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  • domenica 5 febbraio 2017

Studiare i giocatori di baseball ci ha fatto capire i problemi del jetlag

I giocatori che viaggiano molto prima delle partite, poi giocano peggio: lo ha scoperto uno studio che ha analizzato vent'anni di statistiche della MLB

di Travis M. Andrews - Washington Post
Il lanciatore dei Los Angeles Dodgers Clayton Kershaw (Scott Halleran/Getty Images)

Ci siamo passati tutti: scendiamo da un aereo dopo avere viaggiato per ore attraversando diversi fusi orari, con il nostro orologio biologico che ci supplica di dormire, per poi scoprire che nel posto dove siamo arrivati è mattina. Le cose tornano alla normalità solo dopo qualche giorno. Sappiamo da tempo che il jet lag può essere la causa di una serie di sintomi come spossatezza, calo temporaneo delle capacità cognitive, malessere e problemi allo stomaco come costipazione e diarrea. Adesso alcuni ricercatori hanno dimostrato in modo misurabile alcuni di questi sintomi prendendo spunto dal baseball. Hanno analizzato vent’anni (dal 1992 al 2011) di statistiche della Major League Baseball (MLB) – il campionato professionistico di baseball nordamericano – per determinare in che modo il jet lag influenzasse i giocatori. Hanno esaminato oltre 40mila partite e 4919 casi in cui una squadra ha dovuto attraversare due o tre fusi orari per giocare una partita e non ha avuto il tempo necessario per adattare le abitudini dei giocatori in fatto di sonno, la condizione minima per essere considerati “affetti da jet lag”. Lo studio ha scoperto come in media questi giocatori abbiano avuto prestazioni peggiori, soprattutto quelli il cui ruolo in campo è correre da una base all’altra e i lanciatori. Lunedì le scoperte delle studio sono state pubblicate dettagliatamente nel Proceedings of the National Academy of Sciences.

«Il jet lag in effetti peggiora le prestazioni dei giocatori della Major League Baseball», ha detto in un comunicato Ravi Allada della Northwestern University, l’esperto di studio del ritmo circadiano a capo del progetto. «Gli effetti negativi del jet lag che abbiamo riscontrato sono sottili ma rilevabili e significativi. Colpiscono i giocatori della difesa come quelli dell’attacco, sia nella squadra che gioca in casa che in quella in trasferta, spesso in modi sorprendenti», ha aggiunto Allada. Per prima cosa, è importante sottolineare che gli effetti riscontrati dallo studio erano più intensi quando le squadre viaggiavano verso l’est degli Stati Uniti piuttosto che a ovest, una tendenza in linea con gli effetti generali del jet lag. Come ha scritto il giornalista del Washington Post Ben Guarino:

Il motivo è che per riadattarsi i nostri cicli del sonno hanno bisogno di quantità di tempo diverse. Gli scienziati della University of Maryland sostengono che per i nostri neuroni sia più facile gestire una giornata più lunga rispetto a una più corta. Viaggiando verso ovest – e quindi all’indietro, dal punto di vista dei fusi orari – si aggiungono ore al giorno, che in questo modo diventa più simile alla giornata più lunga che la maggior parte dei corpi umani preferisce.

Tra le squadre che viaggiavano verso est, inoltre, a soffrire di più sono state quelle che giocavano in casa. Non è chiaro quale sia ragione, ma come ha sottolineato USA Today, «il motivo potrebbe essere lo stile di vita. Quando i giocatori volano verso casa spesso ritornano dalle loro famiglie e ai loro lunghi elenchi di cose da fare, che in entrambi casi sono potenziali nemici del sonno». La discrepanza rilevata è stata così ampia, ha raccontato Allada, che «gli effetti sono abbastanza significativi da annullare il vantaggio dovuto al fatto di giocare in casa».

Nell’arco dei vent’anni analizzati dallo studio le squadre prese in esame hanno vinto circa il 54 per cento delle partite casalinghe, che corrisponde a un vantaggio statistico del 4 per cento. Considerando però solo le squadre che hanno dovuto viaggiare verso est per giocare le loro partite in casa, il vantaggio scompariva. Le squadre sotto gli effetti del jet lag hanno concesso più punti: una media di 0,197 punti in più in casa e 0,162 punti in trasferta a partita. Sono stati i lanciatori, in particolare, a soffrire di più le conseguenze dei voli verso est, concedendo alle squadre avversarie 0,107 (in casa) e 0,073 (in trasferta) fuoricampo in più a ogni partita. Potrebbero non sembrare molti, ma concedere un fuoricampo in più ogni dieci partite non è una cosa da niente: come evidenziato nello studio i fuori campo sono l’87 per cento e il 72 per cento – rispettivamente per le partite in casa e quelle in trasferta – del totale dei punti indotti dagli effetti del jet lag.

In attacco le squadre di casa hanno conquistato 0,062 basi in meno e 0,162 doppi (nel baseball un doppio è la conquista di due basi da parte del battitore dopo aver colpito la palla) in meno, e hanno avuto 0,141 turni di battuta in meno anche solo per provare a ottenere quei doppi. E questa è solo la punta dell’iceberg, statisticamente parlando. Anche se è impossibile determinare in un modo misurabile se influisca su una partita in particolare, secondo Allada il jet lag potrebbe avere avuto un peso nelle National League Championship Series del 2016. Nel corso della serie tra i Los Angeles Dodgers e i Chicago Cubs, la stella dei Dodgers Clayton Kershaw ha lanciato due volte. In gara due ha concesso solamente due battute; in gara sei, però, ha concesso sette battute e cinque punti ai Cubs. «In gara sei le squadre erano tornate a Chicago da Los Angeles, e questa volta Kershaw ha permesso ai Cubs di segnare cinque punti, di cui due fuori campo», ha raccontato Allada, «è solo un’ipotesi ma la nostra ricerca suggerisce che il jet lag abbia contribuito alla prestazione di Kershaw». Probabilmente è il caso di segnalare che Allada è un tifoso dichiarato dei Cubs.

La MLB lavora per alleviare la stanchezza dei giocatori già da prima di questo studio, e ha modificato diverse regole relative al calendario delle partite per il 2018. Come riportato da Associated Press ora le 162 partite che compongono la stagione di baseball si giocheranno nell’arco di 187 giorni invece degli attuali 183.

© 2017 – Washington Post

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