• Moda
  • martedì 6 settembre 2016

Le fabbriche di abbigliamento dove lavorano i migranti siriani in Turchia

Sono fornitori di famose società europee come Primark, Zara e H&M, e a volte hanno fatto lavorare dei bambini siriani

Profughi siriani in Turchia (Chris McGrath/Getty Images)

L’organizzazione no-profit Business & Human Rights Resource Centre quest’anno ha indagato sulle fabbriche turche del settore tessile che impiegano migranti siriani e producono per grandi marchi internazionali per segnalare i casi di sfruttamento dei lavoratori. Secondo la ricerca, conclusa alla fine di gennaio 2016, un numero di siriani compreso tra 250mila e 400mila lavora illegalmente in Turchia; 2,7 milioni di profughi siriani registrati si trovano in Turchia secondo i dati delle Nazioni Unite, ma solo il 9 per cento di queste persone vive nei campi gestiti dal governo, il resto deve provvedere autonomamente al proprio mantenimento. Per questa ragione capita che alcuni migranti finiscano per essere sfruttati senza avere un permesso di lavoro regolare e che minorenni siano messi a lavorare illegalmente nelle fabbriche. Secondo il centro studi con sede ad Ankara ORSAM (Centre for Middle Eastern Strategic Studies) all’inizio di dicembre 2015 circa 250mila migranti siriani lavoravano illegalmente in Turchia.

La Turchia è il terzo esportatore al mondo di prodotti tessili verso l’Europa dopo Cina e Bangladesh. Società internazionali come Inditex (proprietaria di Zara), la catena di negozi irlandese Primark e H&M sono clienti di aziende tessili turche: Inditex ha 158 fornitori in Turchia, Primark ne ha circa 100, H&M 72; tra le aziende di abbigliamento sportivo, Nike ha 6 fornitori, Adidas 5. Il Business & Human Rights Resource Centre ha parlato con 28 diverse aziende che hanno fornitori in Turchia per capire se sapessero chi è impiegato nelle fabbriche che realizzano i loro prodotti. I portavoce di H&M, Primark, Next (un’azienda simile a Primark che vende anche in Italia), hanno detto di aver scoperto che alcuni dei loro fornitori impiegavano effettivamente dei migranti siriani. In una delle fabbriche che produceva per H&M e in due di quelle di Next lavoravano anche dei bambini.

Per assicurarsi che i lavoratori dei suoi fornitori non siano sfruttati, Primark fissa delle scadenze entro le quali chi non è in regola deve formalizzare i rapporti di lavoro con gli operai; a gennaio 2016 la Turchia ha introdotto dei permessi di lavoro per i migranti che si trovano nel paese da più di sei mesi. Se i fornitori non rispettano le condizioni dettate dalla società, Primark si riserva di rivedere gli accordi commerciali con loro o terminarli. Il 5 per cento dei prodotti in vendita da Primark è realizzato in Turchia.

H&M è più categorica: dice di aver messo fine a tutti i rapporti con i fornitori che facevano lavorare migranti senza un regolare permesso. L’azienda poi si occupa di informare le organizzazioni non governative locali in modo che possano aiutare i migranti eventualmente rimasti senza impiego. Inditex ha detto di avere dei programmi per aiutare i migranti a mettersi in regola con i documenti e di assicurarsi che siano pagati adeguatamente per il loro lavoro. È nell’interesse di queste aziende non essere coinvolte in casi di sfruttamento, specialmente se si parla di lavoratori minorenni.

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