La maglia indossata da Philipp Lahm durante la finale dei Mondiali del 2014 vinta contro l'Argentina (PATRIK STOLLARZ/AFP/Getty Images)
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  • giovedì 16 Novembre 2017

Come ha fatto la Germania a diventare così forte a calcio

La ricostruzione iniziò sedici anni fa, dopo un fallimento, e ha permesso di creare una Nazionale che oggi è quasi imbattibile

La maglia indossata da Philipp Lahm durante la finale dei Mondiali del 2014 vinta contro l'Argentina (PATRIK STOLLARZ/AFP/Getty Images)

«Da un paio di anni la Germania è una nazionale di vertice con una continuità unica. Questo è dimostrato dal modo in cui vinciamo contro le piccole con tre, quattro, cinque gol di scarto. Non facciamo fatica come l’Italia o altre Nazionali. Abbiamo continuità e una grande forza offensiva. È per questo che negli ultimi anni siamo arrivati al top. Non importa con chi giochiamo nelle qualificazioni, facciamo comunque risultato. Questo è quello che conta per noi oltre al fatto di mantenere sempre alta la concentrazione e il livello offensivo». A dirlo è stato qualche settimana fa l’allenatore della Nazionale tedesca Joachim Löw, che quest’estate in Russia guiderà la Germania a un Mondiale per la terza edizione di fila, e da campione in carica.

Löw non viene mai citato quando si parla di grandi allenatori europei, perché ha avuto una carriera strana. Con i club non ha ottenuto risultati davvero rilevanti e non ha mai allenato grosse squadre, a eccezione di un anno passato in Turchia con il Fenerbahce. Nel 2004 tuttavia divenne il vice di Jurgen Klinsmann, l’allora allenatore della Germania, con cui lavorò fino ai Mondiali del 2006. Al termine del torneo fu promosso e da allora si è rivelato perfetto per il calcio tedesco di questi anni, portando la selezione a una serie di risultati di una costanza impressionante: seconda agli Europei del 2008, terza ai Mondiali del 2010, semifinalista agli Europei del 2012, campione del mondo nel 2014, semifinalista agli Europei del 2016, vincitrice della Confederations Cup quest’anno.

I giocatori della Germania festeggiano la vittoria della Confederations Cup 2017 (Dean Mouhtaropoulos/Getty Images)

Lo si sente dire anche quando si parla di altre Nazionali, ma per l’organizzazione attuale del calcio tedesco, l’allenatore della Germania è veramente l’uomo che sta all’apice di un sistema e che lo completa. Più che un allenatore sarebbe meglio definirlo un selezionatore, cioè colui che come compito principale deve selezionare i giocatori per la Nazionale, dai titolari per i grandi tornei fino alle riserve e ai giovani, a cui vengono fatti disputare partite e tornei minori per testarli e prepararli alla vera e propria Nazionale maggiore. Oltre alle sue indiscusse capacità dimostrate negli ultimi undici anni, Löw lavora così bene e con questo successo perché tutto il sistema che gli sta dietro funziona alla perfezione, tanto che ora è considerato uno dei migliori modelli da cui prendere spunto.

Il sistema di cui parliamo è quello che fu studiato e messo in atto dopo gli Europei del 2000, che per la Germania furono disastrosi: venne eliminata da ultima del proprio girone, dietro a Portogallo, Romania e Inghilterra, dopo che in tre partite non ottenne nemmeno una vittoria. La Germania si presentò a quell’edizione degli Europei da campione in carica, e con molti dei giocatori che quattro anni prima le avevano permesso di vincere. Il problema principale fu che quegli stessi giocatori, più vecchi di quattro anni, non garantivano lo stesso rendimento e non c’era ancora nessuno in grado di rimpiazzarli adeguatamente.

La poco entusiasmante situazione della Nazionale tedesca era stata preannunciata da Berti Vogts, l’allenatore con cui vinse gli Europei del 1996. Prima di lasciare il suo incarico nel 1998, Vogts parlò del mancato ricambio generazionale, e sostenne il bisogno di adottare misure drastiche per cambiare il sistema calcistico tedesco, che ormai sembrava funzionare male e non essere più al passo con i tempi. Il risultato degli Europei del 2000, alla fine, convinse tutti che fosse necessario fare qualcosa.

