L’FBI scagiona Hillary Clinton, di nuovo

Il direttore James Comey ha detto che nelle email scoperte di recente non c'è nulla che possa portare a un'indagine formale

(Win McNamee/Getty Images)

Il direttore dell’FBI, James Comey, ha comunicato al Congresso che nelle 650mila nuove email scoperte di recente e “potenzialmente pertinenti” all’indagine compiuta nei mesi scorsi sulla candidata Democratica Hillary Clinton non c’è nulla di rilevante che renda necessario arrivare a nuove conclusioni rispetto a quelle dello scorso luglio, cioè che Clinton non ha cercato di nascondere niente al governo né ci sono prove che abbia messo a rischio informazioni riservate. La precedente comunicazione di Comey sulla scoperta delle nuove email, trovate sui dispositivi della più importante assistente personale di Clinton, Huma Abedin, e di suo marito Anthony Weiner, avevano messo in grande difficoltà la campagna elettorale di Clinton e creato grande agitazione nei media americani, a meno di dieci giorni dal voto.

Brian Fallon, portavoce di Clinton, ha scritto su Twitter che la campagna di Clinton è «contenta che il problema sia stato risolto», ma che l’FBI avrebbe potuto arrivare alla stessa conclusione prima di diffondere la prima lettera.

Grazie alla prima lettera di Comey al Congresso, con cui annunciò in modo irrituale il supplemento di indagine, nelle ultime settimane il candidato Repubblicano Donald Trump e i suoi portavoce erano tornati ad attaccare Clinton sulla questione delle email: lo stesso Trump si era spinto a dire che Clinton sarebbe stata indagata per molto tempo. In realtà l’FBI aveva spiegato di non sapere cosa ci fosse dentro alle nuove email, attirandosi anche moltissime critiche – persino dal presidente Barack Obama – per aver diffuso informazioni così vaghe e parziali a pochi giorni dalle elezioni.

Il nuovo guaio di Clinton è stato considerato particolarmente grave perché arrivato in un periodo in cui gli elettori indecisi sono soliti scegliere quale candidato sostenere, e perché è tornato a far discutere di accuse molto familiari anche per gli elettori che seguono poco la politica nazionale (che Clinton sia un personaggio poco affidabile e trasparente, in sostanza). Inoltre, la prima lettera potrebbe aver avuto l’effetto di scoraggiare gli elettori “di sinistra” già poco convinti di Clinton, e viceversa convincere qualche Repubblicano a votare per Trump, seppure controvoglia. Per questi motivi si pensa che la comunicazione di Comey abbia avuto un qualche peso nei recenti sondaggi: dopo la sua diffusione, Trump ha aumentato i propri consensi sia a livello nazionale sia in alcuni degli stati chiave per vincere le elezioni, e al momento secondo il rispettato sito di news e statistica FiveThirtyEight ha il 35 per cento di possibilità di vincere le elezioni.

In breve, comunque, il guaio di Hillary Clinton con le email è questo. Durante il suo mandato da segretario di Stato, Clinton ha usato il suo indirizzo privato di posta elettronica anche per cose di lavoro. Poteva farlo, in base a quanto prescrivevano le norme all’epoca. Quando però il governo le ha chiesto le email di lavoro per archiviarle – si tratta di atti pubblici – lei ha detto che la sua casella conteneva anche email personali: allora ha cancellato tutte le email personali e ha consegnato le altre. Prima dell’indagine dell’FBI non c’era modo di sapere se Clinton avesse effettivamente cancellato solo le email personali o anche email lavorative. Più precisamente, Clinton aveva consegnato 30.490 messaggi spediti o ricevuti dal suo indirizzo privato, e aveva cancellato altri 31.830 messaggi ritenuti personali. L’FBI aveva scoperto che Clinton aveva mandato un centinaio di messaggi contenenti informazioni riservate – cosa che Clinton aveva negato, all’inizio del caso – ma aveva deciso che non c’erano elementi sufficienti per aprire un’inchiesta formale (la versione lunga la trovate qui).

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