Il “paradosso nordico”

Perché i paesi che rispettano di più l’uguaglianza di genere sono gli stessi in cui ci sono più violenze contro le donne? Non è solo una questione di libertà di denunciare: è sbagliata la premessa

di Giulia Siviero
Un padre spinge un passeggino, Stoccolma, marzo 2014 (Melanie Stetson Freeman/The Christian Science Monitor)

Secondo i maggiori studi, i paesi che più al mondo rispettano l’uguaglianza di genere sono tutti nel nord Europa: Islanda, Finlandia, Norvegia, Svezia (ma anche Danimarca). Questi paesi, però, sono anche quelli in cui si registra il maggior numero di violenze domestiche contro le donne. Questa contraddizione viene chiamata “paradosso nordico” e si basa su una premessa che viene data per scontata: e cioè che la disuguaglianza di genere sia una delle cause più importanti della violenza contro le donne. È un’opinione supportata dalle organizzazioni che soprattutto a livello istituzionale si occupano di violenza domestica, dalla letteratura internazionale e anche dal senso comune: ed è per questo che le iniziative per prevenire la violenza contro le donne si basano spesso sull’idea che per essere efficaci devono affrontare la disuguaglianza di potere nelle relazioni di genere.

Del paradosso nordico, come spiegano sulla Harvard Political Review, si sono recentemente occupati Enrique Gracia, professore di psicologia sociale all’Università di Valencia, e Juan Merlo, docente di epidemiologia sociale all’Università di Lund, in uno studio pubblicato nel novembre del 2017 sulla rivista Social Science & Medicine. I due professori affermano innanzitutto che – nonostante questo paradosso sia uno dei problemi più sorprendenti all’interno del loro campo di studio – è un tema che viene considerato molto poco: non è oggetto di ricerca quanto invece dovrebbe e rimane, di fatto ancora oggi, senza una spiegazione. Il loro articolo suggerisce anche come una migliore comprensione di questo paradosso possa essere fondamentale per capire, prevenire e fermare la violenza contro le donne.

Qualche dato
Ogni anno dal 2006 il World Economic Forum (WEF) pubblica una ricerca che quantifica le disparità di genere in vari paesi del mondo: il Global Gender Gap Report. Il rapporto permette di fare una comparazione tra paesi e individuare i miglioramenti e i peggioramenti nelle disparità di genere in base a quattro criteri: economia (si considerano salari, partecipazione e leadership), salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita), istruzione (accesso all’istruzione elementare e superiore) e politica (rappresentanza). Va subito precisato che il rapporto non misura la qualità della vita in generale delle donne o il loro livello di libertà – non tiene conto, per esempio, di questioni come il diritto all’aborto o il livello della violenza di genere – ma misura semplicemente il divario quantitativo tra uomini e donne in quattro settori della società. L’ultimo rapporto presenta Islanda, Norvegia e Finlandia ai primi tre posti, la Svezia al quinto, la Danimarca al quattordicesimo (l’Italia è all’ottantaduesimo).

Nello studio pubblicato su Social Science & Medicine da Gracia e Merlo risulta però che nei paesi nordici il 30 per cento delle donne, in media, ha subito violenza domestica: il 32 per cento in Danimarca, il 30 per cento in Finlandia, il 28 per cento in Svezia, il 26,8 per cento in Norvegia e il 22 per cento in Islanda (Norvegia e Islanda non sono membri dell’UE ). Il tasso medio dei paesi dell’Unione Europea è del 22 per cento.

I dati dei paesi nordici sono alti anche se si parla di violenza in generale contro le donne e non solo la violenza domestica. Portogallo, Italia e Grecia, che sono molto indietro rispetto ai paesi nordici per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, hanno tassi molto più bassi di violenza domestica contro le donne. «Siamo un po’ stupiti dalla scoperta di questo tipo di dati», ha detto Enrique Gracia: «Perché le donne dovrebbero essere maggiormente vittime di violenza nei paesi che si sforzano così tanto per diminuire l’oppressione?».

Oltre i dati
Nonostante la percezione diffusa intorno alla qualità della vita nelle nazioni nordiche, e della qualità della vita anche delle donne, nei paesi scandinavi è radicata una cultura ancora profondamente maschilista (che impedisce per esempio alle donne di essere presenti in alcuni settori del lavoro tradizionalmente considerati adatti a un ruolo maschile). La cosiddetta “cultura dello stupro” – una società cioè in cui l’aggressività sessuale maschile è incoraggiata e la violenza contro le donne, anche con il silenzio, è supportata, normalizzata o banalizzata dai media e dalla cultura popolare – è insomma diffusa anche nei paesi del nord Europa. E la storia legislativa dello stupro coniugale ne è un esempio: lo stupro e gli abusi all’interno di una relazione intima sono spesso considerati, secondo un radicato stereotipo che si ritrova anche nelle aule dei tribunali, come una violenza di seconda categoria che si confonde con i doveri coniugali di una donna. La Svezia è stata uno dei primi paesi a criminalizzare lo stupro coniugale negli anni Sessanta, ma la Finlandia lo ha fatto solo nel 1994.

