Barack Obama lascia la Casa Bianca diretto alla convention Democratica il 27 luglio 2016 (Joshua Roberts-Pool/Getty Images)
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  • venerdì 30 dicembre 2016

Era l’ultimo anno con Barack Obama

E hai voglia a dirne male: è stato un presidente di qualità umane e intellettuali senza precedenti, e con una First Lady eccezionale

Barack Obama lascia la Casa Bianca diretto alla convention Democratica il 27 luglio 2016 (Joshua Roberts-Pool/Getty Images)

Fra tre settimane Barack Obama non sarà più presidente degli Stati Uniti, dopo otto anni, e quello che si conclude in questi giorni è il suo ultimo anno. Le discussioni sulla sua presidenza sono cominciate da molto tempo: posto che le partigianerie e le complessità della politica di questi tempi hanno fatto diventare impossibile una condivisione di giudizio (non ci saranno mai più “presidenti di successo”, spiegò a suo tempo Chris Cillizza del Washington Post), e che a Obama vengono contestate soprattutto alcune scelte di politica estera e il risultato nei fatti di avere come successore Donald Trump, sono indiscutibili la personalità e il carisma di Barack Obama, come la sua misura e ragionevolezza, la sua intelligenza, e un fascino da leader mescolato a una grande leggerezza e senso dell’umorismo, con la serietà sincera nei momenti seri: per non dire di una correttezza che ha reso la sua la prima amministrazione immune da scandali in decenni.

Queste cose non sono politica – anche se è difficile trovare un leader progressista di tanta qualità umana e intellettuale nella storia recente – sono di più, sono orgoglio di un paese. Per otto anni ha occupato la Casa Bianca e la scena, dopo averci portato un’immagine che non si era mai vista – un presidente nero – e la sua scomparsa dal panorama si farà notare e rimpiangere. Tra i suoi meriti – che ci sarà tempo per mettere in ordine – uno è palese già oggi, e altrettanto iconografico: l’aver portato alla Casa Bianca e sulla scena politica una First Lady altrettanto eccezionale – capace durante la scorsa campagna di muovere già speranze di una sua futura candidatura – come ha ricordato ancora questa settimana l’editoriale di apertura del New Yorker.

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