Un gruppo di attivisti ungheresi manifestano per il Sì al referendum sulle quote di migranti assegnate dall'Unione Europea di fronte al palazzo del parlamento (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)
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  • domenica 2 ottobre 2016

Il referendum sui migranti in Ungheria

Con tutta probabilità non raggiungerà il quorum necessario: lo ha voluto Orbán per chiedere se il paese debba accogliere migranti senza l'approvazione del parlamento

Un gruppo di attivisti ungheresi manifestano per il Sì al referendum sulle quote di migranti assegnate dall'Unione Europea di fronte al palazzo del parlamento (ATTILA KISBENEDEK/AFP/Getty Images)

Aggiornamento: secondo le prime valutazioni di domenica sera, il referendum non avrebbe raggiunto il quorum e il suo risultato non sarebbe quindi valido. Si aspettano conferme ufficiali: Orban ha dichiarato che la grandissima maggioranza di voti a suo favore andrà comunque presa in considerazione.

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Domenica 2 ottobre in Ungheria si vota per il referendum voluto dal primo ministro Viktor Orbán, del partito di destra Fidesz, riguardo alla quota di rifugiati assegnata all’Ungheria secondo il piano di distribuzione previsto dall’Unione Europea per la gestione della crisi migratoria dell’ultimo anno. Il quesito del referendum, che sarà valido solo se raggiungerà il quorum della metà degli aventi diritto più uno, dice: “Volete che l’Unione Europea imponga l’insediamento forzato di cittadini non ungheresi sul territorio nazionale senza il consenso del parlamento?”. Alle ore 15.00 ha votato circa il 30,66 per cento degli aventi diritto.

Non è chiaro se l’esito del referendum avrà risvolti pratici. La Commissione ha già fatto sapere che un referendum non può modificare la legislazione dell’Unione Europea, e quindi non può modificare gli accordi sulle quote. L’altra questione importante è che queste quote sono volontarie: giovedì il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha detto che i paesi che non vogliono accogliere rifugiati potranno aiutare il resto dell’Unione in altro modo, ad esempio fornendo mezzi e risorse per migliorare il controllo dei confini. Si tratta di una delle proposte fatte da Orbán e da altri leader dell’Europa orientale.

C’è in ogni caso ancora poca chiarezza su come l’Unione Europea pensi di gestire la questione delle quote: alcune settimane fa il portavoce di Juncker aveva confermato che la Commissione pianifica di rendere il sistema delle quote permanente e obbligatorio per tutti gli stati membri. In molti, però, sostengono che in realtà la Commissione abbia rinunciato al progetto di rendere il sistema di quote permanente e obbligatorio: la Commissione può solo aumentare la pressione politica sugli stati che non vogliono aderire, sistema che però finora non ha funzionato molto.

Fino al 27 settembre, cioè nell’arco di un anno, solo 5.651 delle 160mila persone che dovevano essere ricollocate secondo il sistema delle quote nazionali sono state effettivamente ricollocate. Peraltro poi il sistema delle quote di settembre 2015 è stato di fatto superato dal cosiddetto “accordo 1:1” con la Turchia, che prevede che per ogni migrante che dalla Grecia viene riportato in Turchia, un paese europeo debba accogliere legalmente un migrante che si trova in Turchia. Questo accordo finora non ha dato i risultati sperati. Nei prossimi mesi la Commissione Europea cercherà di trovare una soluzione modificando il sistema delle quote.

Durante la crisi migratoria dello scorso anno, l’Ungheria è stato uno dei paesi più coinvolti nel problema. A giugno del 2015 era stata annunciata da Orbán la costruzione di un primo muro lungo 175 chilometri lungo il confine con la Serbia al quale ne è stato aggiunto un secondo, pochi mesi dopo, al confine con la Croazia e la Romania. Nel settembre del 2015 la UE decise di ridistribuire nei paesi dell’Unione i 160mila richiedenti asilo arrivati nei due anni precedenti in Italia, Grecia e Ungheria. La quota assegnata a ciascuno stato fu decisa basandosi sul numero degli abitanti e sul prodotto interno lordo dei paesi, con fattori correttivi che dipendono dalla quantità media di domande d’asilo e dal tasso di disoccupazione. Secondo questo calcolo, l’Ungheria dovrebbe ospitare un totale di 1.294 migranti. Subito dopo, la decisione è stata impugnata da Ungheria e Slovacchia di fronte alla Corte di Giustizia Europea. Nessun migrante è stato accolto in Ungheria. Orbán ha poi deciso lo scorso febbraio di indire il referendum così da legittimare maggiormente la sua decisione: si tratta quindi di un referendum con un forte valore politico, e con implicazioni concrete scarse o nulle.

Il governo ungherese ha avviato una campagna molto intensa contro i rifugiati. Tra gli argomenti che Orbán ha portato a sostegno del “No” c’è stato quello di non commettere lo stesso errore fatto da altri stati in Europa, sostenendo lo stretto legame tra gli attentanti terroristici e la presenza dei migranti. Secondo Orbán, il sistema di quote «ridisegnerebbe l’identità etnica, culturale e religiosa dell’Europea e dell’Ungheria, e nessun organo dell’Unione ha il diritto di farlo». Ha anche aggiunto che «i politici coraggiosi di Germania e Austria dovrebbero ammettere che del nostro operato stanno beneficiando anche loro».

La campagna a favore del No, definita dai giornali internazionali xenofoba e razzista, è stata molto pervasiva, con televisioni e spazi pubblici inondati di messaggi tipo “Sapete che più di 300 persone sono state uccise negli attacchi terroristici dopo l’inizio della crisi migratoria?“ o “Sapete che i terroristi degli attentati a Parigi erano immigrati?”. La campagna è stata presa in giro dal partito politico satirico Two-Tailed Dog Party, che ha fatto delle parodie dei manifesti governativi con messaggi come “Sapete che nella loro vita gli ungheresi vedranno più UFO che immigrati?”. Su Twitter è stata pubblicata un’immagine che mostra una scheda elettorale non valida perché usata per disegnare un cane, simbolo del finto partito politico.

Secondo dei sondaggi condotti a metà settembre dall’agenzia Publicus, il 61 per cento degli ungheresi ha detto che sosterrà Orbán votando No, motivo per il quale molti gruppi d’opposizione stanno invitando la popolazione a boicottare il voto invece che votare Sì. Alcuni politici di opposizione hanno anche detto che il referendum è illegittimo. Un’altra critica fatta al governo è che la pervasiva campagna per il referendum abbia arricchito canali televisivi, giornali e siti di proprietà di imprenditori alleati di Orbán.

Su Politico l’eurodeputato ungherese András Gyürk, membro del Partito Popolare Europeo e di Fidesz, ha spiegato che il referendum non è un atto contro l’Unione Europea e che anzi Orbán e il governo sono sempre stati favorevoli alla presenza dell’Ungheria nell’UE.

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