La persistenza di atteggiamenti sessisti risulta poi chiara dalla risposta alle leggi sulla parità di genere: il professor Lucas Gottzen, un ricercatore dell’Università di Linköping, Svezia, ha spiegato alla Harvard Political Review che la maggior parte degli uomini, in Svezia, non ha usufruito del congedo parentale quando le leggi sul congedo parentale sono state approvate, negli anni Settanta: «Ho intervistato alcuni di questi uomini che furono i primi a prendere il congedo parentale negli anni Settanta. Erano guardati dall’alto in basso. Erano visti non come uomini veri». Fino agli anni Novanta, gli uomini svedesi non hanno insomma sfruttato come avrebbero potuto il congedo parentale.

Kevat Nousiainen, professore di diritto comparato e teoria giuridica all’Università di Turku in Finlandia, ha spiegato a sua volta che il caso della Svezia non è un’eccezione e che è molto diffuso un atteggiamento di insofferenza o negazione del fatto che le donne siano discriminate: anzi molte persone affermano che «in realtà sono gli uomini ad avere dei problemi».

Ipotesi
La scoperta del paradosso nordico non è una novità e nel corso degli anni sono state fatte diverse ipotesi per tentare di spiegarlo. Per esempio si è pensato che possa avere a che fare con l’abuso di alcol, il cui consumo è più elevato nel nord Europa che nel sud (ma questo, secondo alcune e alcuni, legherebbe in modo assolutamente riduttivo la violenza contro le donne all’ubriachezza).

Altri sostengono invece una tesi completamente diversa: i numeri delle segnalazioni, e dunque i dati, sarebbero più alti semplicemente perché le donne scandinave si sentono più libere e sicure di parlare e denunciare le aggressioni che subiscono, proprio perché vivono in una società più aperta ed equa; altrove le aggressioni sarebbero di più ma non sarebbero denunciate. Il professor Lucas Gottzen ha spiegato: «Il motivo per cui noi in Svezia abbiamo un elevato tasso di violenza domestica è perché c’è un’alta consapevolezza». I dati non rifletterebbero dunque una prevalenza realmente più elevata di violenza domestica, ma livelli più elevati di consapevolezza e sensibilizzazione rispetto a quella di paesi meno egualitari.

Altri esperti, tra cui Gracia, non sono molto d’accordo. Gracia, si dice sulla Harvard Political Review, ha fatto notare che gli alti tassi di violenza domestica raccontata dalle donne intervistate nei paesi nordici sono accompagnati da dati che non mostrano altrettanto alti livelli di denunce vere e proprie alle autorità. Nell’esaminare i dati sui vari tipi di violenza contro le donne diversi dalla violenza domestica, risulta poi che i paesi nordici abbiano tassi più alti anche rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale: il problema, insomma, sarebbe reale e sarebbero fuorvianti le altre statistiche sull’uguaglianza di genere.

Maura Misiti, demografa presso il CNR e coordinatrice di numerosi progetti europei e nazionali ed esperta in studi connessi all’approccio di genere, ha spiegato al Post che effettivamente nell’interpretazione dei dati potrebbe intervenire un altro stereotipo: che la cultura machista sia prevalente nei paesi del sud Europa e che invece dei paesi del nord si abbia una percezione sempre molto positiva, da molti punti vista, compreso questo. Il fatto che la cultura machista agisca e si manifesti in modo molto evidente in certe società non esclude il fatto che sia radicata, magari in modo meno evidente, anche in altre, come spesso hanno rilevato i movimenti femministi anche del nord Europa.

Gracia e Merlo hanno dunque avanzato un’altra ipotesi interessante: i paesi nordici potrebbero soffrire del contraccolpo al fatto che i concetti tradizionali di virilità e mascolinità siano stati messi alla prova in modo significativo. La violenza sarebbe dunque “vendicativa”: il risultato di una reazione alla libertà delle donne, che diventa più dirompente proprio in quelle società che hanno spinto con più insistenza per una maggiore libertà delle donne e che hanno “minacciato” i ruoli tradizionali, l’identità e il potere degli uomini. Per Misiti, l’ipotesi è significativa: «In sostanza, si ipotizza che sia sbagliata la premessa e cioè che quel tipo di conquiste di parità sul lavoro, in famiglia o nella politica non siano direttamente correlate a una minore violenza. Non è detto cioè che siano automaticamente portatrici di stili di vita e di relazioni differenti».

Misiti ci spiega che circola anche un’altra ipotesi interpretativa del cosiddetto paradosso nordico: «La libertà delle donne potrebbe essere legata a una maggiore esposizione al rischio: in un paese dove l’emancipazione è superiore e dove le donne sono più presenti nei luoghi di lavoro, le donne sono più esposte al rischio di subire violenza, non solo domestica in questo caso. Si tratterebbe nuovamente di un backlash effect: di un contraccolpo».

