Il portiere dello Swindon Town, Peter Downsborough, nel 1965 (Central Press/Getty Images)
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  • martedì 15 novembre 2016

Il calcio inglese e i lanci lunghi

Negli anni Cinquanta un uomo fece un gran lavoro di analisi dei dati delle partite e cambiò il calcio inglese: in peggio

Il portiere dello Swindon Town, Peter Downsborough, nel 1965 (Central Press/Getty Images)

Oggi lo Swindon Town è un piccolo club che milita nella terza serie del calcio inglese e ormai da anni si trova lontano dalle cronache sportive (l’ultima volta che se ne sentì parlare fu quando venne allenato da Paolo Di Canio). Ma è un club molto antico — fu fondato nel 1879 — e nei suoi primi ottant’anni di storia raggiunse degli ottimi piazzamenti sia nel campionato inglese che nelle coppe nazionali. Allo Swindon Town è associato anche un fatto accaduto negli anni Cinquanta che ebbe profonde conseguenze nel modo di praticare il calcio in Inghilterra per i decenni successivi, tanto che oggi è considerato come una delle cause degli insuccessi della nazionale inglese e delle note difficoltà nelle competizioni europee dei club britannici, che pur essendo fra i più ricchi al mondo ottengono molto meno di quanto investono.

Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, Charles Reep, un contabile della Royal Air Force, era solito assistere alle partite giocate in casa dallo Swindon Town annotando tutti i dati che riusciva a raccogliere: dal numero di passaggi realizzati alla potenza dei tiri in porta. Reep raccolse un’enorme quantità di dati guardando principalmente lo Swindon Town ma poi anche altre partite del campionato inglese. Dopo averli raccolti per mesi si mise a studiarli e il suo lavoro di analisi ebbe due grandi conseguenze sul calcio inglese: si iniziò a parlare per la prima volta di dati e statistiche – aspetti che ora, nel calcio moderno, sono diventati fondamentali e vengono largamente utilizzati dalle squadre – e vennero introdotti nuovi sistemi di gioco sviluppati con metodi statistici.

Fin da giovane Reep era stato un grande appassionato di calcio ed era solito annotarsi alcuni dati delle partite a cui assisteva: era particolarmente interessato allo stile di gioco rapido e innovativo dell’Arsenal degli anni Trenta, squadra allenata da Herbert Chapman, ideatore tra le altre cose del “WM”, un sistema di gioco in cui la disposizione dei giocatori in campo rifletteva quella delle due lettere posizionate una sopra l’altra. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale impedì tuttavia a Reep di proseguire nei suoi progetti legati al calcio, e per tutta la durata del conflitto si dedicò esclusivamente al suo impiego nell’esercito britannico.

Finita la guerra, negli anni Cinquanta Reep ebbe l’occasione di tornare ad assistere regolarmente alle partite. Una in particolare lo influenzò molto: vide un incontro casalingo dello Swindon Town contro il Bristol, che reputò noioso e pieno di azioni inconcludenti. Così, nel secondo tempo, decise di iniziare ad annotarsi alcuni dati, già con il preciso intento di creare un sistema di gioco più rapido, efficace e spettacolare. Continuò a raccogliere dati anche in altre partite e nel 1951 venne assunto come consigliere part-time dalla squadra del Brentford, perché nel frattempo aveva analizzato tutti i dati raccolti ed elaborato un nuovo sistema di gioco.

Secondo i suoi dati i calciatori sbagliavano in media un passaggio su due e il primo passaggio su una serie non inferiore ai tre consecutivi aveva molte probabilità in meno di essere sbagliato rispetto ai passaggi successivi. Inoltre, una squadra riusciva a segnare in media un gol ogni nove-dieci tentativi e i tiri preceduti da un recupero della palla nell’area avversaria spesso si tramutavano in gol. Reep giunse alla conclusione che la maggior parte dei gol realizzati da una squadra provenivano da azioni con meno di tre passaggi e che quindi una squadra, per segnare di più, doveva impostare azioni molto più rapide e con pochi passaggi.

