• Italia
  • venerdì 30 marzo 2018

Gli arresti attorno ad Anis Amri, in ordine

La polizia ha ricostruito la complicata rete di contatti dell'attentatore di Berlino: c'entrano un centro islamico di Latina e un presunto piano per un attentato a Roma

L'uscita dei soggetti arrestati a seguito dell'operazione antiterrorismo 'Mosaico' tutti riconducibili alla rete di Anis Amri, il tunisino autore della strage al mercatino di Natale di Berlino, ucciso a Sesto San Giovanni (Milano) il 23 dicembre del 2016, Roma, 29 marzo 2018. ANSA/ MASSIMO PERCOSSI

Ieri mattina la polizia ha arrestato quattro uomini tunisini a Latina (Lazio) e Caserta (Campania) con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione dei documenti e al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. La cosa più importante però è che i quattro sono sospettati di far parte della rete di contatti di Anis Amri, l’uomo che il 19 dicembre 2016 investì la folla ai mercatini di Natale di Berlino, uccidendo 12 persone, e che fu poi ucciso quattro giorni dopo a Sesto San Giovanni, poco distante da Milano. La storia di Amri e la ricostruzione del suo passato sono state raccontate molto anche in Italia. Prima dell’attentato, infatti, Amri aveva passato quattro anni in diverse prigioni della Sicilia, dove si era radicalizzato e si era avvicinato alle idee dello Stato Islamico (o ISIS). Aveva inoltre vissuto per un breve periodo ad Aprilia, in provincia di Latina, prima di andare in Germania.

Le indagini svolte nell’ultimo anno – e risultate nella cosiddetta “Operazione Mosaico” – hanno permesso di individuare le persone che facevano parte della rete di Amri e di scoprire che a un certo punto, tra il giugno e il luglio 2015, Amri e altri estremisti islamici pensarono di compiere un attentato in una stazione della metropolitana di Roma. È una storia piuttosto intricata, che la polizia ha raccontato solo ieri, anche se diverse persone coinvolte erano già state espulse dall’Italia o si trovavano già in prigione per altri reati. Partiamo dall’inizio.

Una grafica preparata dalla polizia italiana per spiegare la rete di Anis Amri in Italia. Nel riquadro in basso a sinistra sono mostrati gli uomini appartenenti all’organizzazione criminale che fornì ad Amri i documenti falsi per andare in Germania; in quello a destra c’è Abdel Salem Napulsi, estremista forse in contatto con l’ISIS. Al centro Anis Amri, l’attentatore di Berlino, e sotto i tre uomini membri del gruppo che ideò insieme ad Amri l’attentato alla metropolitana di Roma e che furono espulsi tra il 2016 e il 2017 (ANSA/ ITALIAN POLICE PRESS OFFICE)

Il cellulare di Amri e il suo amico Montassar Yaakoubi
Le indagini su Amri iniziarono subito dopo la sua uccisione a Sesto San Giovanni. Stando alle ricostruzioni fatte dai giornali ieri e oggi, e basate per lo più su fonti della polizia e della procura di Roma, gli investigatori ottennero le prime informazioni utili dal cellulare di Amri, trovato con lui dopo la sua uccisione a Sesto San Giovanni. Grazie ai nomi e numeri salvati in rubrica, si scoprì che per un breve periodo – tra giugno e luglio 2015, dopo il suo rilascio di prigione e prima di andare in Germania – Amri frequentò molto il centro islamico di via Chiascio a Latina. Lo aveva portato lì un suo amico, Montassar Yaakoubi, un’altra importante fonte di informazioni della polizia per ricostruire i legami di Amri in Italia.

Yaakoubi aveva conosciuto Amri sul barcone che aveva portato entrambi a Lampedusa, nell’aprile 2011: i due erano diventati molto amici – in quel periodo Amri beveva, si drogava e non era interessato alla religione, ha raccontato Yaakoubi a Repubblica – e si erano aiutati in diversi occasioni. Una volta uscito di prigione, Amri aveva chiamato Yaakoubi e gli aveva chiesto se poteva ospitarlo qualche giorno a casa sua ad Aprilia (Latina). Yaakoubi aveva accettato. Stando alle informazioni disponibili finora, Yaakoubi non è stato indagato per avere partecipato ad attività terroristiche.

Il piano per fare un attentato alla metropolitana di Roma
Secondo Repubblica la polizia ritiene che tra il giugno e il luglio 2015 Amri discusse con altri sei tunisini un piano per compiere un attentato alla metropolitana di Roma. Le discussioni avvennero per quattro venerdì consecutivi durante il mese del Ramadan nel centro islamico di via Chiascio. Secondo la testimonianza di Yaakoubi, l’obiettivo avrebbe dovuto essere la stazione della metropolitana Laurentina, sulla linea B, a ovest del centro di Roma. Venerdì, però, la procura ha smentito ci siano prove su questo progetto di attentato.

