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  • lunedì 19 febbraio 2018

Com’è andato l’All Star Game 2018

La squadra capitanata da LeBron James ha battuto quella di Steph Curry ed è stata una partita vera, finalmente

LeBron James (AP Photo/Chris Pizzello)

Questa notte si è giocata la partita più importante dell’All Star Game di basket – la gara-esibizione con i giocatori più forti della NBA – tra la squadra capitanata da LeBron James (Team LeBron) e quella capitanata da Stephen Curry (Team Steph): ha vinto Team LeBron per 148 a 145, alla fine di una partita bella da vedere e giocata fino all’ultima azione. È sembrata «una partita vera», ha detto LeBron James al termine della gara, una cosa diventata sempre più rara negli All Star Game degli ultimi anni.

LeBron James, l’MVP
LeBron James, 33 anni, cestista più forte del mondo, era il giocatore più vecchio in campo questa notte. In 31 minuti di gioco ha segnato 29 punti, ha fatto 8 assist e preso 10 rimbalzi, vincendo il premio di miglior giocatore della gara. James è stato anche il giocatore più giovane ad avere mai vinto il premio di MVP a un All Star Game, quando aveva 21 anni. Nonostante l’età, James sta giocando una delle migliori stagioni della sua carriera: questa notte ha fatto vedere un’altra volta cose notevoli, come questa schiacciata su assist di Russell Westbrook.

Joel Embiid, mancato MVP
Se la partita fosse stata vinta da Team Steph, il premio di miglior giocatore sarebbe probabilmente andato a Joel Embiid, 23enne camerunese dei Philadelphia 76ers. Embiid, alla sua prima partecipazione a un All Star Game, ha giocato 20 minuti, segnando 19 punti e prendendo 8 rimbalzi. Da quest’anno è considerato uno dei giocatori più forti dell’intera NBA e grazie a lui i Philadelphia 76ers si stanno giocando la possibilità di andare ai playoff, dopo anni di delusioni e risultati sotto le attese. Questa notte ha fatto cose come questa – canestro da 3 e stoppata su Russell Westbrook – non male per uno che ha iniziato a giocare a basket a 15 anni.

La difesa, finalmente
Per anni l’All Star Game ha avuto un problema enorme: l’assenza totale della difesa. Nel 2017 la partita finì 192 a 182, un punteggio così alto che si fatica a credere che si giocasse in entrambi i lati del campo. Per l’edizione del 2018 la NBA aveva deciso di rivoluzionare il modo in cui vengono fatte le squadre: non più Est contro Ovest – quindi migliori giocatori della Eastern Conference contro migliori giocatori della Western Conference – ma due capitani che scelgono a turno i propri compagni di squadra, come si fa “al campetto” (qui è spiegato meglio il meccanismo). La rivoluzione ha funzionato: non si è vista una partita a livello dei playoff, certo, ma l’intensità è stata la più alta degli All Star Game degli ultimi anni e in diversi momenti si è vista anche un po’ di difesa.

Come l’ultima azione: rimessa del Team Steph, la palla finisce in mano a Curry che guarda il canestro per tirare da 3 punti e pareggiare la partita, ma viene raddoppiato in difesa da due giocatori avversari e passa la palla a DeMar DeRozan, che però non riesce a trovare il tempo per il tiro.

L’inno cantato da Fergie
Uno dei momenti più bizzarri della notte è stato l’inno nazionale americano cantato da Fergie, la cantante dei Black Eyed Peas, prima dell’inizio della partita. Fergie ha cantato una versione lenta, blues e lunga che non è stata particolarmente apprezzata dal pubblico dello Staples Center, il palazzetto di Los Angeles dove si è giocato l’All Star Game. A un certo punto, a metà dell’esibizione, il pubblico ha cominciato a ridacchiare, e insieme a lui anche Draymond Green, giocatore dei Golden State Warriors conosciuto per la sua esuberanza in campo, diciamo.

La serataccia di LaMarcus Aldridge
Due giorni fa l’emittente sportiva americana ESPN aveva raccontato un retroscena sulla scelta delle squadre da parte dei due capitani, LeBron James e Steph Curry, che è rimasta segreta e non è stata trasmessa in televisione, come invece avrebbero voluto in molti. Il giornalista Chris Haynes aveva detto di aver saputo che l’ultimo giocatore scelto era stato LaMarcus Aldridge, finito nella squadra di James. Aldridge è un’ala che gioca nei San Antonio Spurs: è molto forte ma non ha un gioco particolarmente adatto per l’All Star Game, perché è molto di sostanza e poco spettacolare. Aldridge aveva risposto al retroscena dicendo che non era un problema, che sapeva di non essere un giocatore appariscente, e che era contento comunque di essere all’All Star Game. Questa notte però è stato il giocatore che è stato meno in campo – solo 4 minuti – segnando 0 punti e sbagliando un tiro, l’unico della sua partita. Almeno ha fatto una stoppata.

Cose-da-All-Star-Game
In questa edizione dell’All Star Game c’è stata una difesa migliore del solito, vero, ma era comunque un All Star Game e nessuno dei giocatori in campo ha voluto rischiare di farsi male mettendosi ad esempio tra LeBron James e il canestro. Lo dimostra bene un’azione difensiva di Draymond Green, uno dei difensori migliori della NBA, che però per evitare inconvenienti ha deciso di scansarsi, letteralmente.

Non era solo Embiid a giocare questa notte il suo primo All Star Game: è stata la prima volta anche per Bradley Beal, e si è visto, ha fatto notare qualcuno. A un certo punto Beal si è rivolto all’arbitro facendo il gesto che si usa per indicare un’infrazione di passi, e quindi per reclamare un fischio arbitrale a proprio favore. Il fatto è che l’infrazione di passi non è un fischio particolarmente diffuso nella NBA – da anni si discute delle differenze tra basket americano ed europeo in questo senso – tanto meno durante un All Star Game. Per questo Beal è stato un po’ preso in giro.

Una delle schiacciate più spettacolari della serata è stata quella di Victor Oladipo (Indiana Pacers), dopo un recupero difensivo. Come ha scritto il giornalista di Gazzetta Davide Chinellato, Oladipo «si è presentato allo Staples con un giorno di ritardo per la gara delle schiacciate»: il riferimento è alla sua prestazione poco convincente della notte tra sabato e domenica, quella della maschera di Black Panther.

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