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  • sabato 31 dicembre 2016

Che fare con le colonie israeliane

Secondo molti – anche gli Stati Uniti, come abbiamo visto all'ONU – sono il principale ostacolo per la pace: ma non esistono soluzioni semplici

di Luca Misculin – @lmisculin
(AP Photo/Nasser Ishtayeh)

Di recente si è tornati a parlare del caso delle colonie israeliane – cioè degli insediamenti civili promossi e sostenuti dal governo israeliano su terre palestinesi – per via di una risoluzione approvata dal consiglio di sicurezza dell’ONU che li condanna nettamente (come già altre risoluzioni simili hanno fatto nell’ultimo mezzo secolo). Stavolta si è parlato della risoluzione perlopiù per via dell’astensione degli Stati Uniti, che per la prima volta da molti anni non ha usato il proprio diritto di veto per bloccare atti critici nei confronti di Israele. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu se l’è presa molto, accusando gli Stati Uniti di aver “tradito” gli interessi di Israele.

La risoluzione non avrà nessun effetto pratico – non prevede sanzioni o limitazioni per lo stato israeliano – e più che del suo contenuto si è parlato dell’opportunità politica di prendere una decisione così netta da parte di un’amministrazione che verrà sostituita presto da una di orientamento molto diverso. Il 29 dicembre il segretario di Stato americano uscente John Kerry ha motivato l’astensione e risposto alle accuse del governo israeliano con un lungo discorso in cui fra le altre cose ha elencato quelli che la sua amministrazione considera come i sei punti base per un futuro trattato di pace. Il discorso di Kerry però, nonostante diverse proposte puntuali, conteneva un grosso non detto: come si risolve la questione delle colonie?

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L’insediamento israeliano di Revava, in Cisgiordania, fotografato da una collina vicina (AP Photo/Nasser Ishtayeh)

Di cosa parliamo
Le colonie israeliane sono state fondate a partire dalla fine della Guerra dei Sei giorni, combattuta nel 1967 fra Israele e una coalizione di stati arabi che avevano attaccato per primi allo scopo di difendere gli interessi dei palestinesi: alla fine dei combattimenti Israele aveva conquistato tutta la Cisgiordania, cioè la fascia di territori che si estende più o meno da Gerusalemme fino alla sponda occidentale del fiume Giordano.

All’epoca la Cisgiordania era abitata perlopiù da persone di etnia araba, ma gli ebrei la considerano la terra natale dei propri antenati: molti fatti raccontati nella Bibbia sono ambientati in Giudea e Samaria, il nome con cui ancora adesso gli israeliani chiamano la Cisgiordania, ed effettivamente queste zone erano abitate da antiche tribù ebraiche. Dal 1967 in avanti molti israeliani hanno approfittato del controllo militare di Israele sulla Cisgiordania per fondare comunità ebraiche, e rivendicare il proprio legame col territorio: ancora oggi parte degli israeliani ritiene che quei territori “appartengano” al popolo ebraico, dato il legame culturale e religioso, e quindi non ritengono di occupare un posto che appartiene ad altri (a maggior ragione se disabitato o incolto, come gran parte dei terreni su cui sorgono le colonie).

Il governo israeliano ha sempre appoggiato le iniziative dei coloni: per ragioni di ideologia, almeno all’inizio, e opportunità politica. Lo stato ha sempre garantito ai coloni tutti i principali servizi di un cittadino israeliano: acqua, energia, raccolta dei rifiuti, disponibilità di case popolari e così via. Il risultato è che trasferirsi nelle colonie è diventato conveniente, in un certo senso. Man mano che la popolazione coloniale si è espansa, è diminuita la spinta religiosa in favore di una certa praticità: molti coloni, soprattutto i più recenti, raccontano di essersi trasferiti per via dell’amenità della vita fuori città, resa agiata dalla presenza di tutti i servizi principali.

All’inizio degli anni Novanta nelle colonie in Cisgiordania vivevano poco più di 100mila persone. Secondo le ultime stime oggi sono circa 400mila, a cui vanno aggiunte le 208mila che vivono negli insediamenti ebraici di Gerusalemme est, forse il più importante fra i territori ancora occupati da Israele in seguito alla Guerra dei Sei giorni. C’è un solo problema: la maggior parte degli organismi internazionali e degli esperti di diritto considera le colonie israeliane illegali (alcuni alleati di Israele, come per esempio gli Stati Uniti, preferiscono definirli “illegittimi”: ma la sostanza è la stessa).