Il femminismo ha già risposto 
Nella maggior parte dei paesi del nord Europa, le leggi sull’uguaglianza di genere sono state approvate solo negli ultimi decenni e le trasformazioni culturali non sono andate di pari passo. L’uguaglianza di genere è stata insomma in qualche modo imposta dall’alto, attraverso una serie di cambiamenti legislativi che non sono stati seguiti da un identico e reale cambiamento culturale. Conseguenza: l’emancipazione e i cambiamenti culturali conquistati e vissuti quotidianamente dalle donne non stati “digeriti” da parte degli uomini.

Le spiegazioni che hanno a che fare con il contraccolpo si inseriscono nella teoria e nella pratica di molti femminismi che sostengono da sempre, prima che i dati confermassero il paradosso stesso, che i cambiamenti legislativi non si accompagnino automaticamente a un cambiamento culturale reale. Sono i femminismi che potremmo definire “non istituzionali”. I femminismi sono molti, infatti, ma per semplificare è possibile stabilire la divisione che si è creata dopo gli anni Sessanta e Settanta tra “femminismo della parità” (o “femminismo di Stato”) e “femminismo autonomo” (o “femminismo della differenza”). La divisione si formò quando le istituzioni pubbliche interpretarono – e continuano a interpretare – il movimento delle donne nel senso di una richiesta femminile di maggiore parità: nacque così il “femminismo di stato” che deriva a sua volta dalla prima ondata del movimento delle donne, quello dell’emancipazionismo suffragista dell’Ottocento, e che è diventato oggi il neo-femminismo sostenuto dai media mainstream.

Luisa Muraro, una delle principali teoriche del femminismo radicale italiano, spiega che il “femminismo di Stato” «considera discriminatorio ogni segno di differenza sessuale e mette al centro della sua azione la parità della donna con l’uomo e la spartizione del potere tra donne e uomini. (…) La politica dei diritti presuppone sempre un potere che può farli valere, e che può decidere, a un dato momento, che non valgono più». Il “femminismo di Stato”, «preme per la spartizione del potere politico attraverso il meccanismo delle pari opportunità e delle quote rosa» che spesso però si traducono nella formula “donne, purché piacciano agli uomini” cioè nel cosiddetto pinkwashing, una passata di rosa per fare sembrare formalmente corretto qualcosa che resta invece profondamente grigio. La parità funziona allora come un principio omologante e nasconde in realtà la cancellazione della soggettività femminile e dei suoi diritti: l’esempio più evidente è nella frase “tutti gli uomini sono uguali per natura” o nell’espressione “suffragio universale” applicata da giuristi e filosofi per lungo tempo a tutti-gli-uomini con esclusione delle donne.

Il femminismo autonomo, in continuità con quello degli inizi, mette invece al centro della discussione non il concetto di parità ma quello di differenza: non negando la parità dei diritti, sostiene che solo l’affermarsi positivo della differenza femminile sia la premessa per una migliore garanzia dell’uguaglianza e per restituire protagonismo alle persone, tutte. Sempre Muraro: «Il femminismo radicale vuole dare un senso libero alla differenza sessuale e vede nell’affermazione concreta della differenza femminile (pensiamo ai dati sulla maggiore scolarizzazione delle ragazze, alla presenza femminile di qualità nel mondo del lavoro e dell’associazionismo) una premessa per restituire protagonismo a donne e uomini».

L’obiettivo non è dunque una semplice misura quantitativa fine a se stessa, ma «un cambio di civiltà a partire dai contesti in cui si vive quotidianamente». Quando l’uguaglianza di genere è intesa in questo modo, il paradosso nordico trova un senso. In questo contesto, più ampio e differente, gli interventi sulla violenza contro le donne vanno ben al di là della normalizzazione della parità nella vita pubblica: hanno a che fare con le condizioni dell’indipendenza delle donne, con i loro desideri, con la sfida agli stereotipi e ai ruoli di genere, con il rafforzamento delle relazioni rispettose, con l’educazione, soprattutto. Con il fatto di cominciare a nominare la questione maschile, più che la questione femminile.

Gracia e Merlo, nella loro pubblicazione, spiegano che se i paesi, anche quelli nordici, vogliono veramente raggiungere l’uguaglianza di genere, devono guardare oltre i numeri e la formalità, all’interno della loro cultura. Dovrebbero dunque affrontare, come spiegano i femminismi radicali, non solo le “discriminazioni di genere visibili” che attraverso le leggi intervengono spesso sulle condizioni formali di una certa categoria di donne (bianche e della classe media), ma la disuguaglianza culturale e strutturale basata sul genere che si vive quotidianamente e che ha a che fare con molte altre questioni che si intersecano con il genere: classe, etnia, disabilità, orientamento sessuale e così via. Le informazioni raccolte esplorando il paradosso nordico possono insomma smontare premesse fallimentari e vecchie aspettative per crearne di nuove, di più realistiche e soprattutto di più efficaci.

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