Non si sa inoltre perché il piano sia rimasto un’idea, un argomento di qualche chiacchierata, e non sia passato a una successiva fase operativa. Non si sa nemmeno se le persone coinvolte avessero l’effettiva intenzione di spingersi così in là, e soprattutto c’è qualche motivo per dubitarne. Nel luglio 2017, un mese dopo l’arrivo al centro islamico di via Chiascio, Amri andò in Germania: altri due membri del gruppo – le cui identità non sono state svelate dalla polizia – andarono all’estero, uno in Germania e uno in Francia. È improbabile che la partenza sia stata una decisione improvvisa: Amri, per esempio, nel frattempo era entrato in contatto con un giro criminale di cittadini tunisini che si occupava di falsificare i documenti e che gli avrebbe dovuto dare il necessario per andare in Germania senza dover usare la propria identità (i membri di questo gruppo sono quelli arrestati ieri mattina a Latina e Caserta: ci arriviamo). Se il piano era andare all’estero così presto, ci sarebbe stato il tempo per organizzare un attentato alla metropolitana di Roma?

Agli investigatori Yaakoubi avrebbe anche fatto il nome di Mohamed Manai, presidente del Centro culturale islamico di Latina: il Foglio aveva però intervistato lo scorso ottobre Manai, il quale aveva negato di cooscere Amri. Secondo Repubblica, Manai sarebbe indagato, ma ad oggi non è stato arrestato, nonostante le accuse contenute nella testimonianza di Yaakoubi siano gravi: «i può quindi ipotizzare che le Digos di Roma e quella di Latina, in seguito alle verifiche compiute, nutrano alcuni dubbi sull’attendibilità dei racconti del tunisino», scrive il Foglio.

Gli altri della rete di Amri: estremisti e criminali
Oltre ai due andati all’estero, nel gruppo frequentato da Amri nel centro islamico di via Chiascio c’erano anche Hicham Alharabi, Moez Ghidhaoui e Mohamed Triki Hachemi, tutti espulsi dall’Italia tra il 2016 e il 2017 per motivi di sicurezza nazionale. Analizzando il cellulare di Amri, ha scritto il Corriere, è emerso che almeno un paio degli espulsi avevano mantenuto contatti con Mounir Khazri, tunisino residente a Latina che secondo il giudice «si è reso protagonista di diverse condotte di inneggiamento all’ala più radicale dell’islamismo e incitamento all’azione violenta con finalità terroristiche a danni di cittadini italiani ed europei». A giugno scorso Khazri fu intercettato mentre si lamentava di essere stato chiamato in questura dopo aver tolto una telecamera dal centro islamico di via Chiascio a Latina (Khazri ora è in carcere per spaccio di droga), perché sosteneva che il centro era diventato un «posto di intercettazioni» frequentato da «infami» confidenti della polizia.

Khazri fece diverse telefonate simili a un altro personaggio di questa storia: il palestinese Abdel Salem Napulsi, 38 anni, già in carcere per traffico di droga ma da ieri accusato anche di autoaddestramento ad attentati terroristici. Dopo essere arrivati a lui, infatti, gli investigatori cominciarono a seguirlo e intercettarlo. Scoprirono che aveva visto diversi video di propaganda islamista e aveva scaricato istruzioni sull’uso di carabine ad aria compressa e lanciarazzi, e su come modificare alcune armi in commercio. Napulsi, sostiene il giudice per le indagini preliminari (gip) di Roma Costantino De Robbio, manteneva anche «un collegamento diretto con ambienti riconducibili all’ISIS». Da indagini precedenti, sembra che Napulsi non fosse comunque l’unico contatto di Amri con l’ISIS.

Oltre alle persone direttamente coinvolte insieme ad Amri nella pianificazione dell’attentato a Roma e alle attività dell’ISIS, gli investigatori hanno anche scoperto l’esistenza di una rete criminale di gestione del traffico di immigrati che dall’Italia volevano andare all’estero. Come detto, Amri si rivolse proprio a un membro di questo gruppo, Akram Baazaoui, per ottenere i documenti falsi e andare in Germania. Dalla ricostruzione della polizia, sembra che l’organizzazione ricevesse informazioni sugli sbarchi direttamente dalla Tunisia. Quando i migranti sbarcavano in Italia, il gruppo si occupava di farli arrivare a Napoli e dintorni, per poi trasferirli irregolarmente in Francia o Germania. I servizi forniti ai migranti non riguardavano solo i trasferimenti: l’organizzazione criminale si occupava anche di trovare loro un alloggio. I documenti falsi venivano consegnati solo una volta superato il confine e arrivati a destinazione, mentre veniva completato il pagamento. Oltre ad avere arrestato quattro membri di questa organizzazione criminale, ieri la polizia ha effettuato diverse perquisizioni tra Roma e Latina e ha detto che ci sono ancora persone ricercate.

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