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Una mappa delle colonie e dei relativi terreni, colorati in azzurro

La Quarta convenzione di Ginevra, l’ultimo dei quattro principali trattati internazionali sul diritto di guerra firmati nel 1949, stabilisce infatti che una potenza occupante – come Israele, in questo caso – non possa trasferire i propri civili su un territorio occupato. Molte colonie sono nate su terreni palestinesi requisiti per motivi di sicurezza, soprattutto se incolti, per via di una vecchia legge dell’Impero ottomano molto citata da Israele: ma da decenni ormai la fondazione di una colonia non ha più a che fare con la sicurezza di Israele, come ha ammesso anche Kerry nel suo discorso, ma solo con una serie di decisioni politiche del governo (da molti anni in Israele governa il Likud, il principale partito di centrodestra, in coalizione con una serie di piccoli partiti nazionalisti e religiosi, che sostengono attivamente l’espansione delle colonie).

Le colonie sono considerate dalla comunità internazionale, da diverse importanti ONG e dalla sinistra israeliana come il principale ostacolo a un accordo di pace fra israeliani e palestinesi: più dell’occupazione militare di Gerusalemme est, più delle quotidiane discriminazioni che secondo varie ONG i palestinesi sono costretti a subire dalla fine della Seconda guerra mondiale. Concretamente si parla di persone che da decenni si sono costruite una vita in un certo posto, e che non hanno intenzione di andarsene. Le parole “colonia” o “insediamento”, inoltre, non rendono bene l’idea di cosa sono diventati questi luoghi: decine di piccole città con migliaia di abitanti, scuole, strade, complessi industriali e persino università pubbliche – questi ultimi due, utilizzati anche dalle comunità arabe locali – presenti ormai in tutto il territorio palestinese, che Kerry nel suo discorso ha paragonato a un formaggio svizzero coi buchi. Che fine faranno?

Mideast Israel Palestinians

Le possibili soluzioni
Le colonie non sono un problema solamente per il loro controverso status giuridico: sono anche considerate come il risultato di una politica unilaterale di Israele e di una tattica precisa perseguita in tutti questi anni, cioè stabilire quelli che nel linguaggio diplomatico sono chiamati facts on the ground, cioè impedimenti “fisici” di cui si deve tenere conto in un trattato. Anche i sostenitori più ragionevoli di Israele ritengono che l’espansione delle colonie sia stata scorretta e soprattutto sbagliata da un punto di vista strategico (anche se qualcuno potrebbe obbiettare l’esatto opposto: Israele ad oggi ha ottenuto esattamente quello che voleva): dato che la comunità internazionale non ha ammorbidito il proprio giudizio, nelle future trattative per la pace ci si aspetta infatti che sarà Israele a dovere cedere qualcosa in più sotto l’aspetto territoriale; che non sarà l’unico, ma comunque uno dei più importanti nei futuri negoziati.

Non esiste una soluzione “ufficiale” o prediletta dalla comunità internazionale al problema delle colonie: gli ultimi seri negoziati di pace – poi falliti – risalgono a più di 15 anni fa, quando il problema era meno pressante. Nel corso di questi anni, quindi, è stato proposto un po’ di tutto: dall’annessione di alcune colonie ai territori di Israele alla loro parziale evacuazione, fino al mantenimento dello status quo con alcune piccole modifiche.

Evacuarle tutte
Sembra la soluzione più logica, ma è anche quella più difficile e improbabile: fra le colonie in Cisgiordania e quella di Gerusalemme Est abitano circa 600mila persone, poco meno del dieci per cento della popolazione non-araba di Israele. Un piano per evacuare le colonie sarebbe materialmente quasi impossibile: stiamo parlando del potenziale abbandono di decine di piccole città, e conseguentemente della necessità di trovare un posto dove stare – e in molti casi anche un lavoro – entro i confini già molto ristretti dello stato di Israele. Un piano del genere sarebbe anche molto impopolare dal punto di vista politico: Netanyahu per esempio l‘ha già escluso da tempo – anche se nella stessa intervista ha concesso che “qualche insediamento rimarrà fuori dagli accordi, per forza” – e diversi pezzi della sinistra israeliana hanno assicurato che le comunità più grandi resteranno parte di Israele a prescindere dai negoziati futuri.

Esiste poi un precedente molto citato: quello dell’evacuazione di tutte le colonie israeliane della Striscia di Gaza al termine della Seconda intifada, nell’estate del 2005. La decise il governo di centrodestra dell’allora primo ministro Ariel Sharon, probabilmente in un tentativo di dimostrare che Israele era disposto ad alcune concessioni (salvo però proseguire l’espansione delle colonie in Cisgiordania). In agosto tutti i coloni dei 21 insediamenti della Striscia furono costretti a lasciare la propria casa e accettare una compensazione del governo, pena l’evacuazione forzata: in diversi casi i coloni fecero resistenza, e in quelle settimane le tv e i giornali israeliani mostrarono decine di immagini di guerriglia urbana fra coloni e soldati.

