Il vicepresidente catalano Oriol Junqueras, il presidente Carles Puigdemont e la presidente del Parlamento Carme Forcadell, a Barcellona il 21 ottobre 2017 (AP Photo/Santi Palacios)
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  • mercoledì 1 Novembre 2017

I leader indipendentisti potrebbero andare in carcere già domani

I giudici potrebbero decidere per la carcerazione preventiva, mentre proseguono le indagini sui reati di ribellione e sedizione

Il vicepresidente catalano Oriol Junqueras, il presidente Carles Puigdemont e la presidente del Parlamento Carme Forcadell, a Barcellona il 21 ottobre 2017 (AP Photo/Santi Palacios)

Ieri due alti tribunali spagnoli hanno accettato la richiesta del procuratore generale di indagare i membri del governo catalano e alcuni membri del Parlamento per i reati di ribellione e sedizione. Tutti gli indagati sono stati convocati tra giovedì e venerdì, quando il giudice potrebbe anche decidere a favore di una carcerazione preventiva nel caso valutasse il rischio di fuga o reiterazione del reato. Non tutti però si presenteranno: alcuni membri del governo catalano, tra cui il presidente destituito Carles Puigdemont, si trovano a Bruxelles, in Belgio, nel tentativo di «portare la crisi all’attenzione dell’Europa». Ieri sera tre di loro sono tornati a Barcellona con un volo atterrato all’aeroporto El Prat, ma Puigdemont è rimasto in Belgio. Non è chiaro cosa farà: un suo avvocato ieri ha detto che non si presenterà all’Audiencia Nacional.

Le accuse del procuratore generale spagnolo sono state inoltrate a due tribunali diversi: tutti i membri del governo catalano dovranno presentarsi all’Audiencia Nacional, mentre i membri della “Mesa del Parlamento” – organo che decide tra le altre cose quali mozioni ammettere alla discussione parlamentare – testimonieranno di fronte alla Corte Suprema. Entrambi i tribunali hanno accettato la richiesta del procuratore generale José Manuel Maza di ammettere l’accusa di ribellione, la più grave, che prevede fino a 30 anni di cercare, anche se la Corte suprema ha detto che non scarterà l’ipotesi di indagare per il reato meno grave di cospirazione.

Le accuse si riferiscono per lo più all’approvazione della dichiarazione d’indipendenza da parte del Parlamento catalano venerdì scorso. I membri della Mesa del Parlamento sono accusati di avere ammesso alla discussione una mozione di Junts pel Sí (il gruppo che sosteneva il governo Puigdemont) che parlava di avvio di un processo costituente per la creazione di una Repubblica catalana: ovvero la dichiarazione d’indipendenza. I membri della Mesa erano stati avvertiti dai giuristi del Parlamento che quella risoluzione era anticostituzionale e che ammetterla avrebbe significato andare contro la legge. La mozione era comunque stata accettata, e poi presentata e votata. I membri del governo di Puigdemont sono accusati di avere messo in piedi «una strategia di quello che avrebbe dovuto essere il movimento secessionista, perfettamente organizzata e con una divisione dei ruoli tra le autorità governative, parlamentari e le associazione indipendentiste (ANC e Ómnium) che permisero la celebrazione del referendum illegale dell’1 ottobre e la dichiarazione d’indipendenza approvata nel Parlamento lo scorso 27 ottobre».

Dell’accusa di ribellione si sta parlando molto in questi giorni: diversi giuristi e penalisti hanno sostenuto che la ribellione non sarebbe applicabile al caso dei leader catalani, perché il codice penale prevede espressamente che la ribellione sia accompagnata dalla violenza. Gli indipendentisti hanno accusato la giustizia spagnola di essere “politicizzata” e hanno anche criticato i tempi molto brevi di questa prima fase delle indagini. Tra la dichiarazione d’indipendenza e le convocazioni in tribunale è passata meno di una settimana; ieri sera diversi ministri del governo catalano non avevano ancora ricevuto l’avviso di comparizione e avevano saputo della causa contro di loro dai giornali; inoltre l’Audiencia Nacional ha fissato una cauzione collettiva di oltre 6 milioni di euro, che dovranno essere pagati dai membri del governo in soli tre giorni: se non dovesse succedere, si procederà al sequestro dei beni personali fino al raggiungimento di quella cifra.

Per il momento sembra che tutti i membri del governo catalano e della Mesa del Parlamento andranno a Madrid a testimoniare di fronte ai due tribunali, ad eccezione di quelli che ancora si trovano a Bruxelles, come il presidente destituito Carles Puigdemont. La situazione di Puigdemont è molto particolare. Ieri il suo avvocato, Paul Bekaert, ha assicurato alla televisione belga VRT che Puigdemont non farà alcuna richiesta di asilo: proverà ad opporsi alla richiesta di estradizione spagnola, che arriverà se Puigdemont non si presenterà a testimoniare di fronte all’Audiencia Nacional. Durante la conferenza stampa che ha tenuto ieri a Bruxelles, Puigdemont ha detto che si fermerà in Belgio per un tempo non ancora definitivo, per difendere la sua «libertà e sicurezza». Ieri sera invece sono tornati a Barcellona tre ex ministri, attesi all’aeroporto da decine di giornalisti e da qualche manifestante unionista con la bandiera spagnola: i tre sono Joaquim Forn (Interni), Dolors Bassa (Lavoro) e Lluís Puig (Cultura).

I due giudici titolari del caso potrebbero accettare già domani la richiesta del procuratore generale di carcerazione preventiva dei sospetti: in altre parole, entro domani sera molti dei politici catalani che hanno riempito le prime pagine di tutti i giornali d’Europa nelle ultime settimane potrebbero finire in prigione.