Gli studi di Reep vennero pubblicati da diversi importanti giornali dell’epoca e sempre più squadre inglesi iniziarono ad adottare il sistema di gioco da lui ideato, oggi conosciuto anche come quello dei “lanci lunghi”. Insieme a Bernard Benjamin, uno statistico, Reep continuò ad analizzare le partite di calcio per anni: fra il 1953 e il 1967 i due raccolsero dati da quasi seicento partite, prevalentemente dello Sheffield Wednesday e dell’Arsenal. Pubblicarono i loro studi sul Journal of the Royal Statistical Society nel 1968, in cui sostenevano che nel cinque per cento di tutte le azioni a cui avevano assistito erano stati effettuati quattro o più passaggi mentre solo nell’uno per cento delle azioni c’erano stati più di sei passaggi. L’articolo arrivava alla conclusione che in Inghilterra il possesso palla non veniva più praticato come un tempo.

Il sistema di gioco basato sulla rapidità delle azioni e sui lanci lunghi si diffuse quindi in tutta la Gran Bretagna e anche in alcuni campionati scandinavi, da sempre molto influenzati dal calcio inglese. Diverse squadre ottennero dei successi rilevanti con quel metodo, e ancora oggi si possono vedere squadre inglesi che lo applicano. Ma mentre in Inghilterra rimasero per anni molto legati agli studi di Reep, nel resto d’Europa gli stili di gioco furono vari e soprattutto si aggiornarono costantemente con il passare del tempo e con il cambiamento del calcio.

Negli ultimi decenni molti analisti e giornalisti sportivi hanno rianalizzato i dati che stanno alla base degli studi condotti da Reep, arrivando alla conclusione che sia i dati che la loro elaborazione furono caratterizzati da numerosi errori. Per quanto se la potesse cavare come contabile e statistico infatti, Reep si annotava i dati su dei quaderni seduto nelle tribune degli stadi, con dei comprensibili limiti causati dal tempo e dalla comodità: spesso, per esempio, si presentava alle partite con un elmetto da minatore per illuminare il proprio materiale, dato che ancora molti stadi erano privi di illuminazione.

C’erano dei difetti anche nei dati, in quanto furono raccolti ed elaborati tralasciando molti fattori determinanti, come le diverse abilità dei giocatori e le varie tipologie di tiri e passaggi. In un articolo di FiveThirtyEight, Joe Sykes e Neil Paine sono tornati a parlare degli studi di Reep, spiegando in quale modo furono viziati da una metodologia grossolana:

L’errore di Reep fu quello di concentrarsi sulle percentuali dei gol generati da sequenze di passaggi di varia durata. Avrebbe dovuto lasciar perdere questi dati spostando la propria attenzione sulle probabilità che una data sequenza di passaggi producesse un gol. È vero che una larga parte dei gol è generata da un breve possesso palla, ma fondamentalmente il calcio è un gioco costituito da brevi possessi e frequenti cambi di fronte. Se si tiene conto di quanto spesso ciascuna sequenza di una determinata durata si verifichi durante il flusso del gioco, logicamente la maggior parte dei gol viene segnata dopo brevi azioni, perché sono il tipo di azioni più frequenti. Ma questo non significa che un’azione breve abbia più probabilità di portare al gol.

Al contrario, le probabilità che una squadra segni aumentano in base alla quantità di passaggi riusciti durante un’azione. C’è un buon rapporto tra il tempo che una squadra trascorre controllando la palla e la sua capacità di generare tiri in porta.

Oggi Charles Reep è considerato come il primo match analyst della storia del calcio, e per essere stato fatto negli anni Cinquanta, il suo lavoro è notevole e ammirabile. I suoi studi sono stati tuttavia smentiti sia dagli analisti che dagli statistici. Il sistema di gioco basato sui lanci lunghi portò un notevole vantaggio nei primi anni in cui venne applicato, ma venne superato poco tempo dopo. Rimase tuttavia ampiamente utilizzato da molte squadre britanniche, soprattutto quello più piccole, con il risultato di ritardarne lo sviluppo tattico.

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