TOPIX MIDEAST ISRAEL PALESTINIANS SETTLEMENTSAlcuni coloni cercano di resistere all’evacuazione della colonia di Neve Dekalim, in cui abitavano circa 2.600 persone, 18 agosto 2005 (AP Photo/Kevin Frayer)

Il governo Sharon cadde pochi mesi dopo. La striscia di Gaza passò sotto il completo controllo dell’Autorità Palestinese, che nel gennaio 2006 organizzò delle elezioni legislative: le vinse il movimento politico-terroristico di Hamas, che da allora governa nella Striscia (in violento contrasto con Fatah, il partito “moderato” che esprime il presidente palestinese Mahmoud Abbas, che governa in Cisgiordania). Il ragionamento degli israeliani è questo: se un disimpegno in scala così ridotta – si parla di circa ottomila coloni evacuati – è stato così impopolare e dalle conseguenze così rischiose, che senso ha replicarlo in Cisgiordania?

Israele annette tutta la Cisgiordania (o buona parte)
zonacÈ l’opzione che viene considerata con più timore dagli osservatori internazionali, ma che al momento è la più vicina a essere realizzata. Israele infatti controlla già di fatto il 60 per cento della Cisgiordania: sono le aree della cosiddetta Zona C, una delle tre “fasce” create dagli accordi di Oslo a inizio degli anni Novanta.

La Zona A comprende i territori sotto il completo controllo dell’Autorità Palestinese, la Zona B le aree a controllo “misto”, la Zona C quelle sotto completo controllo israeliano. Come spiega un recente studio di una divisione dell’ONU che si occupa dei territori occupati da Israele in Palestina – da cui è tratta anche la cartina qui a lato: la Zona C è in blu, i puntini corrispondono alle aree abitate – secondo i piani di Oslo l’autorità sui progetti urbanistici e territoriali della Zona C sarebbe dovuta passare ai palestinesi nel 1998, ma Israele non l’ha mai ceduta. Di conseguenza ancora oggi eroga i permessi per lo sfruttamento dei terreni nelle aree che ricadono nella Zona C. L’ONU spiega che Israele considera il 70 per cento dell’area non edificabile dai palestinesi, il 29 per cento edificabile ma con molte restrizioni e solo l’1 per cento disponibile per il libero sfruttamento. È un bel guaio, scrive l’ONU:

«La Zona C comprende le riserve di terra più rilevanti per lo sviluppo dei palestinesi, così come larga parte dei terreni agricoli e da pascolo della Palestina. La Zona C è inoltre l’unica ad avere territori contigui in Cisgiordania: e dunque ogni infrastruttura di larga scala – strade, impianti per acqua ed elettricità – prevede lavori all’interno della Zona C. Di conseguenza, l’intera popolazione della Cisgiordania è influenzata da ciò che succede nella Zona C»

Gli insediamenti israeliani protetti dal governo – cioè la stragrande maggioranza – si trovano proprio nella Zona C, che quindi a più di vent’anni di distanza dagli accordi di Oslo è abitata da un numero di israeliani superiore al doppio degli abitanti arabi, che sono circa 150mila. Sarebbe molto più facile, quindi, annetterla allo stato israeliano che evacuarla e consegnarla ai palestinesi (cosa praticamente impossibile, come abbiamo visto). Negli ultimi tempi l’hanno suggerito in molti, anche membri del governo Netanyahu come Naftali Bennett – imprenditore e leader del partito La Casa Ebraica, molto nazionalista – e Ayelet Shaked, la ministra della Giustizia espressione dello stesso partito di Bennett (Haaretz l’ha soprannominata “il ministro dell’Annessione” per via di un piano per estendere immediatamente la validità delle leggi approvate dal parlamento israeliano anche alle colonie).

Bennett ha ripetuto la teoria dell’annessione della Cisgiordania anche in una recente intervista con CNN

In molti però non credono che la comunità internazionale sarebbe disposta ad accettare una violazione così palese degli accordi di Oslo, e cioè l’occupazione parziale o totale dei territori palestinesi: in un editoriale sul Jerusalem Post, per esempio, il rispettato studioso e attivista israelo-americano Gershon Baskin spiega che nessuno fra i paesi arabi accetterebbe una soluzione del genere, e tanto meno la comunità internazionale. Anzi, «se Israele continuasse a costruire colonie e ad estendere la propria sovranità, non ci vorrà molto prima che praticamente tutto il mondo cessi di sostenere la soluzione a due stati e che Israele diventi l’erede ufficiale dell’apartheid». Questo perché difficilmente il governo israeliano, in caso di annessione, concederebbe diritto di voto ai “nuovi” cittadini arabi, per impedirgli di condizionare le politiche del governo centrale. È più o meno quello che intendeva Kerry quando nel suo discorso ha spiegato che nel caso prevalga la soluzione a uno-stato, Israele potrà essere o uno stato democratico o uno a connotazione ebraica, e non entrambi.

