Donald Trump (Sara D. Davis/Getty Images)
  • Mondo
  • mercoledì 7 Dicembre 2016

La telefonata tra Trump e la presidente di Taiwan non è stata una gaffe

C'è di mezzo un ex senatore del Kansas che ha lavorato per mesi a un avvicinamento delle due parti, ha raccontato il New York Times

Donald Trump (Sara D. Davis/Getty Images)

La telefonata che il presidente eletto statunitense Donald Trump ha avuto la scorsa settimana con la presidente di Taiwan Tsai Ing-wen – il primo contatto ufficiale tra i due capi di stato dal 1979, quando gli Stati Uniti interruppero i rapporti con Taiwan come parte del riconoscimento reciproco con la Cina – non è stata né una gaffe né una decisione improvvisa, come si era sospettato inizialmente. È stata piuttosto una mossa preparata da mesi grazie al lavoro di Bob Dole, un ex senatore del Kansas che oggi lavora come lobbista e rappresentate del governo di Taiwan negli Stati Uniti. Il New York Times ha visto e ripreso dei documenti che mostrano come Dole si sia coordinato con il team della campagna elettorale di Trump per organizzare una serie di incontri tra i consiglieri del presidente eletto e alcuni funzionari di Taiwan; e allo stesso tempo di come sia riuscito a fare pressione per includere nella piattaforma politica del Partito Repubblicano americano un linguaggio favorevole alla causa taiwanese.

La telefonata tra Trump e Tsai ha preso alla sprovvista un po’ tutti. Gli Stati Uniti hanno sostenuto la cosiddetta “One-China policy”, cioè il riconoscimento di una sola Cina, dal 1979. Da allora il governo americano ha negato il riconoscimento diplomatico formale a Taiwan, anche se ha mantenuto con l’isola stretti contatti, vendendogli tra le altre cose sistemi da guerra avanzati. La reazione della Cina di fronte alla telefonata tra Trump e Tsai è stata dura, anche se finora non c’è stata nessuna rottura definitiva: la versione in inglese del People’s Daily – il quotidiano del Comitato centrale del Partito Comunista cinese – ha pubblicato un editoriale nel quale ha criticato Trump, ricordando in diversi punti l’importanza dei rapporti bilaterali tra Stati Uniti e Cina. Ad ogni modo Trump non sembra avere intenzione di cambiare il suo approccio alla questione. I documenti visti dal New York Times dimostrano come i contatti tra lo staff di Trump e Dole siano continuati anche dopo le elezioni presidenziali, e martedì Dole ha detto che sta cercando di organizzare un incontro tra un inviato speciale taiwanese e alcuni politici americani molto vicini a Trump, tra cui Reince Priebus, nominato capo dello staff della Casa Bianca, e Newt Gingrich, di cui si era parlato giorni fa come possibile nuovo segretario di Stato.

Lo stato di Taiwan è costituito dalla grande isola di Taiwan, o Formosa, e diverse isole minori, in cui abitano circa 23 milioni di persone. Taiwan è nata quando sull’isola omonima si rifugiò il capo della allora Repubblica di Cina, Chiang Kai-shek, sconfitto nel 1949 dai rivoluzionari comunisti guidati da Mao Tse-tung dopo una guerra civile durata vent’anni. Taiwan non ha mai smesso di proclamare la sua legittima autorità sull’intera Cina, così come la Cina vede in Taiwan una provincia separatista che andrebbe ricongiunta al resto del paese. Le relazioni tra i due paesi sono rimaste molto aspre, e i rispettivi presidenti si sono incontrati per la prima volta nella storia solamente nel novembre 2015.

Non è ancora chiaro fino a che punto arriveranno i contatti tra Trump e Tsai, ma visti i legami che si sono creati tra le parti negli ultimi mesi sembra che la telefonata non sia una mossa passeggera. Non sono nemmeno chiare le conseguenze che potrebbero crearsi nei rapporti tra il governo americano e quello cinese, anche perché per la Cina la questione di Taiwan non è secondaria: viene considerata come direttamente legata alla sicurezza nazionale ed è stata vista come una priorità da tutti i presidenti cinesi che si sono succeduti dal 1979 ad oggi.