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  • giovedì 9 febbraio 2017

La complicata nomina di Jeff Sessions

Il Senato americano ha ratificato la nomina del procuratore generale scelto da Trump, dopo una seduta in cui una senatrice dei Democratici è stata zittita con un pretesto

Jeff Sessions. (AP Photo/Susan Walsh, File)

Il Senato degli Stati Uniti ha approvato la nomina di Jeff Sessions a procuratore generale, più o meno il nostro ministro della Giustizia. L’incarico è stato confermato con 52 voti a favore – tutti i senatori Repubblicani – e 47 contrari, ma la seduta è stata piuttosto complicata. Durante la discussione sono state applicate delle rare procedure d’aula per costringere la senatrice Elizabeth Warren del Partito Democratico a smettere di parlare, riportando l’attenzione – dice il New York Times – sulle accuse di sessismo che hanno accompagnato tutta la campagna elettorale di Trump e i giorni successivi al suo insediamento con la Marcia delle Donne.

Dopo la ratifica della nomina di Sessions hanno applaudito solo i senatori Repubblicani e – per educazione, dice qualcuno – una manciata di senatori Democratici. I Democratici erano contrari alla nomina di Sessions decisa dal presidente Donald Trump, così come decine di organizzazioni per i diritti civili: Sessions è accusato di aver fatto in passato diversi commenti razzisti e di essere decisamente conservatore su molte questioni che hanno a che fare con i diritti civili.

Sessions è un senatore dell’Alabama che, prima di essere eletto a questa carica nel 1996, era stato procuratore generale dello stato: è contro il diritto all’aborto, è scettico sul cambiamento climatico, è contrario al matrimonio omosessuale e alla legalizzazione della cannabis. Ha posizioni molto dure sull’immigrazione e la sua nomina è stata interpretata come una specie di referendum interno ai Repubblicani sulle nuove regole volute da Trump per bloccare per 90 giorni gli ingressi negli Stati Uniti di persone provenienti da sette paesi a maggioranza islamica, il cosiddetto “muslim ban”. Sessions ha preso il posto di Sally Q. Yates, ministra della Giustizia facente funzioni che aveva dato ordine ai suoi dipendenti di non difendere in tribunale l’ordine esecutivo di Trump e che il 30 gennaio era stata licenziata dal presidente. Durante la campagna elettorale, Sessions era stato uno dei primi parlamentari Repubblicani ad appoggiare la candidatura di Trump sostenendo la sua politica sull’immigrazione.

C’è un precedente nella storia di questi giorni, ed era stato citato proprio da Warren nel suo discorso poi interrotto. Nel 1986 Sessions era stato nominato giudice di una corte federale dall’allora presidente Ronald Reagan, ma quella nomina non fu confermata dal Senato quando si scoprì che Sessions in passato aveva fatto commenti razzisti su alcuni colleghi (aveva suggerito che un bianco difensore dei diritti dei neri fosse un traditore). Inoltre aveva definito alcune importanti organizzazioni statunitensi per i diritti civili come “anti-americane”. Sessions ha sempre negato le accuse di razzismo, ma ha ammesso di aver detto una volta che considerava il Ku Klux Klan “a posto” fino a che non aveva scoperto che alcuni membri fumavano marijuana (poi disse che era una battuta).

Nel 1986 Coretta Scott King, vedova di Martin Luther King, era così preoccupata per l’eventuale nomina di Sessions che scrisse una lettera a una commissione del Senato in cui lo accusava di aver usato i suoi poteri per un «tentativo squallido di intimidire e spaventare gli elettori neri». Per questo suo comportamento «riprovevole», Coretta Scott King diceva che Sessions non avrebbe dovuto essere «ricompensato con una nomina a giudice federale».

In questi giorni, il dibattito intorno alla nomina di Sessions a procuratore generale è diventato di fatto un dibattito sui diritti civili. Durante la discussione la senatrice Patty Murray, Democratica di Washington, aveva detto per esempio che in materia di diritti civili, immigrazione, aborto e giustizia penale, Sessions aveva posizioni molto estreme e ormai superate. Una delle più attive oppositrici alla nomina di Session è stata però Elizabeth Warren, popolare senatrice molto di sinistra e apprezzata dalla base del Partito Democratico, ex docente universitaria, attiva soprattutto sull’economia e sui diritti delle donne. Martedì Warren è stata zittita dal leader di maggioranza, il Repubblicano Mitch McConnell, mentre leggeva la lettera scritta dalla moglie di Martin Luther King. Warren è stata fermata con il ricorso a un antico articolo del regolamento del Senato che dice che un senatore durante un dibattito non può direttamente o indirettamente imputare una condotta o un motivo indegno o sconveniente a un altro senatore. Il ricorso a questa procedura è stato votato dalla maggioranza dei senatori e a Warren è stato chiesto di tornare al suo posto.

Warren si è detta sorpresa che le parole di Coretta Scott King non fossero considerate appropriate per un dibattito al Senato. Dopodiché la senatrice ha lasciato l’aula del Senato e ha letto la lettera completa dal corridoio in diretta su Facebook. Warren ha anche fatto diversi commenti su Twitter:

Molte e molti hanno visto in quello che è successo a Warren e nelle parole di McConnell («È stata avvertita. Le è stata data una spiegazione. Tuttavia, ha insistito») il tentativo di mettere a tacere una donna che parlava da parte di un uomo che aveva in quel momento un maggiore potere e con un pretesto, indipendentemente cioè dai regolamenti che Warren e i suoi sostenitori non ritenevano applicabili a quello specifico caso. «Nevertheless, she persisted» è diventato nel giro poco tempo uno slogan efficace pro-Warren e l’hashtag usato su Twitter da molte donne e uomini che l’hanno difesa e hanno ricordato come molte conquiste nella storia siano state fatte proprio da donne che non hanno desistito. In molte hanno anche ricordato che la frase di McConnell è spesso usata come giustificazione proprio da chi ha commesso degli abusi contro le donne.

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