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  • venerdì 21 ottobre 2016

Il Sudafrica vuole lasciare la Corte penale internazionale

È il secondo paese a volerlo fare dopo il Burundi, perché ritiene che non sia imparziale nei confronti dei paesi africani

Il tribunale della Corte penale internazionale, a L'Aja, nei Paesi Bassi, durante il processo all'ex presidente della Costa d'Avorio Laurent Gbagbo e all'ex ministro per la Gioventù Charles Ble Goude, il 28 gennaio 2016 (PETER DEJONG/AFP/Getty Images)

Il Sudafrica ha comunicato alle Nazioni Unite di voler abbandonare la Corte penale internazionale (CPI) perché non la ritiene imparziale nei confronti dei paesi africani. La notizia è stata confermata dal ministro degli Esteri che ha consegnato all’ONU un documento con la richiesta, che dice: «La Repubblica del Sudafrica ha deciso che il suo impegno per la risoluzione pacifica dei conflitti a volte è incompatibile con l’interpretazione data dalla Corte penale internazionale». La CPI è indipendente dall’ONU (anche se il Consiglio di Sicurezza può assegnarle casi che non sarebbero di sua competenza, come quelli in cui sono coinvolti stati che non fanno parte della Corte), che non ha ancora commentato la notizia.

Tensioni e attriti tra la Corte penale internazionale e paesi africani non sono una cosa nuova. In passato l’Unione Africana aveva invitato i suoi membri a boicottare la CPI, accusata di discriminazione nei confronti dei paesi africani e il 12 ottobre i parlamentari del Burundi hanno votato per lasciare la Corte. Il paese sta vivendo un periodo di tensione con la comunità internazionale da quando il presidente Pierre Nkurunziza si è candidato per un terzo mandato sfruttando una controversa interpretazione della Costituzione e sono iniziate proteste, polemiche e scontri violenti.

Già l’anno scorso il Sudafrica aveva detto che avrebbe potuto lasciare la CPI, dopo che il paese si era rifiutato di arrestare il presidente del Sudan Omar al Bashir, che si trovava a Johannesburg in occasione di un incontro dei capi dei paesi dell’Unione Africana e contro cui erano già stati emessi due mandati di arresto dalla CPI, nel 2009 e nel 2010, per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio per il suo ruolo nel cosiddetto “conflitto del Darfur”, una ribellione di alcune etnie nei confronti del governo centrale sudanese iniziata nel 2003 che secondo l’ONU ha causato la morte di 300mila persone. Un tribunale di Pretoria avrebbe dovuto decidere se arrestare al Bashir come richiesto dalla Corte Penale Internazionale, ma prima che il verdetto fosse emesso il presidente del Sudan lasciò il paese. La CPI criticò il Sudafrica per non aver arrestato immediatamente al Bashir, come sarebbe previsto dallo Statuto di Roma, che regola il rapporto tra la Corte e i paesi che ne fanno parte.

La Corte penale internazionale esiste dal 2002 e non è un organo delle Nazioni Unite, che ha un suo tribunale che si chiama Corte Internazionale di Giustizia (entrambi hanno sede all’Aja, nei Paesi Bassi). Ha 124 membri, 34 dei quali sono paesi africani, ed è il primo tribunale internazionale permanente con giurisdizione su genocidi, crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Nei sei casi attualmente aperti dalla CPI, sono coinvolte solo persone africane, anche se la Corte sta investigando anche in altre parti del mondo. L’Italia e buona parte dei paesi europei fanno parte della Corte penale internazionale, mentre non vi appartengono stati come la Cina, l’India e l’Indonesia. Gli Stati Uniti, come la Russia e diversi altri stati, hanno sottoscritto lo statuto di costituzione del tribunale, ma non lo hanno ratificato.

Nessun paese ha mai lasciato la Corte e secondo alcuni esperti legali il Sudafrica non può lasciare la CPI senza prima un voto del suo parlamento. Sia per il Sudafrica che per il Burundi l’uscita dalla CPI può avvenire solo a un anno di distanza da quando la notifica di ritiro viene ufficialmente ricevuta dal segretario delle Nazioni Unite, come previsto dallo Statuto di Roma.