Israele annette solo le colonie vicino al confine
È la proposta che probabilmente emergerebbe se i negoziati di pace si tenessero oggi (se ne parlò anche durante l’ultimo tentativo di negoziati, quelli del 2011). Molte delle colonie più popolate si trovano infatti in prossimità del confine fra Israele e territori palestinesi riconosciuto dalla comunità internazionale, cioè quello in vigore appena prima della Guerra dei Sei giorni: i cosiddetti “confini del 1967”. È il caso di Modi’in Illit, situata a meno di mezz’ora di automobile dal principale aeroporto civile di Israele, quello di Tel Aviv, e che con circa 64mila abitanti è anche la colonia israeliana più popolosa. Anche Beitar Illit, Ma’ale Adumim e Giv’at Ze’ev sono più o meno vicino al confine: ma il discorso non vale ad esempio per Ari’el, la quarta colonia più abitata, che dista più di 20 chilometri dal confine ed è circondata da altre colonie più piccole, sebbene sia già in piena Cisgiordania.

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La porzione di terra che va dalla città palestinese di Qalqilya alla colonia di Ari’el in una mappa di una divisione dell’ONU del settembre 2014. In rosso sono indicate le colonie israeliane, in giallo le città arabe: quella blu è la Zona C. Provate pure a tracciare una nuova linea di confine.

Ari’el non è l’unica in una situazione del genere: questo qui sotto è il territorio di Kiryat Arba, un esteso insediamento israeliano alla periferia di Hebron – la più pericolosa fra le principali città palestinesi – in cui abitano più di settemila persone.

È evidente che ci sono situazioni talmente complesse che potranno essere esaminate e magari districate solo dopo dei negoziati: prevedere in questo momento quali saranno i confini di Israele in futuro è impossibile.

La Giordania annette la Cisgiordania
Entriamo nel campo delle ipotesi improbabili. La Giordania ha moltissimi legami con la Palestina: circa metà dei suoi abitanti ha origine palestinese, e fra tutti i paesi arabi che parteciparono alla guerra del 1948 contro Israele fu proprio la Giordania che alla fine della guerra ottenne la Cisgiordania, che occupò militarmente fino al 1967 (l’annessione, avvenuta nel 1950, non fu mai riconosciuta dalla comunità internazionale). Dal 1988 però la Giordania ha abbandonato la rivendicazione dei territori palestinesi, e riconosciuto la legittimità dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP, la principale associazione di gruppi politici e militari che lottavano per l’indipendenza della Palestina). Probabilmente nemmeno gli stessi palestinesi accetterebbero una soluzione del genere, dato che ormai da decenni sono abituati a considerarsi come un popolo separato rispetto a quelli degli altri paesi arabi.

La Palestina diventa uno stato vero
Con la conseguenza che le colonie smettono di essere enclavi dello stato israeliano ma restano semplicemente comunità ebraiche in terra palestinese. È un’ipotesi un po’ bislacca che non è mai stata presa davvero sul serio dagli israeliani, ma di cui si è parlato in linea teorica (ne ha scritto ad esempio in un editoriale sul Wall Street Journal lo scrittore e traduttore israelo-americano Hillel Halkin). Halkin propone semplicemente che Israele e Palestina permettano a chiunque di vivere nei propri territori, a patto di rispettare le reciproche leggi. È molto più facile a dirsi che a farsi: sotto la giurisdizione palestinese i coloni sarebbero probabilmente molto meno protetti – oggi ogni colonia ha il suo distaccamento di soldati israeliani – e si troverebbero ad avere a che fare con un governo decisamente ostile. Per non parlare dei molti coloni religiosi che si sono stabiliti in Palestina con l’idea di fare comunque parte di uno stato ebraico, e che probabilmente non accetterebbero di diventare ospiti di un paese percepito come “nemico”.

Rimane tutto così
O quasi: lo stato palestinese diventa un’istituzione vera, ma con al proprio interno una serie di enclave di Israele. È uno sviluppo che al momento non si può escludere, dato che ormai è la realtà da quasi 25 anni. È un compromesso che non piace a nessuno – i coloni israeliani sono costretti a vivere nell’eterna incertezza, i palestinesi a non avere uno stato con un territorio contiguo – ma che bene o male ha resistito per molto più tempo di quanto pensassero gli osservatori internazionali a metà degli anni Novanta.