Lothar Matthaus dopo l’eliminazione della Germania dagli Europei del 2000 (Ben Radford /Allsport)

La federazione tedesca (DFB) studiò a fondo i problemi del sistema calcistico nazionale e arrivò a individuare sostanzialmente quattro principali questioni da risolvere: l’inefficienza del sistema di scouting, che non raggiungeva a dovere tutte le zone del paese lasciandosi così sfuggire molti ragazzi di talento; le scarse strutture giovanili a livello nazionale; la mancanza di uniformità nei metodi di insegnamento, dovuta principalmente alla formazione spesso carente che ricevevano gli allenatori tedeschi certificati; e infine l’aspetto che finì per caratterizzare il successo del progetto: il calcio tedesco si rivolse alle seconde generazioni di immigrati, ovvero a migliaia di ragazzi nati in Germania da genitori immigrati e fino ad allora ignorati, a cui nel 2000 il governo di Gerhard Schröder concesse la cittadinanza secondo il principio dello ius soli, a condizione che almeno uno dei genitori fosse legalmente residente in Germania da un minimo di otto anni.

Nel settembre del 2002, a distanza di due anni dal fallimento agli Europei, l’allora presidente della DFB Gerhard Mayer-Vorfelder lanciò il progetto a cui venne dato il nome di “Extended Talent Promotion Program”. Solamente nel primo anno di attività presero parte al programma 22.099 fra ragazzi e ragazze, di cui l’85 per cento risiedeva a meno di 25 chilometri dal campo di allenamento federale più vicino. Vennero organizzati 367 corsi di allenamento in tutto il paese e a 1.167 allenatori fu data una formazione più specifica e professionale. Furono inoltre organizzate 179 cooperazioni fra la DFB e gli istituti scolastici. Dal 2002 al 2014, anno in cui la Germania tornò a vincere il Mondiale, la DFB costruì 52 centri d’eccellenza dedicati alla formazione dei migliori talenti del paese, ma anche 366 centri regionali che occuparono 1.300 preparatori a tempo pieno.

L’apporto delle seconde generazioni si manifestò progressivamente nel corso degli anni per affermarsi definitivamente nel 2009, quando la Nazionale Under-21 vinse gli Europei di categoria in finale contro l’Inghilterra. La squadra con cui vinse era composta da giocatori tedeschi fra cui erano presenti anche nove nazionalità diverse: c’erano russi (Andreas Beck), polacchi (Sebastian Boenisch), ghanesi (Jerome Boateng), nigeriani (Dennis Aogo, Chinedu Ede), statunitensi (Fabian Johnson), spagnoli (Gonzalo Castro), tunisini (Sami Khedira, Änis Ben-Hatira), iraniani (Ashkan Dejagah) e turchi (Mesut Özil). Tre di questi hanno fatto parte della Nazionale campione del mondo nel 2014.

Sebastian Boenisch, Mesut Ozil e Benedikt Howedes esultano dopo un gol segnato nella finale degli Europei Under-21 (PONTUS LUNDAHL/AFP/Getty Images)

Il successo del programma fu sostenuto inizialmente da un finanziamento annuale di 48 milioni di euro, in parte garantiti dalla DFB ma dovuti anche alla stretta collaborazione dei club, il 70 per cento delle 27.000 squadre di calcio tedesche. Nel corso degli anni, il costo del programma è per giunta aumentato e ora si aggira attorno ai 100 milioni di euro.

Il modello attuato dalla DFB è da anni fonte di ispirazione per le altre federazioni calcistiche, tuttavia presenta inevitabilmente delle casistiche specifiche del calcio tedesco. Anzitutto l’insieme di regole e limiti imposti ai club, ai quali è garantita la licenza professionale solo se rispettano diversi rigidi parametri economici: le licenze professionistiche vengono riassegnate annualmente e sono ritenute il maggior garante della solidità economica delle squadre tedesche. Nel 2002 ai parametri esistenti ne venne aggiunto uno: stabilisce tuttora che ogni club professionistico è tenuto a costruire o mantenere un centro d’allenamento giovanile d’eccellenza.

All’epoca dell’attuazione dell'”Extendend Talent Promotion Program”, inoltre, le squadre di club furono incentivate a utilizzare di più i giovani non solo in seguito agli accordi stretti con la DFB ma anche da quello che accadde nel 2001, quando il maggior partner televisivo della Bundesliga entrò in una grave crisi economica che ridimensionò gli accordi per i diritti di trasmissione, riducendo sensibilmente le entrate dei club. Si salvò solo il Bayern Monaco, il club tedesco più ricco che però passò comunque un periodo abbastanza complicato, e per uscirne in qualche modo le squadre aumentarono gli investimenti nei settori giovanili e si concentrarono sulla crescita dei giocatori nei propri vivai.

Intervistato nel 2013 dal Guardian, Robin Dutt, successore di Matthias Sammer come direttore sportivo della DFB, fece un punto della situazione del programma federale tedesco e disse: «Abbiamo raggiunto un livello che in questo momento è difficilmente migliorabile. In Germania ci sono 80 milioni di abitanti e prima del 2000 molti talenti ci sfuggivano. Ora ci accorgiamo di tutto».