Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante il settimanale consiglio dei ministri a Gerusalemme, il 25 dicembre 2016 (DAN BALILTY/AFP/Getty Images)
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  • lunedì 26 dicembre 2016

Netanyahu non ha preso bene la storia della risoluzione approvata all’ONU

Il primo ministro israeliano ha già preso contromisure diplomatiche e ora deve affrontare le pressioni dei suoi stessi alleati

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante il settimanale consiglio dei ministri a Gerusalemme, il 25 dicembre 2016 (DAN BALILTY/AFP/Getty Images)

Il 25 dicembre il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha convocato gli ambasciatori di tutti i paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’ONU con una missione diplomatica permanente in Israele, come reazione alla recente storia della risoluzione ONU contro gli insediamenti israeliani nei cosiddetti “territori occupati” palestinesi e a Gerusalemme est. La risoluzione è stata approvata con 14 voti favorevoli su 15; gli Stati Uniti si sono astenuti. Gli ambasciatori convocati sono stati quelli di Stati Uniti, Russia, Cina, Giappone, Ucraina, Francia, Regno Unito, Angola, Egitto, Uruguay e Spagna. Nella comunità diplomatica in Israele ci sono state lamentele per via della decisione di Netanyahu di convocare gli ambasciatori a Natale, che nella maggior parte dei paesi coinvolti è giorno di festa.

La convocazione natalizia è una delle forme di ritorsione di Netanyahu contro i paesi che hanno votato la risoluzione. Netanyahu ha anche richiamato gli ambasciatori israeliani in Nuova Zelanda e Senegal, altri due membri del Consiglio di sicurezza, ha cancellato la prossima visita ufficiale del primo ministro ucraino Volodymyr Groysman in Israele, e ha cancellato l’erogazione di aiuti finanziari al Senegal. In attesa di poter trattare con il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump – ufficialmente in carica dal 20 gennaio – che durante la sua campagna elettorale ha mostrato di voler stare dalla parte di Israele, Netanyahu ha detto ai suoi ministri di ridurre le relazioni diplomatiche con i loro colleghi nei paesi del Consiglio di sicurezza dell’ONU per le prossime tre settimane. Il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha anche interrotto le comunicazioni civili e diplomatiche di Israele con l’Autorità Palestinese, pur lasciando intatti i rapporti che riguardano le operazioni di sicurezza congiunte. Questa interruzione potrebbe avere un effetto negativo sulla recente decisione del governo israeliano di aumentare il numero di permessi di lavoro per i palestinesi in Israele.

Lieberman ha anche attaccato la Francia per il suo impegno a organizzare una conferenza di pace internazionale sul conflitto israelo-palestinese il prossimo 15 gennaio. Lieberman ha provocatoriamente paragonato la futura conferenza al processo ad Alfred Dreyfus, un famoso caso di antisemitismo avvenuto in Francia alla fine dell’Ottocento, e ha invitato gli ebrei francesi ad andare in Israele. Secondo fonti del quotidiano Haaretz, il governo israeliano teme che le tempistiche della conferenza di pace, che si svolgerà cinque giorni prima dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, siano state organizzate in modo da danneggiare al massimo Israele.

Cosa dice la risoluzione dell’ONU contro gli insediamenti israeliani

La risoluzione approvata dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 23 dicembre chiede al governo di Israele di “interrompere ogni attività” nei propri insediamenti nei cosiddetti “territori occupati” palestinesi e a Gerusalemme est, dove complessivamente vivono circa 630mila persone, definendo l’occupazione “senza validità legale” e rischiosa per il processo di pace. La decisione non obbliga Israele a fare qualcosa, ma ha comunque un alto valore simbolico, soprattutto per la posizione degli Stati Uniti. Inoltre alcuni funzionari che hanno parlato con i giornali temono che la risoluzione possa portare a un’incriminazione di Israele alla Corte penale internazionale o a eventuali sanzioni economiche di alcuni paesi contro le merci prodotte negli insediamenti.

La votazione sulla risoluzione era stata richiesta da Nuova Zelanda, Malesia, Senegal e Venezuela, che avevano chiesto di prenderla in considerazione il prima possibile, dopo che l’Egitto aveva ottenuto un breve rinvio sul tema in seguito alle numerose pressioni da parte della diplomazia israeliana. Perché la risoluzione passasse, nessun membro permanente del Consiglio di sicurezza (Stati Uniti, Francia, Russia, Regno Unito e Cina) doveva mettere il veto. La scelta degli Stati Uniti di non sostenere Israele, astenendosi, è stata insolita e motivata dal fatto che negli ultimi anni non ci sono stati progressi significativi nel processo di pace tra Israele e l’Autorità palestinese, che da decenni ambisce alla creazione di un proprio stato vero con capitale a Gerusalemme est. Netanyahu ha attaccato l’amministrazione del presidente Obama, accusandola di aver organizzato la votazione, cosa che la Casa Bianca ha negato. È stata la prima risoluzione dell’ONU contro Israele dal 1979.

Nell’ultimo anno, e in particolare dopo l’elezione a presidente degli Stati Uniti di Donald Trump, il numero dei piani di insediamento israeliani a Gerusalemme est che sono stati proposti e approvati è molto aumentato: finora nel 2016 sono stati approvati piani per 1.506 nuove unità abitative, contro quelli per 775 unità nel 2014 e per sole 395 unità nel 2015. Anche il numero di case palestinesi a Gerusalemme est che sono state demolite dagli israeliani è aumentato: negli ultimi anni la cifra di edifici demoliti era tra 40 e 70 all’anno, ma nel 2016 sono state demolite 130 costruzioni.

I problemi interni del governo Netanyahu

La risoluzione delle Nazioni Unite ha aumentato la pressione su Benjamin Netanyahu sia a livello internazionale che sul fronte politico interno. Il primo ministro ha ricevuto critiche sia da destra che da sinistra per via della risoluzione. In particolare Naftali Bennett, ministro dell’Istruzione e leader del partito di destra La Casa Ebraica che sostiene gli insediamenti, sta cercando di convincere Netanyahu ad abbandonare del tutto l’idea che uno stato palestinese possa co-esistere a fianco di Israele: la vittoria di Trump alle elezioni americane ha dato più peso a questo tipo di richieste. Bennett e Netanyahu sono alleati politici, dato che La Casa Ebraica è nella coalizione di governo guidata dal Likud, il partito del primo ministro. La situazione attuale potrebbe far avvicinare Netanyahu alle posizioni più estremiste della Casa Ebraica per timore di non perdere voti.

Shlomo Avineri, professore di scienze politiche dell’Università Ebraica di Gerusalemme, ha detto al New York Times: «[Netanyahu] deve scegliere tra la comunità internazionale e Bennett. Non è una scelta facile, ma è una scelta che deve fare. Israele si alienerà il resto del mondo per il bene degli insediamenti? Si tratta del resto del mondo. Il sionismo è questo?». Non sarebbe la prima volta che Netanyahu deve prendere una decisione sulla linea da tenere riguardo agli insediamenti. Lo scorso novembre ad esempio si era parlato della discussione di una legge molto controversa che permetterebbe ai cittadini israeliani di appropriarsi forzosamente di terreni privati in territorio palestinese limitandosi a compensare i proprietari con una somma in denaro. All’inizio Netanyahu aveva detto che la legge avrebbe potuto essere giudicata contraria alle leggi internazionali e portare Israele a doversi difendere di fronte alla Corte penale internazionale, ma poi aveva votato in favore della legge per paura di perdere voti.

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