indonesia le figure di riferimento dell’Islam radicale, che disprezzano apertamente il pluralismo religioso, sono state capaci negli ultimi anni di coinvolgere un gran numero di sostenitori. Il gruppo più influente è il Fronte di difesa islamico (FPI), che vuole introdurre nel paese la sharia. I suoi membri indossano vesti bianche e sono conosciuti per le pratiche violente. Fino a poco tempo fa i media locali non li prendevano sul serio, dato che i loro obiettivi erano considerati troppo radicali. L’FPI è stato però fondamentale nella sconfitta elettorale dell’ex governatore di Giacarta Basuki Tjahaja Purnama, un cristiano etnico-cinese conosciuto con il nome “Ahok”. Nel 2016 il gruppo ha organizzato una manifestazione contro di lui sostenendo che avesse insultato il Corano: erano presenti circa 300 mila persone. Dopo aver perso le elezioni, Basuki Tjahaja Purnama è stato condannato a due anni di carcere per blasfemia nei confronti dell’Islam.

Il primo attacco di domenica è stato compiuto alle 7.30 locali, quando in Italia era l’1.30 di notte, alla chiesa di Santa Maria, che è cattolica. A quell’ora molte persone erano a messa. Il secondo attacco – avvenuto nel parcheggio di una chiesa pentecostale – e il terzo sono avvenuti nel giro dei dieci minuti successivi e sono stati condotti dai membri di un’unica famiglia: prima una donna si è fatta esplodere con due delle sue figlie, di nove e dodici anni; poi un uomo ha guidato un furgone davanti a un’altra chiesa facendo detonare un’altra bomba. Nel frattempo, i due figli adolescenti della coppia hanno guidato le loro moto verso una terza chiesa facendosi esplodere. Otto persone sono morte, decine di persone sono state ferite e almeno 40 sono state portate in ospedale. Insieme, le tre esplosioni sono l’attentato più grave avvenuto in Indonesia dal 2005.

Le moto usate per gli attacchi di domenica 13 maggio in una chiesa di Surabaya (JUNI KRISWANTO/AFP/Getty Images)

Il capo della polizia, il generale Tito Karnavian, ha detto di sospettare che la famiglia facesse parte da un gruppo che sostiene l’ISIS, il Jamaah Ansharut Daulah (JAD). Lo scorso maggio, in una prigione di massima sicurezza vicino a Giacarta, la capitale dell’Indonesia, i detenuti avevano organizzato una rivolta durata 36 ore in cui alcuni prigionieri legati all’islamismo radicale avevano ucciso cinque agenti di un corpo antiterroristico. Secondo l’intelligence indonesiana gli attentati di domenica sono legati alla rivolta, dopo la quale gruppi islamici radicali hanno diffuso sui social inviti a colpire le forze dell’ordine.

La sera di domenica, poco dopo le 21, c’è stata un’altra esplosione a circa trenta chilometri da Surabaya, in un edificio vicino a una stazione di polizia. Il portavoce della polizia ha detto che nell’esplosione sono morte due persone, una donna e sua figlia di diciassette anni. Quando la polizia è arrivata ha sparato al padre, uccidendolo, perché minacciava di far esplodere una seconda bomba. L’ipotesi è che l’esplosione si sia verificata per sbaglio nella casa mentre l’uomo mentre preparava un attentato.

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